
COMPONI IL PUZZLE
(Il COMPLOTTO)
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«Erano ad un punto morto. Senza di te col ca*** che si faceva l’inchiesta. Siamo seri», scrive su WhatsApp Francesca Immacolata Chaouqui, la lobbista, meglio nota come “papessa”. Chaouqui, in quel momento, sta parlando con Genoveffa “Genevieve” Ciferri, grande amica del monsignor Alberto Perlasca, a sua volta grande accusatore di Becciu. «Se viene fuori che eravamo tutti d'accordo è la fine.»
Francesca Immacolata Chaouqui ha affermato spudoratamente: «SE IO NON FOSSI STATA NOMINATA IN COSEA, (BECCIU) PROBABILMENTE SAREBBE PAPA ADESSO; AL PROSSIMO CONCLAVE MAGARI DIVENTAVA PAPA»; «GRAZIE A ME BECCIU NON DIVENTERÀ PAPA». Ecco l'ammissione di colei che ha ordito il complotto! Ecco il fine dell'operazione.
Tutto fa pensare che nella percezione generale sia stato taroccato il nesso eziologico (causa-effetto): tutto il mondo pensa che Becciu venga escluso dal Conclave per essere stato condannato; in realtà anche le parole della Chaouqui fanno intuire che Becciu è stato condannato (senza un briciolo di prova) proprio al fine di espellerlo dal Conclave. La ragion di stato contro la verità, siamo sempre lì: «... meglio che muoia un solo uomo per il popolo...».
Ma si veda anche il caso di Nicola Giampaolo, cha ha diffuso le sue calunnie attraverso la trasmissione "Report", nonché l'obbrobriosa campagna di diffamazione imbastita da «L'Espresso».
Franca Giansoldati, Becciu, domani il processo d'appello: primo test per Leone XIV. Dalla richiesta del conclave alle false testimonianze, la vicenda, in «Il Messaggero», 21 settembre 2025. ECCELLENTE RIASSUNTO DI FRANCA GIANSOLDATI. IL VERO SCANDALO È QUELLO DEL COMPLOTTO CONTRO UN INNOCENTE IN CUI ANCHE LA MAGISTRATURA E LA GENDARMERIA PAIONO COINVOLTE. «Una vicenda suddivisa in tre tronconi che si è rivelata complessa e piena di colpi di scena, in cui si sono incrociate in tribunale persino false testimonianze, agenti segreti più volte tirati in ballo, registrazioni illegali sul suolo italiano da parte di gendarmi vaticani, la presenza di strani suggeritori dietro le quinte per manipolare il principale accusatore del cardinale Becciu, il suo ex braccio destro in Segreteria di Stato, un tempo responsabile dell'ufficio finanziario: monsignor Alberto Perlasca. Infine, da registrare, persino le incursioni personali nel processo da parte di Papa Francesco che ha firmato ben ben quattro decreti a processo in corso, pur di dare maggiori poteri inquirenti all'ufficio del Promotore di Giustizia. L'appello parte con tanti problemi. Il primo riguarda il Promotore di Giustizia che in questo caso risulta essere lo stesso magistrato – Alessandro Diddi – il quale in primo grado aveva rappresentato l'accusa. Tuttavia a rendere il quadro assai malfermo sono gli elementi che nel frattempo sono emersi, vale a dire la trascrizione completa della messaggistica WhatsApp tra Francesca Chaouqui e Genoveffa Ciferri che si sviluppa per 3.225 pagine, a cui devono aggiungersi pure numerosi messaggi vocali; quella tra la Ciferri e monsignor Peña Parra (altre 278 pagine) e quella tra la Ciferri e il Promotore di Giustizia, Diddi (ben 42 pagine). Di conseguenza resta da capire se l'impianto processuale seguirà i binari individuati e scelti a suo tempo da Papa Francesco, oppure se Leone XIV vorrà intervenire (ma non si sa come) per riequilibrare il quadro. Tutto il processo poggia sul memoriale di monsignor Alberto Perlasca, il monsignore che è stato il responsabile dell'ufficio finanze in Segreteria di Stato, un tempo fedelissimo di Becciu, diventato in seguito il suo più feroce accusatore. Nelle oltre ottanta udienze del processo di primo grado (costato la condanna di Becciu e di altri nove, tra cui un sacerdote, finanzieri e funzionari vaticani) è emerso con chiarezza quel memoriale potrebbe essere frutto di manipolazioni, nel senso che a Perlasca venne suggerito cosa dire e cosa non dire da un “anonimo magistrato in pensione”, dietro il quale però si nascondeva la lobbista Francesca Chaouqui, la quale, a sua volta, sempre dai messaggi Whatsapp, era in contatto con il Promotore di giustizia Diddi. Una mossa che aveva consentito a lui, e all'allora presidente del tribunale, Giuseppe Pignatone, di rifiutare tutte le richieste delle difese degli imputati di prendere visione di quel materiale necessario per la difesa. I documenti sembrano dare effettivamente corpo al complotto. Sei mesi fa circa gli avvocati del finanziere Raffaele Mincione (anch'egli condannato) hanno depositato all'ONU tutti i messaggi che il Tribunale vaticano aveva ritenuto di non diffondere per asserite “esigenze di segretezza”. E' da quelle carte che si evince che Chaouqui non solo conosceva nei dettagli tutta la fase dell'inchiesta ben prima che Perlasca scrivesse il memoriale. Un testo che sembra essere strutturato praticamente sotto dettatura. Nelle chat ci sono i anche diversi riferimenti al ruolo pro-attivo avuto dal gendarme Stefano De Santis (era il responsabile delle indagini) per i suoi contatti diretti con Chaouqui. De Santis in aula aveva però negato categoricamente di aver avuto contatti con Chaouqui, così come aveva smentito di aver effettuato una registrazione sul territorio italiano di una conversazione avvenuta in un ristorante, tra Becciu e monsignor Perlasca. Chaouqui, in uno dei messaggi, scrive a Genoveffa Ciferri, la donna amica di Perlasca e punto di contatto indiretto tra Chaouqui e Perlasca, “Dobbiamo capire cosa devi dire, per evitare che le chat siano considerate attendibili ove mai si decidesse di dissegretarle, perché in questo caso avrebbe ragione Becciu. Va disinnescata la bomba per me vale ciò che ho detto al processo. Non conosco Diddi. Se viene fuori che eravamo tutti d'accordo è la fine”. Il 26 settembre 2020, un anno prima del processo di primo grado in Vaticano, Francesco decise di punire in modo inusuale il cardinale Becciu. Lo chiamò a Santa Marta mostrandogli subito un articolo pubblicato dall'Espresso che riportava gran parte del memoriale di Perlasca, carte che avrebbero dovuto essere coperte dal segreto istruttorio. In base a quell'articolo Bergoglio decise di agire e togliere al porporato i diritti del cardinalato. «Contro di me è stato ordita una congiura», una frase che Becciu ha ribadito anche davanti a tutti i cardinali riuniti prima del conclave. Durante le Congregazioni Generali il tema di come è stata amministrata la giustizia per anni in Vaticano è stata al centro di numerosi interventi a porte chiuse. “Basta con il giustizialismo” hanno detto alcuni porporati, esplicitando la richiesta che il prossimo Papa, chiunque risultasse eletto, volesse riportare le regole canoniche in primo piano. La medesima richiesta è arrivata anche dopo il conclave, nella prima riunione dei cardinali, in tanti hanno esortato Leone XIV a “riformare e correggere” questo settore. Chi è Francesca Chaouqui? All'inizio del pontificato di Bergoglio l'esperta in pr è stata per un certo periodo di tempo una sua stretta collaboratrice. Ma poco dopo finì a processo e condannata a 10 mesi per concorso nella divulgazione illecita di notizie e documenti durante lo scandalo Vatileaks. Adesso si trova di nuovo indagata in Vaticano per traffico di influenze (avrebbe ricevuto del denaro da Genevieve Ciferri per subornare il principale accusatore di Becciu, monsignor Perlasca). Inoltre, è accusata pure di falsa testimonianza per la deposizione resa in tribunale, durante il processo per il Palazzo di Londra. Nei mesi scorsi, oltre alla messaggistica Whatsapp, la trasmissione delle Iene aveva fatto ascoltare un audio in cui si sentiva una conversazione telefonica tra Chaouqui e il gendarme De Santis in cui è quest'ultimo suggeriva cosa far dire a monsignor Perlasca.» Anche in francese.
Giuliano Foschini e Iacopo Scaramuzzi, Il cardinale a caccia di riabilitazione. Becciu torna sul banco degli imputati, in «Repubblica», 22 settembre 2025. «Le violazioni ai principi del giusto processo — commenta Geraldina Boni, professoressa di diritto canonico ed ecclesiastico all’università di Bologna, nonché coautrice del libro “Il processo Becciu” (Marietti) — sono state così pesanti e reiterate da pregiudicare la tenuta dell’intera procedura». Bergoglio, secondo la canonista, «è stato indotto ad avvalersi in modo arbitrario delle proprie prerogative di governo». Ora «la sensibilità giuridica e la già dimostrata prudenza di Papa Prevost potranno reindirizzare la giustizia vaticana verso un ordinamento giudiziario più adeguato». Di più: nel corso del primo grado gli avvocati di Becciu hanno criticato sia il peso attribuito dalla pubblica accusa al memoriale scritto contro il cardinale da monsignor Alberto Perlasca, suo stretto collaboratore nella compravendita del palazzo londinese, sia il fatto che lo stesso Perlasca, che non è mai stato imputato, sarebbe stato manipolato da due donne a loro volta sentite come testimoni, Francesca Immacolata Chaouqui e Genoveffa Ciferri. Circostanza che emergerebbe chiaramente da diversi scambi di messaggi WhatsApp depositati agli atti e anche alla procura di Roma. Becciu — insieme con alcuni degli altri condannati in primo grado, e cioè Enrico Crasso, l’uomo che per 27 anni ha gestito le finanze della Segreteria di Stato vaticana, il funzionario della Santa Sede Fabrizio Tirabassi e (in un esposto gemello parallelo) il finanziere Raffaele Mincione — ha presentato un lungo esposto alla procura di Roma, che ha aperto un’indagine, nel quale si ricostruisce quello che ha definito un piano «illecito», «organizzato sul territorio italiano e condotto da una persona del tutto estranea al processo vaticano». Che aveva un solo fine: fare condannare il cardinale in modo da distruggerlo. L’ipotesi è quella di truffa ed estorsione, in un’indagine che vede al centro Chaouqui. In particolare, si legge nel documento, sarebbe stato «manipolato» il principale teste dell’accusa, monsignor Perlasca.»
Giacomo Amadori, L'accusa al giudice di Bergoglio: «Comprò case in nero dai mafiosi», in «La Verità», 22 settembre 2025. QUESTO SOGGETTO – IL GIUDICE VATICANO GIUSEPPE PIGNATONE, GIÀ INDAGATO PER FAVOREGGIAMENTO ALLA MAFIA! – HA CONDANNATO UN INNOCENTE, IL CARDINALE GIOVANNI ANGELO BECCIU. PIGNATONE È UNA PERSONA RICATTATA/-BILE DALLA MAFIA?
Nicole Winfield, Defense in Vatican 'trial of the century' asks prosecutor to recuse himself for questionable conduct, in «National Catholic Reporter», 22 settembre 2025. «Recently, thousands of pages of WhatsApp texts and audio messages have provided the backstory to Perlasca's changed position. They suggest questionable behavior by Vatican police, Diddi and Francis himself. They document a behind-the-scenes effort by two women, Francesca Chaouqui and Genevieve Ciferri, to target the cardinal by persuading Perlasca to turn on him. While the claims are unverified, the defense has seized on them as evidence that the investigation was contaminated from the start and the defendants couldn't get a fair trial in the Vatican, an absolute monarchy where Francis intervened on behalf of prosecutors. The existence of the messages first jolted the trial in 2022 when Diddi told the court that Ciferri had forwarded him 126 chats she exchanged with Chaouqui. Diddi entered the messages into evidence but redacted all but eight, prompting defense complaints that he was withholding crucial evidence. After the sentences were handed down, Ciferri gave all the chats plus thousands of other exchanges over four years to lawyers for another defendant and they have continued circulating. The additional content shows Diddi had more than 126 chats in 2022 and that Ciferri continued forwarding him content for four days. Diddi said he blocked her after the first night. The additional chats suggest Diddi had "irregular contacts" with Perlasca, the defense said. The defense lawyers also cited an audio file suggesting Vatican Police Commissioner Stefano De Santis gave Chaouqui advice to Perlasca about how to implicate others when he was still a suspect. After Perlasca changed his story, he not only escaped prosecution but was listed as an injured party in the trial and became a prosecutor in another Vatican court. "We do not yet know whether what emerges from the chats and audio recordings is true, but it is certain that they seem to reveal — except for possible boasts, which must be verified — a disturbing direct or indirect involvement of the investigators," in conditioning Perlasca's testimony, lawyers for the four main defendants wrote in a motion demanding Diddi recuse himself. During Monday's hearing in a frescoed courtroom in the Apostolic Palace, Diddi thanked the defense for providing the opportunity to respond to the allegations and said he would take the three days to "express my thoughts calmly, in order to dispel the doubts that have arisen in recent months about the conduct of the investigation." He then left the tribunal and other prosecutors took over. If Diddi doesn't recuse himself, the matter will go before the Vatican high Court of Cassation headed by American Cardinal Kevin Farrell, a Francis protege and appointee. In his role as camerlengo, Farrell reportedly produced a letter from Francis after his death making clear the late pope didn't want Becciu to participate in the conclave to elect his successor.» Anche in spagnolo.
Franca Giansoldati, Processo Becciu, l'appello: ammessa dalla Corte la ricusazione del Promotore. Troppi dubbi per le chat della Chaouqui, in «Il Messaggero», 22 settembre 2025. SI SVEGLIA ANCHE IL VATICANO? NE NO, SI SVEGLIERÀ. E SARÀ UN BRUTTO RISVEGLIO! «Peserebbero come un macigno sul cosiddetto maxi processo d'Oltretevere la mole di messaggi intercorsi tra la pr Francesca Chaouqui e Genoveffa Ciferri, le due donne che, tra le pieghe di questa vicenda complicatissima, avrebbero ispirato su differenti livelli, il memoriale di monsignor Alberto Perlasca, il principale accusatore del cardinale Becciu. In particolare, secondo quanto si legge nel testo della Ricusazione, Chaouqui, avrebbe manipolato il monsignore (per il tramite di Ciferri) agendo dietro le quinte e in contatto con il Promotore di Giustizia Diddi. (...) L'avvocato Cataldo Intrieri, difensore di Fabrizio Tirabassi, si è fatto una idea ben precisa della decisione di Diddi di non fare un passo indietro: “il professor Diddi col suo intervento ha personalizzato il processo Becciu, lo ha trasformato in una questione che investe il suo ufficio e forse l’intera istituzione giudiziaria . Credo sia legittimo chiedersi perché stia rischiando di creare tale difficoltà in un momento di delicata transizione istituzionale . Non si rende conto che rischia di trasformare il processo Becciu nell’affaire Diddi? “» Anche in francese.
Processo a Becciu, al via l'Appello. E il cardinale ottiene subito la ricusazione dell'accusa, in «Rainews», 22 settembre 2025. «Il prelato sardo ha sempre dichiarato la sua “assoluta innocenza” e ha parlato di una “gogna pubblica di proporzione mondiale” nei suoi confronti. Durante il primo capitolo del procedimento giudiziario sono stati contestati duramente dagli avvocati delle difese i Rescripta di Papa Francesco, sopraggiunti nel corso delle indagini, che ne avrebbero modificato le modalità, conferendo poteri eccezionali ai pubblici ministeri. Gli interventi del Pontefice, che nello Stato della Città del Vaticano detiene il potere legislativo, sono stati contestati perché, secondo i legali, avrebbero permesso al promotore - tra le altre cose - di selezionare a sua discrezione gli atti da consegnare alle controparti, per giunta riempiti di omissis. A riaccendere i riflettori sull'intera vicenda processuale, in questi ultimi mesi, sono state una serie di chat, pubblicate su un quotidiano italiano, tra due donne, Francesca Immacolata Chaouqui e Genoveffa Ciferri, entrambe sentite come testimoni perché legate in diverso modo a monsignor Alberto Perlasca, ex direttore dell'Ufficio Amministrativo della Segreteria di Stato; le cui dichiarazioni, secondo una comune narrativa, avrebbero dato il via alle indagini concluse col rinvio a giudizio (nonostante il prelato non sia stato considerato un testimone attendibile dal Tribunale). Ciferri ha consegnato quelle stesse chat a uno degli imputati, il finanziere Raffaele Mincione, che le avrebbe trasmesse a un relatore speciale dell'Onu. Le conversazioni sono apparse integralmente su alcuni quotidiani. A parere delle difese, da esse emergerebbe che il memoriale e gli interrogatori del prelato siano frutto di una macchinazione a danno del cardinale Becciu che vedrebbe coinvolti, oltre a Chaouqui, anche dei funzionari dello Stato della Città del Vaticano. In molti hanno gridato allo scandalo di una indagine e, di conseguenza, di un intero processo “inquinati” da condizionamenti e triangolazioni, con toni che sembrano anche richiamare vendette personali.»
Francesco Peloso, Becciu chiede la ricusazione del promotore, in «Domani», 22 settembre 2025. «... l'eventuale conflitto d'interessi che emergerebbe ora in modo lampante dalle chat in – al centro di un lungo contenzioso fra accusa e difesa – non toccherebbe più un aspetto o l'altro del processo, ma farebbe venir meno i presupposti stessi del procedimento che sarebbe quindi, come minimo da rifare da capo.»
Felice Manti, Le chat segrete sul caso Becciu, tre imputati ricusano il pm Diddi, in «Il Giornale», 23 settembre 2025. OTTIMA SINTESI DELLA GIORNATA DI IERI «Una pubblica accusa ricusata come il Promotore di Giustizia Alessandro Diddi perché avrebbe concordato con personaggi estranei alle indagini come gestire il processo. Un presidente del Tribunale accusato di aver "comprato in nero case dai mafiosi" come l'ex pm Antimafia Giuseppe Pignatone, nei guai a Caltanissetta per aver occultato un'indagine che per i pm sarebbe costata la vita a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Un testimone subornato non dal principale indagato ma da due persone gonfie di malanimo e risentimento, come rivelerebbero alcune chat tra il 9 agosto 2020 e il maggio 2024, con tanto di dazione di denaro (15mila euro) su cui indagano i pm. Eccolo, per citare l'omonimo libro di Alberto Vacca presentato nei giorni scorsi a Roma dai Quaderni radicali, il "pasticciaccio brutto" del processo a monsignor Giovanni Angelo Becciu. (...) L'eventuale sostituzione di Diddi (cittadino vaticano assieme a Pignatone grazie a un motu proprio di Bergoglio a un pugno di giorni dalla sentenza di primo grado) così come la probabile acquisizione delle chat porterebbero il processo ad allungarsi ulteriormente, con un grave danno d'immagine per il Vaticano, uscito già malconcio da un verdetto viziato da troppi sospetti e da quattro "rescripta" delle regole processuali decise in corsa da Papa Francesco, che come emerge dalle chat sarebbe stato mal informato sulle presunte ruberie del cardinale strombazzate dall'Espresso e da Report, di cui non c'è traccia nella sentenza. Per Papa Leone XIV, che ha parlato con Becciu e ha visto i principali protagonisti di questo processo (tranne la Chaoqui, che si è rifiutato di incontrare), sarà un calice che si annuncia comunque amaro.»
Quentin Finelli, Affaire de Sloane Avenue : du pape François au pape Léon XIV, une nouvelle phase d’un procès marqué par une communication « hésitante » du Vatican, in «Tribune Chrétienne», 23 settembre 2025. «Alors que la justice vaticane s’efforce de reprendre la main, la communication institutionnelle du Saint-Siège peine à convaincre. Vatican News, sous la direction éditoriale d’Andrea Tornielli, a publié un article qui minimise fortement l’importance des messages Ciferri-Chaouqui, allant jusqu’à qualifier de « simple narration » les accusations de manipulations. Ce récit partiel, qui omet de mentionner l’ouverture de l’enquête de juin dernier, soulève de nouvelles critiques sur la manière dont les médias du Vatican présentent le dossier. L’affaire de Sloane Avenue, qui devait au départ illustrer la volonté de transparence du Vatican, s’est transformée en un long chemin judiciaire et institutionnel. Avec l’ouverture de l’appel, nous entrons dans une nouvelle phase: non seulement la cour devra examiner les zones d’ombre du premier procès, mais elle devra aussi donner des signes clairs que la justice vaticane est capable de fonctionner avec impartialité et crédibilité. Au-delà de l’aspect strictement judiciaire, la communication officielle du Saint-Siège apparaît comme l’un des points faibles de ce dossier. Vatican News, en cherchant à minimiser ou à orienter certains éléments, donne l’impression de défendre une version institutionnelle plutôt que d’informer avec transparence. Cette posture fragilise la confiance des fidèles et nourrit le soupçon, alors que l’Église a précisément besoin de clarté et de vérité.Sous le pontificat de Léon XIV, une opportunité s’ouvre : rompre avec les ambiguïtés de la période précédente et établir une culture de communication plus sobre, plus fidèle aux faits et moins partisane. Si le procès en appel permet de rétablir certaines garanties et si la communication ecclésiale sait faire preuve d’humilité et de rigueur, alors cette douloureuse affaire pourra au moins servir de leçon pour l’avenir de la justice et de la crédibilité du Vatican.» LA MANIPOLAZIONE – DEL PAPA, DELLA CHIESA INTERA – COMINCIA DALLO SCANDALO DELLA (DIS)INFORMAZIONE VATICANA, EVIDENTEMENTE IN COMBUTTA CON GLI ARCHITETTI DEL COMPLOTTO.
D.S.A. e L.M., Sloane Avenue. Il crollo del "processo del secolo", in «Silere non possum», 25 settembre 2025. LENTAMENTE (TROPPO LENTAMENTE) VERSO I TRIONFO DELLA VERITÀ «Il paradosso è che coloro che sono stati assolti – sacerdoti funzionari che hanno servito la Santa Sede con dedizione, senza aver mai commesso alcun crimine – non avevano bisogno di un “cavillo” per dimostrare la loro innocenza: lo avevano già fatto in primo grado e lo avrebbero fatto in secondo. Quello che fa più male, ora, è vedere ridotta a un tecnicismo la fine di un percorso che ha infangato la vita di persone integre, gettandole in un vortice di sospetti e insinuazioni. Un vortice alimentato da chi ha trasformato il Vaticano in un far west, senza alcun rispetto per la figura sacerdotale. (...) questa bagarre è stata pianificata e orchestrata da una donna repressa, ossessionata da un odio spasmodico verso colui che ritiene responsabile della sua cacciata dal Vaticano, e da un avvocato assetato di notorietà, ansioso di comparire sui giornali come il grande fustigatore. Ma non basta: l’intera vicenda è stata resa possibile dall’operato truffaldino e illegale di alcuni membri degli organi di polizia di questo Stato, che da anni praticano dossieraggi, intercettazioni abusive e pedinamenti su cardinali, vescovi, sacerdoti e laici. Un’attività costruita non per cercare la verità, ma per colpire, screditare e manipolare. (...) Oggi, forse, iniziamo finalmente a intravedere il trionfo della verità.»
Sante e Giancarlo Cavalleri, Processo Becciu: tre udienze, tre sconfitte per Diddi. Il cardinale: "Un bel segno, ma il cammino continua", in «Faro di Roma», 25 settembre 2025. «È un bel segno, ma c’è ancora un cammino da fare», ha commentato Becciu all’uscita dall’aula, senza ostentare rivincite personali ma lasciando trapelare la soddisfazione di chi ha visto incrinarsi un impianto accusatorio costruito a colpi di clamore e forzature giuridiche. (...) Le chat acquisite dagli atti processuali mostrano una realtà sorprendente: dietro alcune delle manovre che hanno alimentato l’inchiesta ci sarebbe stata la regia di Chaouqui, già coinvolta nel caso Vatileaks 2. Dai messaggi emergono contatti, pressioni, progetti di delegittimazione che avrebbero avuto come obiettivo la costruzione di un “caso Becciu” capace di travolgere non solo il cardinale, ma anche gli equilibri interni della Curia. Queste rivelazioni gettano un’ombra pesante sulla genuinità delle accuse, alimentando il sospetto che il processo sia stato condizionato da macchinazioni e interessi estranei alla ricerca della verità. La combinazione tra le sentenze sfavorevoli a Diddi e la pubblicazione delle chat segna un momento cruciale. Il cardinale Becciu, che per anni è stato dipinto dai media mainstream come l’emblema della corruzione vaticana, oggi appare come la vittima di un meccanismo che ha mescolato fretta giudiziaria, pressioni mediatiche e giochi di potere. Non è ancora la fine del percorso: «Il cammino continua», ha ricordato lo stesso Becciu. Ma il vento sembra girare. Ogni battuta d’arresto dell’accusa avvicina l’ex Sostituto a una riabilitazione che quanti lo conoscono avvertono come urgente e necessaria, e quanti hanno seguito il processo auspicano sulla base dell’assoluta mancanza di prove che sostengano l’ingiusta condanna subita in primo grado. Il vero sconfitto, al di là delle singole sentenze, è il metodo Diddi: l’idea che il diritto possa essere piegato all’urgenza di colpire, contando sul sostegno politico e sulla ratifica papale per coprire le crepe. Le ultime udienze dimostrano che questa stagione è finita. Il processo Becciu, nato per segnare una svolta nella giustizia vaticana, rischia ora di passare alla storia per il suo contrario: come il caso in cui le forzature e i giochi di potere si sono ritorciti contro chi li aveva orchestrati.»
Franca Giansoldati, Vaticano, braccio di ferro Pm-Corte d'Appello sul processo di Londra: la parola va alla Cassazione, udienze sospese fino al 2026, in «Il Messaggero» 6 ottobre 2025. «E' stato anche rilevato un fatto anomalo, e cioè che lo stesso Ufficio del Promotore di Giustizia tre anni fa, nel 2022, con il processo Caloia (l’ex presidente IOR) aveva chiesto ed ottenuto la inammissibilità di un atto di impugnazione per genericità dei motivi. Di conseguenza, hanno chiesto in coro gli avvocati, perchè oggi il Promotore argomenta l’inammissibilità dello stesso mezzo, senza informarci di cosa accaduto nel frattempo? (...) Leone XIV davanti alle telecamere due settimane fa ha fatto sapere che «il processo deve andare avanti» e che lui «non ha intenzione di interferire» lasciando ai giudici d'appello e agli avvocati della difesa il compito di arrivare alla conclusione. L'uso del verbo “interferire” scelto dal pontefice per sottolineare che avrebbe lasciato parlare solo il Diritto Canonico, ha inevitabilmente fatto affiorare, invece, l'interventismo massiccio del pontefice precedente arrivato persino a firmare ,a indagini aperte, quattro decreti (rescripta) al fine di assegnare al Promotore di Giustizia – il pm - carta bianca assoluta sull'uso di intercettazioni, di misure cautelari e di libertà nel visionare il materiale sequestrato. Si tratta di un nodo incandescente – anche da un punto di vista canonico - sul quale i giudici al processo d'Appello dovranno affrontare al pari di un secondo problema macroscopico emerso in questi mesi e riguardante le chat omissate a suo tempo dal Promotore di Giustizia per non ben precisate questioni di riservatezza. Durante il processo di primo grado erano state secretate e tenute nascoste alle difese le conversazioni tra due donne, la lobbista Francesca Chaouqui, e Genoveffa Ciferri (l'amica del principale accusatore del cardinale Becciu, monsignor Perlasca), nonchè un gendarme e lo stesso Promotore di Giustizia, in un intreccio vorticoso di manipolazioni e macchinazioni. In oltre tremila pagine di chat sembrerebbe affiorare un quadro piuttosto opaco al punto da far scendere in campo diversi autorevoli canonisti, come per esempio Geraldina Boni: in Vaticano non ci sarebbe stato nemmeno un giusto processo perchè gli imputati non sono mai stati messi a conoscenza di questa montagna di materiale scottante.»
Pino Nano, "Becciu non prese neanche un centesimo", forte la presa di posizione del suo collegio di difesa, in «Prima Pagina News», 14 ottobre 2025. «La sofferenza è palese ma temperata e sostenuta dalla forza dell'innocenza. Spera che al più presto si entri nel merito delle questioni per poter ottenere giustizia. Quella che attende da ormai cinque anni. La grande fede, di cui offre quotidiana dimostrazione anche a noi, lo ha certamente aiutato in questo doloroso cammino. (...) Di macchinazione ai suoi danni il Cardinale parlò fin dal primo momento. Sia quanto emerso nel processo che quanto scoperto successivamente attraverso le note chat dimostra che qualcuno ha utilizzato l'indagine per colpirlo. C'è stato chi voleva ad ogni costo che il Cardinale Becciu risultasse il capro espiatorio, a prescindere dalle concrete responsabilità che invece per essere accertate necessitano di contributi sempre genuini per non mandare fuori strada chi ha il compito di verificare. Ma oggi si è accertato che non si appropriò di alcuna somma. Neanche di un centesimo. Che cosa si sarebbe scritto sui giornali di tutto il mondo cinque anni fa se si fosse partiti da questo dato? Ci sarebbe stata una gogna della stessa portata?»
Un anno di scoop, inchieste, approfondimenti: il 2025 visto da Domani, in «Domani», 26 dicembre 2025. «Sull’altra sponda del Tevere, le chat segrete tra Francesca Immacolata Chaouqui e Genoveffa Ciferri hanno riaperto il caso Becciu, con accuse di manovre interne e indagini pilotate all’interno del Vaticano.»
Franca Giansoldati, Papa Leone XIV, la Treccani lo consacra italiano dell'anno per «sobrietà e pacatezza», in «Il Messaggero», 29 dicembre 2025. «Niente figli e figliastri. Le regole con Papa Prevost si applicano e basta. Anche nel campo giudiziario ha fatto filtrare diversi messaggi sul fatto che il diritto canonico dovrà tornare al centro e non finire in un angolo come spesso è stato fatto durante in questi anni, anche sul caso più spinoso tra tutti, riguardante il cardinale Becciu. Un frangente delicatissimo che Leone XIV ha intenzione di trattare con cautela e giustizia. Contrariamente a Francesco Prevost il diritto canonico lo conosce bene avendo fatto un dottorato all'Angelicum, ed avendolo sempre applicato durante gli anni alla guida degli Agostiniani. Prima del conclave - alle riunioni preparatorie dei cardinali - ha preso certamente nota di tutte le lamentele affiorate sulla gestione accentratrice di Francesco che prendeva decisioni in modo personalistico, spesso manifestando un potere assoluto, in taluni frangenti senza limiti, altre volte palesemente influenzato da una ristretta cerchia di persone, il cosiddetto “cerchio magico”. Chi conosce Prevost assicura che questo rischio non c'è, tanto per cominciare non sembra avere paura di decidere, inoltre il suo modo di agire pacato, sinodale e conciliante riuscirà a costruire un consenso esteso. Del resto basta vedere con quanti voti è stato eletto – pare abbia toccato il tetto dei 115 – praticamente una maggioranza bulgara. “Quando vede una verità, non ha mai avuto timore a difenderla” ha assicurato il padre agostiniano Alejandro Moral Antón, suo amico da lunghi anni.» Bene, non ci aspettiamo di meno! Anche in tedesco.
Felice Manti, "Via Diddi dall'Appello". Sono i giorni decisivi alla Cassazione vaticana, in «Il Giornale», 10 gennaio 2026. La Corte di Cassazione del Vaticano – tre cardinali e due giudici applicate, non tutti senza conflitti d'interesse – ama la verità o le antepone la ragion di Stato? Lo sapremo presto. «Chat con persone estranee al processo, dossier confezionati su misura per "salvare" il vero responsabile delle decisioni, anche grazie a una serie di norme (segrete) cambiate in corsa su intercettazioni e segreto istruttorio pur di ottenere la condanna di monsignor Angelo Becciu dal tribunale vaticano presieduto da Giuseppe Pignatone. Sono passate le 20 quando è chiaro a tutti che la Cassazione del Vaticano si è presa - un po' a sorpresa - qualche giorno in più per decidere se ricusare il Promotore di Giustizia vaticana Alessandro Diddi ed escluderlo dal processo di appello per il processo sulla compravendita di un palazzo a Sloane Avenue a Londra in cui è stato condannato Becciu. Una vicenda che ha segnato il pontificato di Bergoglio e ha condizionato il Conclave che ha eletto Leone XIV. Secondo i legali del monsignore sardo, Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo, Diddi non può nuovamente rappresentare l'accusa contro Becciu (come prevederebbe il diritto canonico) dopo le rivelazioni contenute in oltre 3mila pagine di chat tra lo stesso Promotore di giustizia, due gendarmi che avrebbero partecipato alle indagini, l'ex analista del Dis Genevieve Ciferri, amica del principale testimone d'accusa monsignor Alberto Perlasca (ex collaboratore di Becciu e colui che avrebbe pianificato l'affare londinese) e la "Papessa" Francesca Chaouqui, nemica storica del cardinale autoesclusosi dal Conclave dopo il caso Vatileaks. Dalla lettura di queste conversazioni - secretate e tenute nascoste alle difese - emerge chiaramente che la stessa testimonianza di Perlasca e molte delle accuse a Becciu (mai pienamente dimostrate nella sentenza di condanna per peculato a 5 anni e sei mesi) sarebbe state concertate e che le due donne erano in possesso di informazioni riservate che solo gli inquirenti potevano conoscere, tanto che agli occhi di numerosi osservatori come l'esperta di Diritto canonico Geraldina Boni, il processo a Becciu sarebbe stato tutt'altro che "giusto". (...) Non aiutano neanche le ombre su Pignatone, accusato di aver favorito la mafia. Se Diddi venisse ricusato sarebbe l'ennesimo affondo contro un processo che, anziché restituire l'immagine di un Vaticano trasparente, ne ha ulteriormente affossato la credibilità.»
Enrica Riera, Processo Becciu, il promotore Diddi fa un passo indietro, in «Domani», 12 gennaio 2026. «Dietro la decisione di Diddi, ci sarebbero evidentemente le famose conversazioni su WhatsApp, pubblicate da Domani e intercorse fra Giovanna Ciferri, Francesca Immacolata Chaouqui e il promotore: le chat, secondo le difese, avrebbero avuto lo scopo di condizionare uno dei testimoni chiave del processo, monsignor Alberto Perlasca, ex direttore dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di stato, nelle sue accuse contro il cardinale Becciu. Cosa che, avevano affermato sempre i legali della difesa nella richieste di ricusazione, confermerebbe un «ineliminabile interesse personale» del promotore che ne minerebbe «totalmente la terzietà», requisito indefettibile affinché Diddi possa svolgere correttamente la sua funzione di «ricercare la verità dei fatti». (...) Per quanto emerso nelle chat la giustizia d’Oltretevere, come già raccontato, ha aperto un fascicolo contro Chaouqui: la lobbista è accusata di traffico di influenze perché avrebbe ricevuto denaro da Ciferri, nella specie 15mila euro, ma anche per subornazione per la presunta induzione di Perlasca a dare false dichiarazioni nel processo del secolo e, ancora, per falsa testimonianza resa in dibattimento.» Alessandro Diddi – vigliaccamente – ha aspettato l'ultimo giorno per fare un passo indietro dal processo, avendo nel frattempo ritardato di ulteriori tre mesi l'iter giudiziario: una vergogna!
Alberto Vacca, Perché Becciu va assolto, in «Sardegna e Libertà», 25 gennaio 2026. «Ero e resto convinto che Becciu sia stato condannato per coprire l’errore d’ira di Papa Francesco e la sua responsabilità, insieme a Parolin, nella vendita, frettolosa e sbagliata, del palazzo di Londra. (...) Il processo in corso a Sassari per peculato è una vergogna indicibile, palcoscenico per avvocati vanitosi e inconcludenti, giuridicamente mostruoso e logicamente kafkiano» (Paolo Maninchedda). «In tutti e tre i casi, la responsabilità penale è stata affermata facendo ricorso a formule congetturali – come il noto principio «non poteva non sapere» – che sostituiscono la prova con la presunzione e ribaltano l’onere probatorio sull’imputato. Un approccio incompatibile con i principi fondamentali del giusto processo. Assolvere il cardinale Becciu non significa negare l’esigenza di trasparenza nella gestione delle finanze vaticane. Significa, al contrario, riaffermare un principio essenziale di civiltà giuridica: non si condanna per deduzione, per opportunità o per equilibrio politico, ma solo sulla base di prove certe e di qualificazioni giuridiche corrette. È ora che il processo d’appello restituisca centralità al diritto e ai fatti. Ed è per questo che, oggi più che mai, l’assoluzione di Becciu non appare solo possibile, ma necessaria» (Alberto Vacca).
Vaticano: il processo di appello nel caso Becciu diventa un boomerang per l'accusa, in «Adista», 24 gennaio 2026. «Il processo di appello in corso in Vaticano per la compravendita di un immobile di lusso situato a Londra, in Sloane Avenue, con fondi della Segreteria di Stato, è entrato in una fase nuova e inaspettata. D’altro canto, ha il suo peso anche il passaggio da un papa all’altro, considerato il sistema di potere e giudiziario che sussiste in Vaticano. Ma andiamo con ordine. Lo scorso 12 gennaio, infatti, la Sala stampa della Santa Sede ha diffuso un breve ma estremamente significativo comunicato. «In data odierna – si legge infatti nel testo – la Corte di Cassazione si è pronunciata con due ordinanze in merito ai ricorsi proposti dal Promotore di Giustizia, in un caso prendendo atto della dichiarazione di astensione nel procedimento del Prof. Alessandro Diddi e nell’altro confermando l’inammissibilità dell’appello del Promotore pronunciata dalla Corte di Appello». Quindi la notizia sulla ripresa delle udienze: «La Corte di Appello celebrerà la sua prossima udienza il 3 febbraio prossimo». Terzietà venuta meno. In sostanza due erano i nodi del contendere: in primo luogo la richiesta di ricusazione del capo dell’accusa, il promotore di giustizia vaticano Alessandro Diddi (l’equivalente del pubblico ministero), da parte degli avvocati di quattro imputati: i legali del card. Giovanni Angelo Becciu, di Enrico Crasso, ex consulente della Segreteria di Stato, del finanziere Raffaele Mincione e di Fabrizio Tirabassi, ex dipendente dell’Ufficio amministrativo. Gli avvocati difensori motivavano tale mozione con quello che hanno indicato come un coinvolgimento di Diddi in alcune chat WhatsApp con figure esterne alle indagini che avrebbero però condizionato uno dei testimoni, mons. Alberto Perlasca, ex direttore dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, nelle sue accuse contro Becciu, minando in tal modo il principio della “terzietà” della magistratura e la ricerca della “verità dei fatti”. ...» Una magistratura in combutta con una pregiudicata manipolatrice e con il testimone bugiardo ha fatto condannare un innocente?
Ermes Antonucci, "Io, magistrato, chiedo scusa per aver ignorato i danni del correntismo e della gogna mediatica". Parla Padalino, in «Il Foglio», 30 gennaio 2026. «Mi scuso per aver ignorato le vittime innocenti della malagiustizia: indagati e imputati, persone comuni e celebri, colpiti dal maglio di una giustizia di parte, autoreferenziale e proiettata verso un delirio di onnipotenza, in grado di distruggere vite e professionalità, calpestando esseri umani, rappresentati come colpevoli e messi alla berlina su giornali e media compiacenti. Mi scuso per aver creduto soltanto nel mio lavoro, ignorando un sistema correntizio che non privilegia il merito, ma il compromesso, la scarsa efficienza, la mediocrità. Mi scuso per aver ignorato i mali e le devastazioni che un sistema fuori controllo ha fatto e continua a fare a troppe persone oneste e perbene”. Aggiungo il commento di Mario Becciu, il fratello del cardinale crocifisso da innocente: «Come non provare profonda empatia e affettuosa solidarietà al magistrato Padalino! La distruzione delle vite altrui, la gogna mediatica quotidiana, il marchio di corrotti cucito addosso da stampa e magistratura collusi sappiamo bene cosa siano. Se poi tutto ciò avviene con l’imprimatur papale, il danno è irreversibile.» Ovviamente a me non interessa la campagna referendaria in corso in Italia (sono svizzero). Ma ricordo che in Vaticano non esiste nemmeno la separazione dei poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario. Per cui basta ingannare il Papa, magari con una campagna stampa di mascariamento ben orchestrata e mettertelo contro – anche se tu gli sei sempre stato fedelissimo – per essere condannato dalla massima Autorità legislativa (che quindi può modificare le leggi contro di te a suo piacimento), esecutiva (che quindi può licenziarti su due piedi senza motivazione alcuna, e sottoponendoti alla più violenta gogna mediatica mai vista) e giudiziaria (per cui i giudici sono suoi subalterni, da lui scelti e da lui in ogni istante licenziabili, e non possono non confermare la condanna, anche se non emerge un briciolo di prova contro di te). Una barbarie senza precedenti!
Alberto Vacca, La giustizia oltre la gogna. Il fantasma di Tortora e il calvario giudiziario di Becciu, in «Quer pasticciaccio brutto del processo Becciu», 1° febbraio 2026. «Il processo vaticano che coinvolge il cardinale Becciu è nato formalmente dall’inchiesta sull’acquisto del palazzo di Sloane Avenue a Londra. Tuttavia, il coinvolgimento diretto di Becciu ha preso corpo soprattutto attraverso le accuse di monsignor Alberto Perlasca, suo ex collaboratore, divenute centrali nel processo di primo grado. Dagli atti processuali è ormai emerso chiaramente che tali accuse sono state suggerite a Perlasca da Francesca Chaouqui, mossa dal desiderio di vendicarsi di Becciu per i trascorsi legati al secondo caso Vatileaks del 2015. Il risentimento di Chaouqui nei confronti di Becciu affonda le radici nella sua esperienza all’interno della commissione COSEA, organismo vaticano incaricato di riformare la gestione economica della Santa Sede, operante dal 2013 al 2014. Quando Chaouqui venne proposta come membro della commissione, Becciu si oppose alla sua nomina, segnalando a papa Francesco profili di inopportunità. Questa presa di posizione segnò l’inizio dell’ostilità tra i due. Con l’esplosione del caso Vatileaks, Chaouqui venne prima arrestata, nel novembre 2015, e successivamente condannata dal Tribunale vaticano, nel 2016, a 10 mesi di reclusione – con pena sospesa per cinque anni – per concorso in divulgazione di documenti riservati. Questo evento scatenò una guerra personale di Chaouqui contro Becciu, nei cui confronti cominciò a nutrire un forte rancore, culminato nella sua volontà di screditarlo manipolando la testimonianza di Perlasca. Oltreché per l’acquisto del palazzo di Londra, Becciu è stato chiamato in causa anche per altre due vicende: il finanziamento alla Caritas di Ozieri e il caso della liberazione di una suora rapita in Mali. Tre accuse diverse, ma accomunate dall’inesistenza di prove certe che provino la sussistenza dei reati contestatigli. Il peso delle dichiarazioni e la costruzione del colpevole. Come nel caso Tortora, anche nel processo Becciu il primo grado del giudizio si fonda in larga misura su dichiarazioni accusatorie prive di riscontro oggettivo. Il parallelismo svela però una realtà perfino più amara: il memoriale di Perlasca, pilastro del processo Becciu, ha visto crollare la propria attendibilità proprio a causa di una genesi inquinata da pressioni esterne. (...) Entrambi i casi rivelano gli effetti nefasti di una narrazione mediatica che precede e condiziona l’esito del processo. Tortora fu esposto alla gogna pubblica prima della sentenza definitiva; sorte analoga è toccata a Becciu, colpito da una condanna reputazionale anticipata quando, il 24 settembre 2020, il papa ne dispose le dimissioni da Prefetto dalla Congregazione delle Cause dei Santi sulla scia di una campagna stampa aggressiva. Il secondo grado di giudizio come baluardo della civiltà giuridica. La vicenda di Enzo Tortora rimane il simbolo di come il giudizio di appello rappresenti un passaggio vitale per rimediare alle storture del primo grado. Nel caso del cardinale Becciu, questa necessità appare oggi imperativa, specialmente dopo che la Cassazione vaticana, il 12 gennaio 2026, ha sbarrato la strada al ricorso del Promotore di giustizia. Ciò che resta sul tavolo sono soltanto tre capi d'accusa, la cui tenuta è minata da due vizi di fondo: l'uso di formule congetturali che, ribaltando l’onere della prova, costringono l'imputato a dimostrare la propria innocenza contro illazioni basate su mere presunzioni di colpevolezza, e la violazione del principio che il giudice può pronunciare sentenza di condanna solo se l’imputato risulta colpevole del reato che gli viene contestato al di là di ogni ragionevole dubbio. L’auspicio è che nella Corte d’appello vaticana vi sia un giudice relatore capace di emulare l'esempio del giudice Michele Morello: una figura che sappia mettere in luce ogni singola incongruenza del giudizio di primo grado e accertare finalmente la verità, attraverso un’interpretazione rigorosa dei fatti e delle norme di diritto che reggono il processo. (...) Una condanna basata su congetture e non su prove certe – qual è quella inflitta in primo grado a Becciu – rappresenta una profonda ferita inferta ai principi del giusto processo. Il giudizio d’appello rappresenta uno degli argini più importanti contro l’errore giudiziario. Non serve a confermare ciò che è già stato deciso, ma a verificare se la sentenza di primo grado sia giusta. Un sistema giudiziario dimostra la propria autorevolezza non quando condanna, ma quando sa riconoscere i propri errori, respingere le pressioni esterne e rifiutare riqualificazioni forzate che snaturano le contestazioni originarie. La ricerca del colpevole a ogni costo, sacrificando il diritto di difesa, non è un traguardo, ma una deriva. In questo quadro, l’assoluzione di Becciu non solo è possibile, ma è anche l’unico esito compatibile con la dignità del diritto e con la credibilità della giustizia vaticana. Il parallelismo tra Angelo Becciu ed Enzo Tortora non risiede solo nel calvario mediatico, ma nella strenua difesa della propria dignità. Come il conduttore televisivo quarant’anni fa, Becciu ha attraversato il primo grado del giudizio opponendo la forza dei fatti alla fragilità di un impianto accusatorio che ha ignorato l'evidenza delle carte processuali. Oggi, nell’aula della Corte di appello vaticana, risuona lo stesso disperato appello alla verità: «Sono innocente! Lo gridano le carte, lo gridano i fatti». I giudici vaticani hanno ora l'occasione di dimostrare che quel grido merita, finalmente, di trovare ascolto nel nome della vera giustizia.»














































