
COMPONI IL PUZZLE
(Il COMPLOTTO)
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«Erano ad un punto morto. Senza di te col ca*** che si faceva l’inchiesta. Siamo seri», scrive su WhatsApp Francesca Immacolata Chaouqui, la lobbista, meglio nota come “papessa”. Chaouqui, in quel momento, sta parlando con Genoveffa “Genevieve” Ciferri, grande amica del monsignor Alberto Perlasca, a sua volta grande accusatore di Becciu. «Se viene fuori che eravamo tutti d'accordo è la fine.»
Francesca Immacolata Chaouqui ha affermato spudoratamente: «SE IO NON FOSSI STATA NOMINATA IN COSEA, (BECCIU) PROBABILMENTE SAREBBE PAPA ADESSO; AL PROSSIMO CONCLAVE MAGARI DIVENTAVA PAPA»; «GRAZIE A ME BECCIU NON DIVENTERÀ PAPA». Ecco l'ammissione di colei che ha ordito il complotto! Ecco il fine dell'operazione.
Tutto fa pensare che nella percezione generale sia stato taroccato il nesso eziologico (causa-effetto): tutto il mondo pensa che Becciu venga escluso dal Conclave per essere stato condannato; in realtà anche le parole della Chaouqui fanno intuire che Becciu è stato condannato (senza un briciolo di prova) proprio al fine di espellerlo dal Conclave. La ragion di stato contro la verità, siamo sempre lì: «... meglio che muoia un solo uomo per il popolo...».
Ma si veda anche il caso di Nicola Giampaolo, cha ha diffuso le sue calunnie attraverso la trasmissione "Report", nonché l'obbrobriosa campagna di diffamazione imbastita da «L'Espresso».
Giorgio Meletti, La Corte d'Appello vaticana dice che sul caso più importante è tutto da rifare. Il vero problema è il potere assoluto del Papa, in «Appunti» di Stefano Feltri, 17 marzo 2026. «Bergoglio ha voluto un tribunale per i regolamenti di conti interni, al punto da fare un Rescriptum per il quale il pubblico ministero nelle indagini poteva procedere con il “rito sommario” anziché con “istruzione formale”. Solo che questa legge, notate bene, è rimasta segreta: cioè, gli imputati sono stati indagati e processati sulla base di una legge che conoscevano solo il Papa e l’ufficio del pubblico ministero (Giorgio Meletti) (…) la giustizia della Città del Vaticano è ormai ufficialmente una commedia all’italiana e che il merito dell’inarrestabile deriva farsesca è in gran parte del compianto papa Francesco: la sua grande simpatia e popolarità non basteranno ad attenuare il giudizio degli storici. (…) il rischio di riforma della decisione umilia il presidente del tribunale che ha emesso quella sentenza scombiccherata, l’ex procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone, che corona la sua lunga carriera incassando uno dei più terrificanti schiaffoni mai dati a un magistrato. Partiamo dalla prima questione. Separiamo il fatto religioso, che fa riferimento a un’istituzione chiamata Santa sede, dall’esistenza di uno Stato vero e proprio che si chiama Città del Vaticano e non è la stessa cosa, è un’altra istituzione. L’articolo 1 della sua Legge fondamentale recita: «Il Sommo Pontefice, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario». Insomma, il potere assoluto del re Luigi XVI contro il quale fu fatta oltre due secoli fa la Rivoluzione francese era meno assoluto di quello del papa. (…) Ricorda nell’ordinanza il presidente della Corte d’Appello Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Alejandro Arellano Cedillo che nel tribunale vaticano vige il codice di procedura penale Finocchiaro-Aprile, introdotto dal parlamento italiano nel 1913, mentre i rapporti tra Stato e Chiesa erano regolati ancora dal Non Expedit, con cui Pio IX, mortalmente offeso con Vittorio Emanuele II che gli aveva portato via la natia Senigallia, vietò ai cattolici di partecipare alla vita politica dell’Italia unita. Buffo, no? Il Vaticano adotta il codice di procedura penale fatto dal Parlamento dello Stato usurpatore in cui i cattolici per ordine del Papa nemmeno entrano. Non solo. In Italia il codice Finocchiaro-Aprile viene sostituito nel 1930 dal codice Rocco, il codice fascista, ma la Chiesa fa finta di niente. Nel 1989 il codice Rocco viene sostituito dal nuovo codice di procedura penale legato al nome di Giuliano Vassalli. Anche stavolta la Chiesa fa finta di niente, e tiene in vigore il codice del 1913. In nome di Sua Santità. Il dottore Giuseppe Pignatone, pubblico ministero per una vita per la Repubblica italiana, passa senza incertezze dalla giustizia “in nome del popolo italiano” a quella “in nome di Sua Santità”, solo che, quando (dopo la pensione) diventa presidente del tribunale del Vaticano sembra non essersi accorto pienamente di quale fosse il codice di procedura penale che era chiamato ad applicare. Questo è quanto sostiene l’ordinanza che in 16 pagine ha rimesso in discussione la regolarità del procedimento e di conseguenza una sentenza di 819 pagine. L’effetto comico è irresistibile. Gli imputati avevano eccepito all’inizio del processo, alcuni anni fa, che il pubblico ministero, nel chiedere il giudizio, non aveva depositato tutti i documenti in suo possesso, a tutela della segretezza di altre indagini. E che questo violava il principio del giusto processo. Pignatone ha risposto, in una delle pagine più spassose, evocando il maxiprocesso di Palermo alla mafia. Ha scritto così: «Replicando poi ad alcune affermazioni delle Difese, il Tribunale rilevava che anche in Italia, sia nella vigenza del c.d. Codice Rocco che dell’attuale, è sempre stato possibile depositare in dibattimento atti recanti omissis: basti pensare a tutti i grandi processi di criminalità organizzata, a cominciare dal maxiprocesso di Palermo, in cui le dichiarazioni dei “collaboratori di giustizia” sono state e sono tuttora omissate per tutelare le esigenze investigative sui fatti che non costituivano oggetto delle imputazioni». Ha proprio scritto così. Solo che la Corte di Appello gli fa notare che il processo, da lui presieduto per anni e sigillato con 819 pagine di sentenza, si doveva svolgere secondo le regole del codice precedente, il Finocchiaro-Aprile del 1913, scritto settant’anni prima del maxiprocesso, e in cui non vi è traccia della facoltà per il pubblico ministero di omissare alcunché, come autorevolmente rimarcato anche dal grande giurista Ludovico Mortara. Il quale ha fatto in tempo a battezzare la figuraccia di Pignatone pur essendo morto novant’anni prima. Insomma, il processo traballa perché Pignatone non ha accolto le legittime eccezioni delle difese facendo riferimento a un codice di procedura penale sbagliato. Se avesse letto quello giusto avrebbe visto che i documenti omissati sono indicati esplicitamente come anomalie del processo. Piccola notazione finale. Nei Patti Lateranensi (1929) c’è scritto che, siccome uno Stato così piccolo come il Vaticano non ha senso che tenga in piedi una magistratura e un carcere, per i reati commessi al suo interno lo Stato italiano sarà così gentile da mettere a disposizione la sua magistratura, la sua polizia giudiziaria e le sue carceri. Infatti il 13 maggio del 1981 Mehmet Ali Ağca sparò a Karol Wojtyla all’interno del colonnato del Bernini, cioè in territorio vaticano, ma le indagini e il processo furono fatti dalla magistratura italiana e l’ambiguo attentatore turco fu tenuto per anni nelle carceri italiane. Il tribunale per regolare i conti. Nessuno si era mai posto il problema, fino a quando Jorge Bergoglio nominò un magistrato di chiara fama e lungo curriculum come Pignatone a capo di un tribunale che nessuno sapeva fino ad allora a che cosa servisse. Poi l’abbiamo capito. Bergoglio ha voluto un tribunale per i regolamenti di conti interni, al punto da fare un Rescriptum (una legge, in base al potere assoluto di cui sopra) per il quale il pubblico ministero nelle indagini poteva procedere con il “rito sommario” anziché con “istruzione formale”. Solo che questa legge, notate bene, è rimasta segreta: cioè, gli imputati sono stati indagati e processati sulla base di una legge che conoscevano solo il Papa e l’ufficio del pubblico ministero (anche qui, non sparate sul pianista: l’ha scritto Sua Eccellenza Reverendissima).»
Mara Lapia, Se non esiste la giustizia esiste solo una sua becera parodia. E sulla gogna organizzata contro Becciu, in Facebook, 17 marzo 2026. «Mara Lapia, già deputata al Parlamento italiano. «Negli ultimi anni abbiamo assistito una vera e propria gogna processuale e mediatica ai danni di un uomo: un uomo delle istituzioni e un uomo di Chiesa, che oggi scopriamo essere stato sottoposto a un processo profondamente viziato ed ingiusto. Parliamo tanto in questi giorni di giustizia. Ebbene la Corte d’Appello vaticana è stata chiarissima: quel processo non si doveva svolgere in quel modo. È stato violato un principio fondamentale dello stato di diritto: quello della piena conoscenza degli atti da parte dell’imputato e della sua difesa. In altre parole è stato compromesso, il diritto di difendersi per il cardinale Becciu, un sardo. E quando viene meno questo diritto non esiste più la giustizia, ma esiste solo una sua becera parodia. Eppure, mentre mentre tutto questo stava accadendo, abbiamo assistito in silenzio o, peggio, partecipando a una condanna pubblica anticipata. Il cardinale è stato esposto ad attacchi profondamente delegittimatori. Oggi, alla luce di quanto stabilito, dobbiamo avere l’onestà intellettuale di dire che quella gogna è stata ingiusta. Ricordiamolo, ché a causa di quel processo e di quella prima condanna, oggi riconosciuta come viziata, il cardinale è stato addirittura escluso dal Conclave, una cosa gravissima per un cardinale: una conseguenza gravissima che ha pagato in prima persona e che nessuna sentenza potrà mai cancellare completamente. Però c’è una riflessione che vi invito a fare, che ancora più amara e che da sarda io sento il profondo dovere di fare. Noi dobbiamo smetterla di essere i primi a colpire i nostri conterranei e di farci la guerra tra noi, di aspettare il momento opportuno per attaccarci. Dobbiamo proprio smetterla di unirci al coro delle accuse senza conoscere davvero i fatti. Perché questo è successo! Perché molti, e lo dico con cognizione di causa, avrebbero potuto capire fin dall’inizio che qualcosa non tornava. Moltissimi giuristi, avvocati, tra cui anche io, avevamo già rilevato le criticità profonde di quel procedimento. Avevano già compreso in molti che si stava consumando una grave ingiustizia. Nessuno ha mosso niente e allora forse per molti sarebbe stato più giusto tacere, studiare approfondire e aspettare. Questa vicenda ci insegna che la giustizia non può essere piegata alla pressione mediatica. Non può dare retta a persone non credibili e non può diventare spettacolo e non può trasformarsi in una condanna preventiva! Oggi non è solo il giorno in cui emerge una verità processuale nei confronti di un cardinale. È il giorno in cui dobbiamo interrogarci tutti, come cittadini, come sardi e come operatori del diritto, su quanto sia facile distruggere una persona e quanto sia poi difficile restituirle pienamente la dignità che le è stata tolta. Soprattutto vorrei dire questo: che oggi è il giorno in cui dobbiamo ricordare che senza rispetto delle regole senza rispetto dei diritti della difesa non esiste giustizia; esiste solo una profonda e crudele e ingiustizia, quella che fino ad oggi ha subito il cardinale Becciu.»
Fari Pad (Facbook, 18 marzo 2026): «Mentre il sistema interno si avvita in un processo che la stessa Corte d’Appello definisce ora viziato da lesioni del diritto di difesa, il contesto internazionale ha già emesso il suo verdetto. A Londra, la giustizia britannica non solo ha stabilito l'assenza di frode nell'affare immobiliare, ma ha condannato la Santa Sede al pagamento delle spese legali a favore di Mincione. Ci si trova davanti a un sistema che emana sentenze rischiando di vederle trattate come carta straccia all'estero, avendo ignorato contratti che riconoscono giurisdizioni straniere e la validità degli acquisti effettuati. (…) Il principio cardine di ogni Stato di diritto – il rapporto paritario tra difesa, accusa e giudice terzo – risulterebbe essere stato calpestato in modo irrimediabile. Non vi è giustizia quando l'accusa agisce come arbitro della verità, decidendo quali prove mostrare e quali celare dietro comodi "omissis". Questa asimmetria ha trasformato il primo grado in un simulacro di processo, rendendo la contaminazione del dibattimento un vizio che non può essere sanato da una semplice "rinnovazione": davanti a simili violazioni, il Cardinale Becciu andrebbe semplicemente assolto per l'insostenibilità del rito seguito. (…) Non si può e non si deve chiudere gli occhi davanti all'ipotesi che la condanna sia stata "apparecchiata" a tavolino attraverso un inquinamento delle prove senza precedenti. Qualora venisse accertato che Francesca Immacolata Chaouqui, oltre ad aver manipolato il testimone chiave Perlasca, abbia agito dietro compenso per formare false accuse, ci troveremmo di fronte al punto più basso della storia giudiziaria vaticana. Un'accusa "comprata" o pilotata per colpire un uomo attraverso una vendetta personale travestita da indagine negherebbe l'essenza stessa della missione della Santa Sede. (…) Il nodo indissolubile resta quello dei protagonisti che avrebbero agito nell'ombra per coordinare questo impianto accusatorio. Scambi di messaggi emersi e poi parzialmente occultati, contatti non dichiarati e un presunto coordinamento tra settori degli inquirenti e testimoni suggerirebbero una regia orchestrata per inquinare la genuinità del procedimento. Chi ha permesso o favorito tale sfracelo deve renderne conto con determinazione: non è sufficiente ricominciare il processo, ma è doveroso individuare chi ha tirato i fili di questa presunta macchinazione che ha screditato la Chiesa intera. (…) La decisione della Corte d’Appello conferma che il primo grado è stato un percorso a ostacoli contro la verità, dove i diritti fondamentali sono stati sacrificati in nome di un teorema incapace di reggere alla prova dei fatti e delle sentenze internazionali. Ricominciare da capo appare come un accanimento sterile se il vizio risiede alla radice del sistema accusatorio. È il momento di giungere a una piena assoluzione per il Cardinale e di aprire una vera indagine su chi ha costruito accuse infondate, calpestando la dignità della Giustizia stessa e la verità dei fatti.»
ANALOGIE E DIFFERENZE TRA IL CASO TORTORA E IL CASO BECCIU. I magistrati e le forze dell'ordine che hanno fatto condannare Enzo Tortora hanno sbagliato. Erano in buona fede? Chissà. I magistrati e le forze dell'ordine che hanno fatto condannare Angelo Becciu hanno sbagliato. Certamente NON erano in buna fede! E anzi hanno contribuito a ordire il complotto. (AP 18 marzo 2026)
Vittorio Feltri, L'Inquisizione contro Becciu è sconfitta. Io l'ho difeso (in solitaria) e oggi esulto, in «Il Giornale», 19 marzo 2026. UNA PAGINA DI GIORNALISMO SERIO (in contrasto con la vigliaccheria imbrattacarte; per non parlare dei criminali mascariatori). Il cardinale fatto a pezzi senza diritto alla difesa. Un abominio. «Legge viene da leggere. Lo aveva scritto san Tommaso nella Summa Teologica. La norma, se non puoi leggerla, non è legge: è arbitrio. Non serve essere Severino e Flick per capirlo. Eppure proprio i grandi giuristi appena citati, già ministri della Giustizia italiani, ingaggiati come avvocati dalle parti civili vaticane, hanno taciuto, mentre un uomo veniva inchiodato al pubblico ludibrio. Torniamo a quel 24 settembre 2020, alle 18:05, a Santa Marta: un articolo dell'Espresso — non ancora in edicola — già sulla scrivania del Papa, un'udienza di venti minuti, e poi la caduta immediata senza contraddittorio. Una crocifissione preventiva, come l'ha definita Alberto Melloni. Da quel momento Becciu non è più un indagato, ma un colpevole. Come lo sceriffo di Nottingham, e il resto del mondo si sente Robin Hood. E nessuno osa alitare un dubbio. Nessuno tra i grandi giornali, nessuno tra quelli ecclesiastici, per timore di sembrare contro Francesco; nessuno tra gli intellettuali che pure amano erigersi a coscienza critica del Paese. La sparizione dello spirito critico è stata la vera anomalia. Quando tutti dicono la stessa cosa, non è perché hanno capito: è perché hanno smesso di guardare. E intanto c'era un dettaglio che gridava. Gli articoli dell'Espresso pubblicati con una scansione temporale che precedeva gli eventi stessi: pagine create prima delle dimissioni obbligate. Come facevano a sapere? Qui il problema non è il complottismo: è l'anti complottismo, quella posa da superiorità che impedisce di vedere anche l'evidenza. I complotti qualche volta esistono. (…) Unanimismo peloso. Provai a scandagliare. Finalmente ebbi tra le mani il lavoro di chi, mettendosi al fianco del prelato disonorato, si era reso conto dal primo istante dell'inghippo: l'avvocato di Verona Natale Callipari. (…) Come faceva / Espresso a scrivere delle dimissioni otto ore in anticipo sui fatti? (…) Questi scoop incontrarono il meticoloso silenzio del coro unico dei vaticanisti e dei rispettivi direttori. (…) So che il paragone con il caso Tortora viene ripetuto spesso fuori luogo. Non in questo caso. A me è capitato di rivivere la stessa solitudine della mia ribellione davanti a un panorama identico: accuse mostruose, unanimità mediatica, distruzione preventiva. Con una differenza: qui tutto accadeva non in un tribunale napoletano, con pentiti di camorra pluriassassini, ma in un quadro dove pareva che gli accusatori portassero l'aureola. Invece di rendere più scrupolosi, questa apparenza di santità infallibile aveva reso tutti ciechi e soddisfatti. A parte gli errori sesquipedali della magistratura vaticana di primo grado al completo, da questa ordinanza clamorosa risulta intaccata la figura di papa Francesco. Mi ostino a ritenerlo anch'egli una vittima. Abbandonato e solo. Sovrano assoluto sulla carta, ma in realtà esposto a un meccanismo tecnico-giuridico che si è mosso da sé, senza controllo. (…) anche il Papa è legato alla ragionevolezza e alla giustizia. Non può fare qualunque cosa solo perché può. Deve restare dentro il diritto. Ed è qui che nasce la domanda: perché nessun cardinale-canonista ha aiutato il Papa? Perché uomini di Chiesa formati nel diritto canonico, custodi di una tradizione giuridica millenaria, sono rimasti in silenzio, lasciando che a parlare fossero quasi solo i tecnici dell'accusa, mentre il Papa veniva esposto al rischio di decisioni giuridicamente fragili e simbolicamente devastanti? I critici del processo sono stati dipinti - e io in cima alla lista - come avversari del Papa, mentre erano, piuttosto, amici del Papa e della verità. E pesa, in questo clima, il servilismo di troppi, e gli osanna ecclesiastici tributati al direttore dell' Espresso Marco Damilano, premiato con la nomina a primo relatore del sinodo diocesano di Roma alla presenza di Papa Francesco (e quindi gratificato di un sontuoso contratto in Rai). E così finisce tra i rovi quello che doveva essere il processo del secolo. Torquemada ha perso. Certo, si andrà avanti. Il processo ricomincerà a giugno. Ma finalmente ad armi pari. Senza norme segrete. Le carte finora occultate canteranno. E stavolta non saranno ritagliate per il comodo dei persecutori. I giornali vaticani e Avvenire, quotidiano dei vescovi, intanto, minimizzano l'accaduto, nessun mea culpa ha scosso pubblicamente il petto di prelati o giornalisti, ma sarebbe pretendere troppo. Leone XIV come e quando ridarà a Becciu l'onore perduto, i diritti e i doveri di cardinale? Passeranno anni. Non può e non vuole influenzare il corso della giustizia, e già questo – visto l'interventismo precedente - è rivoluzionario.» Bisogna riconoscere che fu quasi l'unico giornalista a difendere Enzo Tortora – uomo onesto – quando tutta l'Italia scagliava vagonate di fango. Allora. E a difendere Angelo Becciu – uomo onesto e cristiano esemplare – quando il mondo intero, Papa compreso (certo ingannato), lo insulta(va) e lo perseguita(va) sommergendolo con montagne di menzogne e di calunnie. Oggi. L'umanità manipolata diventa una bestia. E la mafia ne approfitta. Anche online.
Tommaso Cerno, Cardinale Becciu, in «2 di picche», Rai2, 19 marzo 2026. «Che cosa sta succedendo quindi dietro le Sacre Mura? Che cosa Papa Leone si trova davanti? La necessità di raccontare al mondo che il Vaticano ha processato un cardinale senza ragione, perché il suo predecessore era stato portato a credere cose che non erano avvenute? Sarebbe molto grave scoprire che il processo contro Angelo Becciu era un tentativo di attaccare papa Francesco. Oppure è un altro “caso Tortora” avvenuto dietro i Sacri Portoni? Un caso in cui chi lo accusava sapeva bene che l’obiettivo non era quel cardinale, ma era la Chiesa.»
Gianfranco Pala, «Hanno teso una rete ai miei piedi, hanno scavato davanti a me una fossa, e vi sono caduti», in «Voce del Logudoro», 22 marzo 2026. «... il fallimento dei piani dei nemici, ammesso che un cristiano possa avere dei nemici, che finiscono per colpire chi li ha orchestrati. Infatti, via via che il processo andava avanti, appariva sempre più chiaramente che era stato architettato con abile astuzia, un vero complotto, come pochi se ne vedevano, tra le mura leonine, dai tempi più bui della storia della Chiesa.»
Ivo Pincara, Cinque anni e mezzo: Fede, giustizia e verità nel "caso Becciu", in «Korazym», 24 marzo 2026. «Il tempo trascorso non ha attenuato interrogativi e tensioni, ma ha piuttosto reso più evidente la necessità di distinguere tra verità e narrazione, tra giustizia e apparenza. In questo contesto, la testimonianza personale si intreccia con una più ampia riflessione sulla Fede, sulla perseveranza e sulla ricerca della verità, anche quando questa appare offuscata o distorta. Il caso del Cardinale Giovanni Angelo Becciu continua a suscitare interrogativi profondi, non solo sul piano giudiziario, ma anche su quello umano e spirituale. (IP) "Io sono sempre più convinto che il card. Becciu sia la vittima innocente di una colossale montatura tramata ad arte da menti malvagie, per far male alla Chiesa e per far cadere il Papa in una trappola: una diabolica polpetta avvelenata. Chi più di Becciu assomiglia a Gesù crocifisso e abbandonato, vittima innocente di malvagie calunnie? Eppure lui percorre la sua via crucis fino in fondo, senza ribellarsi, accettando la volontà di Dio con dignità e fiduciosa serenità. E pregando per il Papa. Voglio andare fino in fondo anch’io, a questa via. Voglio accompagnarlo, per quel poco che posso, come un minuscolo cireneo. Quattro anni e mezzo. Ma quant’è lunga, ancora, la via crucis? Che finisca presto!" (AP)»
Fari Pad (Facebook, 30 marzo 2026): «PROCESSO BECCIU: TRA ERRORE PROCEDURALE E POSSIBILE MACCHINAZIONE ISTITUZIONALE. «Il dottore Giuseppe Pignatone, pubblico ministero per una vita per la Repubblica italiana, passa senza incertezze dalla giustizia "in nome del popolo italiano" a quella "in nome di Sua Santità", solo che, quando (dopo la pensione) diventa presidente del tribunale del Vaticano sembra non essersi accorto pienamente di quale fosse il codice di procedura penale che era chiamato ad applicare. Questo è quanto sostiene l'ordinanza che in 16 pagine ha rimesso in discussione la regolarità del procedimento e di conseguenza una sentenza di 819 pagine. (...)» L'analisi di Giorgio Meletti sulla sentenza e sugli ultimi sviluppi procedurali mette in luce un bivio giuridico senza precedenti. Non si tratta solo di una discussione tecnica, ma della tenuta stessa dello Stato di Diritto in Vaticano. IL PRIMO VULNUS: LA SENTENZA PIGNATONE. Il punto di partenza è un dato di fatto: il Presidente Pignatone avrebbe emesso la sentenza disattendendo il codice di procedura penale in vigore al momento dei fatti (…). La strategia della "Sanatoria": La Corte sembrerebbe intenzionata a trattare questa mancanza come una nullità relativa, ipotizzando di poter "ripartire" dal punto in cui le chat erano state omissate per sanare il vizio procedurale. IL VERO NODO: LA RICUSAZIONE DEL PROMOTORE DIDDI. Tuttavia, esiste un secondo livello, ben più profondo, che scaturisce dall'istanza di ricusazione presentata contro il Promotore di Giustizia, Alessandro Diddi. È la stessa Corte ad aver ritenuto che le chat allegate a tale istanza ne abbiano determinato l'ammissibilità. Se venisse accertata la veridicità di tali messaggi, ci troveremmo di fronte a uno scenario radicale: il coinvolgimento di figure chiave. Le chat coinvolgerebbero l'ex capo della Gendarmeria Stefano De Santis, il Sostituto Edgar Peña Parra, oltre a Mons. Perlasca e Francesca Chaouqui. L'ipotesi della coordinazione: tali scambi parrebbero suggerire un possibile coordinamento tra organi inquirenti e testimoni che, in aula, avevano dichiarato sotto giuramento di non conoscersi o di non aver collaborato. (…) UNA RIFLESSIONE LOGICA SULLA NULLITA. Qualora venisse confermata una simile "macchinazione"' – ovvero una somma di intenti tra soggetti istituzionali e organi inquirenti per orientare l'esito del processo – la conseguenza giuridica cambierebbe radicalmente: 1) Non saremmo più davanti a una semplice "nullità relativa" riparabile tornando indietro di qualche passo. 2) Si profilerebbe una nullità strutturale e insanabile, un inquinamento delle prove e delle testimonianze, che renderebbe il processo nullo alla radice. CONCLUSIONE: L'accertamento del ruolo svolto da De Santis, Peña Parra, Perlasca e Chaouqui diventa dunque il perno dell'intera vicenda. Se il processo fosse stato manipolato "dietro le quinte", nessuna sanatoria tecnica potrebbe restituire legittimità a una condanna nata in un simile contesto. Il diritto non può essere una farsa: o è garanzia per tutti, o non è giustizia.»
Aurelie Nimarin, Vatikanska pravda ili režirana presuda?, in «Autograf.hr», 31 marzo 2026. La malagiustizia che ha ucciso Cristo assomiglia molto alla malagiustizia che ha crocifisso Becciu. Grande articolo dalla Croazia, tutto da leggere! «In questi giorni della Settimana Santa, la Chiesa cattolica ritorna di nuovo al mistero della passione, della condanna e della morte di Gesù Cristo. Torna sulla scena di un processo ingiusto, al silenzio della verità di fronte all'interesse, a un tribunale che non cercava giustizia, ma a confermare la decisione già presa. Ecco perché il caso del cardinale Giovanni Angelo Becciu, che è tornato al centro del pubblico in questi giorni, non è solo un problema legale o istituzionale, ma diventa anche una dolorosa questione della Chiesa. (...) Ma qual è la retorica della riforma se le regole cambiano quando diventano un fastidio? Qual è il valore di invocare misericordia e giustizia se i documenti chiave vengono negati nel processo più importante del decennio? Che senso ha chiedere costantemente “sinodalità” e “ascolto” se nei procedimenti legali reali l’imputato non ottiene la piena possibilità di difesa? La corte d'appello non solo ha rivelato l'omissione procedurale, ma ha anche rivelato che l'intero processo è stato guidato dalla logica delle scorciatoie straordinarie, dalle norme che sono state bypassate, dalle procedure che si sono allungate e dagli interventi con cui l'esito è diventato più importante della legalità. È particolarmente grave che la stessa corte d'appello abbia preso in considerazione le riscrizioni papali emesse nel corso dell'inchiesta. (...) Il problema è nel modello di governo. In un modello in cui le regole sono percepite non come il limite del potere, ma come uno strumento di potere. In un modello in cui il Papa interviene, cambia procedura, amplia i poteri dell'accusa, dando l'impressione che l'obiettivo sia più importante della forma. Ma la forma giusta non è una decorazione. La forma è una garanzia contro l’arbitrio. (...) Cristo non è stato condannato perché la verità è stata sconfitta da argomenti, ma perché l’interesse era più forte del diritto e la paura era più forte della coscienza. (...) La Chiesa che osserva Cristo davanti a Pilato deve avere la forza di chiederci, dove e se abbiamo permesso che prevalesse l’interesse, che il potere sostituisse la giustizia, e che renda il risultato più importante della verità? Ma il Venerdì Santo non è l’ultima parola. L’ultima parola non ha né ingiustizia, né menzogna, né manipolazione, né processi diretti. L’ultima parola ha la Pasqua, la vittoria della verità sulla menzogna, la giustizia sull’arbitrio, la luce sulle tenebre e la vita sulla morte. Che questa Pasqua sia felice e benedetta a tutti, nella speranza che la vittoria del Cristo Risorto sia sia una vittoria della verità, della legge e della giustizia, sia nella Chiesa che nel mondo» (traduzione automatica).
Giulio Nova, Es war ein unfairer Prozess, in «Die Tagespost», 1° aprile 2026. È STATO UN PROCESSO INGIUSTO. Tutto il contrario di un "processo giusto" e "trasparente", come millantavano certi "giornalisti" asserviti alla malagiustizia vaticana. Una macchia indelebile sulla storia della Chiesa! «Da un lato, perché l’allora procuratore vaticano Alessandro Diddi, chiamato “Promotore di giustizia”, non ha presentato integralmente il “fascicolo di indagine” ma solo “documenti che erano stati parzialmente oscurati”. Parti irriconoscibili includono anche messaggi di chat di Genoveffa Ciferri e Francesca Immacolata Chaouqui sul testimone principale dell'accusa, monsignor Alberto Perlasca, l'ex direttore dell'ufficio amministrativo della Segreteria di Stato. Ciferri era uno stretto confidente di Perlasca e Chaouqui ha avuto un ruolo inglorioso nel processo a Vatileaks II. Secondo la difesa, queste chat, che non sono state depositate nei file di prova, dimostrerebbero il ruolo che Chaouqui e Ciferri si dice abbiano interpretato dietro le quinte “manipolando” Perlasca stesso, i principali testimoni su cui si basa l’intera incriminazione. (...) la «mancanza di pubblicazione tempestiva» di uno dei rescritti pontifici ha comportato la conseguente nullità di tutti gli atti adottati dal pubblico ministero sulla base di tale ingiunzione. (...) La Corte cerca di preservare il volto di Papa Francesco. Così facendo, la corte ha cercato di preservare il volto di Papa Francesco facendo passare ogni responsabilità per l'omissione del rescritto all'accusa. E per farlo, trova: se è vero che il Papa non aveva ordinato la pubblicazione del rescritto, così è altrettanto vero che non aveva ordinato di non pubblicarlo.» (traduzione automatica)
Carlo Cambi, Il lato oscuro del caso Becciu, in «Panorama», 1° aprile 2026. «La Chaouqui interloquisce con Genoveffa Ciferri, "protettrice" di monsignor Alberto Perlasca, l'uomo che materialmente ha trattato il palazzone di Sloane Avenue e che è diventato in un batter d'occhio da primo accusato a primo accusatore. Monsignor Becciu una volta pubblicate dal quotidiano Domani queste e-mail di cui Diddi era al corrente, ma non ha riversato nel processo perché avrebbero indebolito la testimnianza di accusa di Perlasca – primo collaboratore del cardinale –, ha parlato apertamente di complotto. (...) C'è un aspetto molto oscuro della vicenda però: perché agenti dei servizi segreti italiani hanno agito su richiesta del cardinale Edgar Peña Parra, il successore di Becciu in Segreteria di Stato, in Vaticano? Che rapporti aveva la Chaouqui con questi agenti e con Diddi? E soprattutto perché Pasquale Striano, lo spione della Guardia di Finanza "protetto" da Faderico Cafiero De Raho, ha dossierato Becciu e tutti gli uomini d'affari che entrano nel processo?»
Luigi Bisignani, I retroscena sulla nomina di Peña Parra: il caso del Nunzio, la croce di Leone, in «Il Tempo», 5 aprile 2026. Quell'intrallazzatore di Peña Parra! «... a Londra davanti alla High Court of Justice, luglio 2024, presieduta da Justice Robin Knowles, per più udienze, sudato e visibilmente in difficoltà, con accanto un bodyguard imponente e con le ciglia che parevano truccate, ammise di essere a conoscenza di fatture false pagate dal suo ufficio e di aver aperto la porta a investitori accreditati con leggerezza. Il giudice inglese esterrefatto assistette a quel penoso calvario. Il primo giorno Peña Parra rispose in inglese. Successivamente preferì avere accanto un interprete, forse per prendere tempo nelle risposte, non riuscendo a districarsi nel pasticcio in cui si era ficcato. La situazione emerse poi chiaramente durante il processo vaticano, in cui gendarmeria e testimoni, sotto la regia, probabilmente della Segreteria di Stato, finirono per confondere perfino il Santo Padre. Un «papocchio» a cui Prevost sta cercando di porre rimedio, come del resto era del tutto evidente perfino durante il dibattito nelle Congregazioni Generali quando a sorpresa il Segretario di Stato parlò di uno scritto di Bergoglio, mai prima ufficializzato, in cui veniva sorprendentemente chiesta la rinuncia di Becciu al Conclave. Ma occorre fare un passo indietro nel settembre del 2020. In occasione dell’udienza in cui Becciu fu dimissionato da Francesco, l’elemento più anomalo non fu tanto la coincidenza con l’uscita dell’articolo su L’Espresso, quanto il fatto che le informazioni pare fossero giunte al pontefice attraverso un militare della Guardia di Finanza, poi trasmesse pare proprio anche a Peña Parra. L’Ufficio del Sostituto sembra avesse un report già sei mesi prima dell’avvio formale delle indagini vaticane, contenente anche informazioni provenienti da accessi illeciti effettuati da Pasquale Striano, il finanziere sotto inchiesta dell’indagine «Dossieropoli», al centro di mille intrighi su numerosi soggetti poi coinvolti nel processo contro il porporato di Pattada. Tra i nomi «attenzionati» figuravano politici, imprenditori e figure pubbliche. Tutti i dubbi su questa opaca vicenda, che sembra un plot di Dan Brown tra spie, Mata Hari all’ombra dell’Aise e apparecchiature di criptazioni israeliane, potranno forse essere chiariti dopo il deposito integrale di tutti gli atti di indagine ordinato dalla Corte di appello vaticana all’Ufficio del promotore di giustizia. La questione è incandescente e quindi non è da escludere che la richiesta della Corte non sarà rispettata, con conseguente invalidità dell’intero processo per grave violazione del diritto alla difesa, diritti sacrosanti che proprio Prevost ha ribadito solennemente in due occasioni pubbliche. (...) Pesano, a sentir gli spifferi della terza loggia del Palazzo Apostolico, le ombre su modalità operative e su rapporti maturati in quegli anni: contatti con il Tribunale e ambienti della gendarmeria vaticana, interlocuzioni con apparati di intelligence e legami con settori della Guardia di Finanza, in un intreccio mai chiarito fino in fondo. Elementi che in parecchi funzionari, dell’una e dall’altra parte, sollevano più di una perplessità sulla sua idoneità a rappresentare la Santa Sede proprio in Italia. A ciò si aggiungono la gestione dei fondi della Segreteria di Stato e i danni economici rilevanti, tra cui i costi legali - nell’ordine di decine di milioni di euro tra avvocati e informatori a vario titolo - legati alla vicenda londinese. Peña Parra è comunque, almeno in questo, il primo Sostituto del dopoguerra a non aver ricevuto la porpora e uno dei pochi a essere stato di fatto rimosso per essere destinato a una nunziatura. Resta altresì una questione di fondo: questa nomina rischia di esporre il governo italiano a un evidente imbarazzo, costringendolo a vigilare da subito sui rapporti del nuovo nunzio con gli apparati più delicati dello Stato.»
Aurelie Nimarin, Giustizia vaticana o sentenza pilotata?, in «Faro di Roma», 9 aprile 2026. Vi prego, se credete che la giustizia sia un valore importante, leggete questo testo con attenzione, frase per frase, parola per parola. E facciamolo sapere al mondo intero! «L’uguaglianza davanti alla legge non esiste laddove la legge viene adattata alle esigenze del momento. (…) In questo contesto vale la pena ricordare l’avvertimento di Hannah Arendt: "I più grandi crimini non sono commessi da demoni, ma da persone comuni che hanno accettato un ordine delle cose in cui il crimine non appare più come crimine". Sembra che proprio una simile mentalità, durante il pontificato di Francesco, abbia messo radici profonde: verso l’esterno una retorica morale centralizzata, e verso l’interno regole flessibili, interventi personali, meccanismi straordinari e cerchie di fiducia. (…) La firma di un ordinamento giuridico sano è la prevedibilità: si sa chi decide, in base a quale legge, con quale procedura, con quali garanzie e entro quali limiti. La firma di un sistema malato è l’improvvisazione: oggi vale una cosa, domani un’altra; oggi si richiama la regola, domani l’eccezione; oggi si parla di diritto, domani di “interesse superiore”. (…) Se nel “processo del secolo” è stato possibile compromettere standard procedurali fondamentali, modificare con atti pontifici il quadro dell’indagine e negare alla difesa ciò che le spetta per legge, allora è legittimo dubitare anche del più ampio modo di operare degli organismi vaticani di quel periodo. (...) Ciò non significa che ogni sentenza sia invalida, né che ogni decisione dei dicasteri vaticani sia stata frutto di corruzione. Ma significa che è stata incrinata la premessa fondamentale della fiducia. E quando viene meno la fiducia nell’ordinamento giuridico, ogni decisione comincia ad apparire come il risultato di relazioni, e non della norma. (…) relazioni, improvvisazione e una cultura corruttiva del favore non possono essere un modo accettabile di governare la Chiesa. La Chiesa può sopravvivere allo scandalo di un singolo uomo. Più difficilmente sopravvive allo scandalo di un sistema. E con la massima difficoltà sopravvive al momento in cui i fedeli e l’opinione pubblica giungono alla conclusione che ai suoi vertici non si sia giudicato secondo diritto, ma secondo interesse, relazioni, equilibri di lealtà e volontà di chi aveva accesso alle leve del potere. (...) Nella Settimana Santa la Chiesa fa memoria di ciò che non dovrebbe mai dimenticare: il suo Signore non fu vittima di un processo giusto, ma di un’ingiustizia rivestita della forma di un tribunale. Cristo non fu condannato perché la verità fu sconfitta dagli argomenti, ma perché l’interesse fu più forte del diritto e la paura più forte della coscienza. Per questo la Settimana Santa non è soltanto un tempo di devota memoria, ma anche un tempo di serio esame di coscienza per la Chiesa — non solo per i singoli, ma anche per le sue istituzioni, i tribunali, i dicasteri e le strutture arcidiocesane e diocesane. La Chiesa che contempla Cristo davanti a Pilato deve avere il coraggio di interrogare se stessa: dove siamo e abbiamo forse anche noi permesso che l’interesse prevalesse sul diritto, che il potere sostituisse la giustizia e che l’esito diventasse più importante della verità? Ma il Venerdì Santo non è l’ultima parola. L’ultima parola non appartiene né all’ingiustizia, né alla menzogna, né alla manipolazione, né ai processi pilotati. L’ultima parola è la Pasqua, la vittoria della verità sulla menzogna, della giustizia sull’arbitrio, della luce sulle tenebre e della vita sulla morte.»
Marco Scotto, Il processo Becciu e la fine di una narrazione: perché oggi tutto va riscritto, in «Affari Italiani», 15 aprile 2026. «... la presunzione di innocenza è rimasta schiacciata sotto il peso di una condanna anticipata. Ben prima dell’inizio del dibattimento, infatti, una parte consistente della stampa aveva già emesso il proprio verdetto: quello di un alto prelato che si sarebbe appropriato di denaro della Chiesa per operazioni speculative. Una storia che sembrava già scritta, con un colpevole designato e un’opinione pubblica pronta a seguirne la narrazione. (...) La vera cesura arriva però con il giudizio d’appello. La Corte vaticana ha accolto le eccezioni delle difese, rilevando vizi procedurali gravi: dal mancato deposito integrale degli atti di indagine alle problematiche legate ai Rescripta pontifici. (...) Il processo dovrà essere rifatto da capo. Non per indulgenza, ma perché l’impianto originario presentava vizi strutturali tali da comprometterne la legittimità. (...) In questo contesto assume un peso particolare l’atteggiamento del cardinale Becciu, che non si è mai sottratto al processo: ha partecipato a tutte le udienze, si è sottoposto a interrogatori lunghi e complessi, ha mantenuto una linea difensiva tecnica e misurata, affidata agli avvocati Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo. Una strategia fondata su un punto fermo: dimostrare l’assenza di condotte appropriative. Una linea sobria, mai urlata, ma sostenuta con assoluta fermezza. Durante il dibattimento sono emerse crepe significative nell’impianto accusatorio, anche grazie all’analisi delle testimonianze e delle comunicazioni tra i soggetti coinvolti. Uno dei momenti più clamorosi fu l’arrivo, nella notte, delle famose chat depositate in aula: messaggi che confermavano le intuizioni della difesa e gettavano nuova luce sul ruolo del testimone chiave, l’ex capo dell’ufficio amministrativo. Siamo lontani dal linciaggio iniziale. Resta un processo da celebrare nuovamente. E soprattutto, resta una verità da accertare — questa volta nel pieno rispetto delle regole.»














































