
COMPONI IL PUZZLE
(Il COMPLOTTO)
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«Erano ad un punto morto. Senza di te col ca*** che si faceva l’inchiesta. Siamo seri», scrive su WhatsApp Francesca Immacolata Chaouqui, la lobbista, meglio nota come “papessa”. Chaouqui, in quel momento, sta parlando con Genoveffa “Genevieve” Ciferri, grande amica del monsignor Alberto Perlasca, a sua volta grande accusatore di Becciu. «Se viene fuori che eravamo tutti d'accordo è la fine.»
Francesca Immacolata Chaouqui ha affermato spudoratamente: «SE IO NON FOSSI STATA NOMINATA IN COSEA, (BECCIU) PROBABILMENTE SAREBBE PAPA ADESSO; AL PROSSIMO CONCLAVE MAGARI DIVENTAVA PAPA»; «GRAZIE A ME BECCIU NON DIVENTERÀ PAPA». Ecco l'ammissione di colei che ha ordito il complotto! Ecco il fine dell'operazione.
Tutto fa pensare che nella percezione generale sia stato taroccato il nesso eziologico (causa-effetto): tutto il mondo pensa che Becciu venga escluso dal Conclave per essere stato condannato; in realtà anche le parole della Chaouqui fanno intuire che Becciu è stato condannato (senza un briciolo di prova) proprio al fine di espellerlo dal Conclave. La ragion di stato contro la verità, siamo sempre lì: «... meglio che muoia un solo uomo per il popolo...».
Ma si veda anche il caso di Nicola Giampaolo, cha ha diffuso le sue calunnie attraverso la trasmissione "Report", nonché l'obbrobriosa campagna di diffamazione imbastita da «L'Espresso».
Caso Becciu, i legali presentano denuncia: "Dalle chat emerge un'ingiustizia complessiva", in «Sardegnalive», 4 luglio 2025. «"Un dovere, più che un diritto – affermano gli avvocati – dopo le sconcertanti scoperte che la lettura delle chat ha portato ad emersione. Sono condotte che meritano il vaglio approfondito della competente autorità giudiziaria e che non possono essere sminuite da una pretesa marginalità delle dichiarazioni rese o omesse da testimoni ed imputati".» Se la Chiesa non riconosce la verità, ci penserà l'ONU a farle aprire gli occhi (e sarà molto peggio).
Caso Becciu, secondo i difensori il processo è da rivedere, in «Sassarioggi», 4 luglio 2025.
Nicole Winfield, Pope Leo XIV resumes the tradition of taking a summer vacation. But he's got plenty of homework, in «AP», 5 luglio 2025. «But the trial was itself problematic, with defense claims that basic defense rights weren’t respected since Francis intervened on several occasions in favor of prosecutors. In the months since the verdicts were handed down, there have been new revelations that Vatican gendarmes and prosecutors were apparently in regular touch with a woman who was coaching the star witness into testifying against Becciu. The once-powerful cardinal has denounced the contacts as evidence that his conviction was orchestrated from the start, from the top.» Anche in spagnolo. E in portoghese. E in francese.
Francesca Chaouqui contro tutti, con Fedez e co., luglio 2025. Di questo soggetto si è fidato papa Francesco? Allora è tutto chiaro.
Luigi Bisignani, Dalla purga di Bergoglio alla «pulizia» di Prevost. Così Leone XIV potrebbe «congelare» il caso Becciu per riformare la Giustizia, in «Il Tempo», 14 luglio 2025. «Le micce del possibile rinvio? La prima, la più evidente, è il gran pasticcio delle chat scagionanti, una omissata nel primo grado di giudizio e altre emerse solo nelle ultime settimane, e un audio inequivocabile di un inquirente. Protagonista: l’investigatore principale del processo, il gendarme Stefano De Santis, da sempre braccio operativo del promotore di giustizia Alessandro Diddi. Per alcune fonti interne, De Santis potrebbe autosospendersi, anticipando la mossa del Papa e facilitando così un rinvio “mascherato”. E, nel farlo, salverebbe per ora la testa del comandante della Gendarmeria, Gianluca Gauzzi Broccoletti, che – pur essendo umbro – non potrà continuare all’infinito a recitare l’adagio siciliano “nenti sacciu, nenti vitti e nenti vogghiu sapiri”. La seconda miccia riguarda la Corte d’appello vaticana – composta da un prelato della Rota e due uditori rotali – e la Corte di cassazione, formata da tre cardinali. Tutti assai digiuni di diritto civile, penale e procedurale. Il risultato? Confermano in automatico le sentenze, senza reale discussione. Un eventuale appello a Becciu rischia di replicare la sceneggiata del primo grado. Con un’aggravante: raddoppiare il danno economico e mediatico di un processo che doveva rappresentare il simbolo della moralizzazione di Francesco e che, invece, si sta trasformando in un boomerang. Tra il risarcimento già versato al finanziere Raffaele Mincione, che ha ottenuto giustizia nel Regno Unito, e le spese legali, la Santa Sede ha già sborsato circa 12 milioni di euro. E non è che l’inizio. Papa Leone XIV ora pretende vera trasparenza. Ha ordinato un rendiconto dettagliato di tutte le voci di spesa: parcelle agli avvocati, investigazioni, pedinamenti, intercettazioni, sorveglianze, affidate a società esterne. Una macchina costosissima e – secondo fonti vaticane – opaca e imbarazzante. Se Broccoletti, il comandante della Gendarmeria, riuscirà a restare fuori dalla linea di fuoco, De Santis rischia di diventare il primo capro espiatorio del nuovo corso. Ma il bersaglio vero è Alessandro Diddi, sempre più isolato. La favola della “vittoria vaticana” in Inghilterra è evaporata. E anche le residue speranze di rivalsa presso le Nazioni Unite sembrano destinate al naufragio. In gioco non c’è solo il destino di un processo, ma la tenuta economica e politica della Segreteria di Stato. E dopo Londra, Prevost non vuole una condanna Onu sulla coscienza. (...) E restano, sul tavolo, alla luce delle chat emerse negli ultimi tempi, le domande scomode: perché Diddi ha omissato le chat che avrebbero potuto assolvere Becciu?» 15 MILIONI DI EURO DEI FEDELI SPESI PER NON DIMOSTRARE PROPRIO NULLA. SE NON L'ASSOLUTA MANCANZA DI PROVE CONTRO IL CARD. BECCIU, VITTIMA INNOCENTE DI UN BRUTALE COMPLOTTO. PER NON PARLARE DEI MILIONI SPESI DALLA CAMPAGNA DI MASCARIAMENTO MONDIALE; E DELL'INGANNO DI MENZOGNE E CALUNNIE DI CUI È VITTIMA LA CHIESA E L'UMANITÀ INTERA. COSÌ VA SPESO L'OBOLO DI SAN PIETRO, PER UNA MAGISTRATURA CORROTTA? UNA VERGOGNA UNIVERSALE E IRRIMEDIABILE! Basta porcherie da parte della magistratura e della gendarmeria vaticane!
Processo Becciu: un gran caos condito da intrighi vari?, in «Catt.ch», 15 luglio 2025. Dopo lungo letargo si sveglia la Chiesa svizzera?
D.L.S. e d.A.T., Criteri invisibili. Il superiore non discerne, premia, in «Silere non possum», 20 luglio 2025. «È il caso della sciacalla Francesca Immacolata Chaouqui, che in un video delirante ieri si è definita “commissaria pontificia”. Una mitomane con evidenti problemi psichiatrici, già condannata e bandita dal Vaticano, eppure ancora invitata in ambienti ossessionati dai retroscena e dal proibito, nei quali si presenta anche con preti altrettanto disturbati. Preti provenienti da diocesi disastrate, come quella di Cosenza, che continuano ad alimentare questa mitomane. Non contenta, la signora si circonda di giornalai compiacenti e fanatici, continuando a millantare conoscenze e potere. Il Papa, Leone XIV, non vuole neppure sentirne parlare, ma il sistema mediatico-ecclesiastico che lei ha infiltrato le garantisce ancora una eco. Fateci caso: quando qualcuno deve continuamente millantare il proprio potere, è perché non ne ha affatto.»
Andrea Gagliarducci, Leo XIV and the aftermath of the previous pontificate, in «MondayVatican», 28 luglio 2025. Anche in italiano. «Se gli stessi giudici vaticani non considerano la Santa Sede all’interno del suo specifico ordinamento giuridico, come possono i processi essere considerati equi? (…) l’eredità della stagione processuale è proprio un’incomprensione del sistema giuridico vaticano. O, in alcuni casi, un attacco implacabile al sistema giuridico vaticano da parte di coloro che avrebbero dovuto difenderlo. L’appello nel cosiddetto “processo Becciu” dovrebbe iniziare il 22 settembre. Il processo, che è un’indagine in tre parti sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato, riguarda il caso più in generale. Anche quel processo aveva evidenziato diverse lacune nella comprensione della questione da parte del Vaticano. Si trattava infatti di un processo nato da una denuncia presentata dall’Istituto per le Opere di Religione (la cosiddetta banca vaticana) contro la Segreteria di Stato. Durante il processo, l’Istituto stesso aveva addirittura chiesto alla Segreteria di Stato il rimborso dei fondi destinati al Papa. Questa richiesta era assurda perché, secondo il diritto canonico, il Papa è la Santa Sede, e Papa e Segreteria di Stato sono sinonimi. L’appello inizierà dopo che un altro procedimento ha portato alla luce una serie di intercettazioni telefoniche che hanno mostrato prove di manipolazione nelle testimonianze processuali, e dopo che l’Alta Corte di Londra ha stabilito che la Santa Sede deve rimborsare al finanziere Raffaele Mincione il 50% delle spese legali. (…) Nel caso del processo Becciu [2], ci troviamo di fronte al paradosso che il Promotore di Giustizia, Alessandro Diddi, che ha impugnato la sentenza di primo grado, fungerà anche da Pubblico Ministero nel processo di appello. Sembrano tutti dettagli tecnici, e lo sono. Tuttavia, ci aiutano a comprendere lo stato di cose che Papa Leone XIV ha ereditato dal pontificato di Papa Francesco, da qui le sfide che Leone XIV si trova ad affrontare all’inizio del suo. Leone XIV deve restituire forza e credibilità ad un sistema giudiziario che ha perso entrambe negli ultimi anni. La stagione dei processi ha, in un certo senso, segnato la Vaticanizzazione della Santa Sede. È tempo di ristabilire un giusto equilibrio e di dare priorità alla Santa Sede rispetto allo Stato della Città del Vaticano.»
Enrica Riera, Chaouqui-Becciu, i pm indagano per truffa. Così l'inchiesta può inguaiare il Vaticano, in «Domani», 1° agosto 2025. «Truffa, estorsione ed esercizio abusivo della professione. La procura capitolina accelera. E dopo la denuncia presentata da Angelo Becciu, il cardinale “licenziato” da Bergoglio, nei confronti della lobbista Francesca Immacolata Chaouqui, indaga ora sulle presunte «macchinazioni» messe in piedi per inchiodare il porporato sardo, condannato in primo grado dalla giustizia vaticana a cinque anni e sei mesi per truffa e peculato. L’inchiesta italiana, oltre alla posizione di Chaouqui, potrebbe rispondere a una serie di domande a cui il Vaticano non vuole rispondere. Come venne gestito davvero quel processo? In che modo furono raccolte le prove “regine” che incastrarono l’ex braccio destro di papa Francesco? (...) Chat e audio, pubblicati nei mesi scorsi da Domani, depositati all’Onu dalla difesa del finanziere Raffaele Mincione – altro condannato del “processo del secolo” – in grado di mettere in dubbio la reale terzietà della giustizia d’Oltretevere. Più in particolare, i messaggi e i vocali in questione dimostrerebbero che Chaouqui, nonostante fosse stata condannata nel processo Vatileaks II, avrebbe “imbeccato” il grande accusatore del cardinale, monsignor Alberto Perlasca, attraverso una sodale di quest’ultimo, Genoveffa “Genevieve” Ciferri. E l’avrebbe fatto tramite l’uso di informazioni riservatissime, informazioni che soltanto i promotori di giustizia dell’epoca, Alessandro Diddi e Gian Piero Milani, insieme alla gendarmeria vaticana, potevano conoscere. Per queste ragioni la lobbista, meglio nota come “papessa”, è stata indagata dal tribunale vaticano, con le accuse di traffico di influenze, subornazione e falsa testimonianza resa in dibattimento. Tra le accuse, quella di essersi fatta dare 15mila euro da Ciferri per mediare la posizione di Perlasca (inizialmente indagato, poi salvato dal processo) con i promotori di giustizia. L’inchiesta italiana, più di quella vaticana che controlla, potrebbe essere un problema per il nuovo pontefice, papa Leone XIV. Che dovrà riflettere su che fare rispetto a quel processo Becciu, se l’“inquinamento” venisse confermato dalle indagini. I magistrati di Roma vogliono illuminare molte zone d’ombra della vicenda. Al centro delle loro verifiche non ci sarebbe solo il memoriale di Perlasca, che sarebbe stato costruito ad arte da Chaouqui fintasi un «vecchio magistrato», ma pure l’episodio del ristorante “Scarpone”, una delle prove del legame tra la stessa Chaouqui e gli inquirenti: nelle chat emerge infatti che sarebbe stata la lobbista a prenotare un tavolo e spingere Ciferri a persuadere Perlasca a invitare Becciu a cena: «Per farlo parlare e riferire al riguardo». Ciferri e Perlasca alla fine, al tempo, si erano convinti, ma il monsignore aveva fatto un passaggio preventivo in gendarmeria per avvertirli dell’appuntamento in trattoria. «Io dissi, forse a Stefano De Santis (il commissario della gendarmeria, ndr): “Guardate che io questa sera farò questa cosa qui”… Pensavo che un’azione di intercettazione avrebbero potuto farla», dice Perlasca. «Mi risposero: “Buongiorno, va bene, grazie”. E andai». Giustizia imparziale? Stando alle chat, pertanto, certamente la gendarmeria avrebbe ricoperto un ruolo poco chiaro. Al momento tuttavia i pm, sia quelli del Vaticano sia quelli di Roma, avrebbero acceso un faro contro la sola Chaouqui. Il promotore Alessandro Diddi, a processo ancora aperto, aveva ricevuto da Ciferri le chat compromettenti di Chaouqui. Invece di renderle pubbliche e depositarle, il pm del papa aveva aperto un fascicolo ad hoc, omissando quasi integralmente tutti i messaggi in modo che le difese ne fossero all’oscuro. Non solo. Domani qualche mese fa ha pubblicato un audio del 2020 in cui il commissario della gendarmeria Stefano De Santis istruiva Chaouqui in merito a quanto Perlasca avrebbe dovuto scrivere all’interno del famoso memoriale dell’estate di cinque anni fa. Quello contenente, cioè, le prime e gravi accuse nei confronti del cardinale a cui Francesco, subito dopo, ha tolto ogni diritto connesso al cardinalato. Fonti vaticane dicono ora che sul comportamento del poliziotto che di fatto ha condotto tutta l’inchiesta su Becciu e Mincione il papa ha chiesto una relazione dettagliata, per capire i rischi reali dell’appello, che inizierà il 22 settembre. L’inchiesta romana intanto è invece solo all’inizio. Scaturita dalla denuncia di Becciu e da quelle di Mincione e degli altri condannati del “processo del secolo”, come Enrico Crasso e Fabrizio Tirabassi.» VOGLIAMO LA VERITÀ, FINO IN FONDO; ANCHE SE FA MALE! UNA MEDICINA COME LA VERITÀ PUÒ ESSERE AMARA, MA È L'UNICA CHE PUÒ SALVARE IL CORPO (ECCLESIALE) DAL MARCIUME.
Diritto di replica, in «Domani», 2 agosto 2025. NON è vero che Chaouqui abbia incontrato papa Leone XIV. Le notizie false vanno giustamente smentite. Oh, se solo fossero state smentite anche le dozzine di menzogne pubblicate da certa stampa negli ultimi cinque anni!
D.R.A., Chaouqui, fine della farsa, in «Silere non possum», 3 agosto 2025. Anche in inglese. E in spagnolo.
Niccolò Magnani, Vaticano smentisce Chaouqui (e 'Domani'): "mai ricevuta da Papa Leone XIV" / Nuova svolta sul processo Becciu, in «Il Sussidiario», 4 agosto 2025. «Il posto in Vaticano non è più “garantito” per la donna che rischia nel processo di appello sul caso del Palazzo di Londra di essere particolarmente coinvolta.(...) Ovviamente il tema non può non avere relazioni con la possibile seconda fase dell’immenso caso-Becciu, specie dopo che il cardinale sardo ha denunciato Chaouqui accusandola di aver macchinato l’intera vicenda dei fondi Segreteria di Stato contro di lui e gli altri indagati. Le famose chat fatte uscire dalla difesa di Mincione (altro indagato e condannato sul caso Becciu, ndr) hanno di fatto scoperchiato un nuovo vaso di Pandora, questa volta contro i pm del processo in Vaticano: vengono accusati di aver omesso chat fondamentali per dettagliare una possibile macchinazione ai danni dell’imputato Angelo Becciu» (NB: in realtà quasi tutto l'articolo di «Domani» era corretto).
Papa Leone XIV affronta l'eredità giudiziaria del precedente pontificato, in «Attualità», 6 agosto 2025. Anche in inglese. E in francese.
Nico Spuntoni, Ecco cosa non quadra del caso Becciu, in attesa dell'Appello, in «La Nuova Bussola Quotidiana», 14 agosto 2025. Anche in tedesco. «UNA DELLE PAGINE PIÙ NERE DI UNA GIUSTIZIA AMMINISTRATA "IN NOME DI SUA SANTITÀ"». «... il cardinale Giuseppe Versaldi è sceso pubblicamente in campo per bollare la vicenda che ha visto protagonista il suo confratello sardo come "uno degli episodi più travagliati del pontificato di Francesco". Il prefetto emerito della Congregazione per l'educazione cattolica ha parlato di «manovre subdole da parte di persone malintenzionate le cui trame stanno venendo alla luce in questi ultimi mesi». Il riferimento di Versaldi sembra essere diretto al contenuto delle chat tra Francesca Immacolata Chaouqui e Genoveffa Ciferri che proprio quest'ultima ha consegnato ai legali del broker Raffaele Mincione, anch'egli condannato in primo grado nello stesso processo vaticano ma per riciclaggio, peculato e corruzione. La difesa di Mincione ha fatto causa all'Onu contro il procedimento penale vaticano ed ha depositato anche la corrispondenza ricevuta da Ciferri. Queste chat, relative agli anni dal 2020 al 2024, sono finite inevitabilmente tra i motivi di appello alla sentenza pronunciata dal Tribunale di prima istanza della Città del Vaticano. Per avere un'idea del peso che queste conversazioni potrebbero aver avuto nell'indagine e nel processo basta conoscere la cronologia dei fatti più importanti di questa intricata vicenda. Il primo interrogatorio fatto dall'Ufficio del Promotore di Giustizia a monsignor Alberto Perlasca risale al 29 aprile 2020 e vede l'ex responsabile dell’ufficio amministrativo della Segreteria di Stato difendere l'operato del suo ex superiore Becciu e descrivere i suoi rapporti con lui come «ottimi». Dopo quell'interrogatorio il monsignore apprende di aver perso il lavoro alla Segnatura Apostolica, lo stipendio, la copertura sanitaria e la residenza a Santa Marta. La circostanza induce il prelato comasco a confessare pensieri suicidi allo stesso Becciu in una drammatica conversazione del 3 luglio 2020. L'altra data centrale è il 31 agosto 2020 perché vede Perlasca presentarsi davanti all'Ufficio del Promotore e diventare improvvisamente il grande accusatore dell'ex sostituto con il deposito del famoso memoriale. La prima chat tra Ciferri e Chaouqui avviene il 9 agosto 2020 ed è dunque successiva al primo interrogatorio ma precedente alla consegna del memoriale. È l'ex membro della commissione vaticana Cosea a contattare l'amica di Perlasca e a lanciare l'idea di far collaborare il monsignore con gli inquirenti vaticani attraverso una serie di indicazioni da presentare però come farina del sacco di un ex magistrato in pensione. Chaouqui vuole quindi nascondere il suo nome agli occhi di Perlasca perché ne teme la reazione dal momento che a maggio (quindi dopo il primo interrogatorio a difesa di Becciu) lo aveva contattato scrivendogli di sapere tutto di lui. Nell'agosto di cinque anni fa, mentre gli scambi di messaggi tra le due donne si fa fitto, in Perlasca matura la decisione di accusare il suo ex superiore. Stando alla chat tra Chaouqui e Ciferri, il monsignore confessa il suo intento a Francesco in una lettera del 21 agosto con cui era riuscito a parlare a maggio, dopo il primo interrogatorio. Chaouqui dà l'idea alla sua interlocutrice di essere informata in tempo reale dell'andamento dell'interrogatorio del 31 agosto e le menziona il 16 settembre. Effettivamente in quella data avviene il successivo interrogatorio dell'ex funzionario della Segreteria di Stato. Come faceva a saperlo? Sebbene dica all'amica di Perlasca di avere conservato un filo diretto con Bergoglio e che lui si sarebbe fidato di lei, quel 31 agosto 2020 Chaouqui non è altro che un soggetto destinatario di una condanna del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano pronunciata quattro anni prima per il cosiddetto scandalo Vatileaks 2. Eppure nelle chat l'ex membro Cosea dimostra di conoscere in anticipo informazioni che poi troveranno effettivamente riscontri. Ai primi di settembre, infatti, dà notizia a Ciferri che il Papa avrebbe convocato Becciu per concordare le modalità di uscita dopo l'interrogatorio di Perlasca del 16. Effettivamente, la drammatica udienza in cui Bergoglio costringe il prelato sardo alle dimissioni da prefetto della Congregazione per la causa dei santi e gli impone di rinunciare ai diritti connessi al cardinalato avviene proprio il 24 settembre. (...) la ex collaboratrice scelta in passato da Francesco ha fatto tutto da sola, spinta dall'odio per Becciu? Per "smascherare gli inquinamenti delle prove", come ha detto il cardinale Versaldi, è opportuno chiarire se le previsioni azzeccate dalla donna nelle sue chat con Ciferri siano stati azzardi fortunati o se ci sia stato dell'altro. E al canonista Leone XIV, memore delle discussioni nelle congregazioni generali, non sfugge l'importanza di far sì che sia fatta piena trasparenza su una delle pagine più nere di una giustizia amministrata "in nome di Sua Santità"».
Sante Cavalleri, Promotori di (in)giustizia. Il caso Becciu e la trama di manipolazioni che ha ingannato il Tribunale Vaticano e probabilmente anche Papa Francesco, in «Faro di Roma», 27 agosto 2025. CHI È ONESTO NON PUÒ NON SCHIERARSI DALLA PARTE DI UNA VITTIMA INNOCENTE – IL CARDINALE GIOVANNI ANGELO BECCIU – NEL PIÙ GRAVE SCANDALO DI MALAGIUSTIZIA CHE HA CARATTERIZZATO LA STORIA DELLA CHIESA NEGLI ULTIMI SECOLI. C'È DEL MARCIO – E TANTO! – IN VATICANO. Anche in portoghese. E in spagnolo.
S.C., Il processo Becciu e l'ombra dei "rescripta": le fragilità della sentenza e i rischi per l'appello, in «Faro di Roma», 27 agosto 2025. QUALE FUTURO PER LA GIUSTIZIA VATICANA, SE I PROCESSI POSSONO ESSERE REGOLATI DA LEGGI SEGRETE, SCRITTE A MISURA DI SINGOLO PROCEDIMENTO E SOTTRATTE A OGNI VERIFICA? Una vergogna che non avrei pensato possibile nella Chiesa, 2000 anni dopo la crocifissione dell'Innocente che l'ha fondata! Anche in portoghese. E in spagnolo.
S.C., Quante nubi all'orizzonte della giustizia vaticana che si appresta a celebrare il processo di appello del card. Becciu, condannato pur essendo innocente, in «Faro di Roma», 28 agosto 2025. LA MALAGIUSTIZIA: UNA MACCHIA INDELEBILE NELLA STORIA DELLA CHIESA. NO, NON AL TEMPO DELL'INQUISIZIONE: OGGI!
Les finaces du Vatican: Libero Milone détient-il la principale clé?, in «Golias», 3 settembre 2025.
D.G.A. e M.G., Sloane Avenue. Le chat di Chaouqui e Ciferri: Diddi sapeva ma le nascose, in «Silere non possum», 15 settembre 2025. QUANDO LA GIUSTIZIA È MARCIA... IN VATICANO! «Chaouqui intratteneva legami con Stefano De Santis, commissario della Gendarmeria Vaticana, rafforzando quella rete di connivenze e relazioni oscure che ha inciso profondamente sull’andamento del procedimento. Quando questi rapporti e queste attività sono emersi ed è stato possibile depositarli in tribunale, Alessandro Diddi non ha scelto di farsi da parte per garantire la regolarità del procedimento; al contrario, ha secretato le chat depositate, impedendo alle difese di accedervi e conoscerne il contenuto. Un comportamento che, in qualsiasi altro Stato, avrebbe comportato l’apertura immediata di un procedimento penale e disciplinare nei confronti del magistrato. In Vaticano, invece, tutto scorre come se fosse normale: nessuno solleva obiezioni sul fatto che, alle porte del secondo grado di giudizio, proprio l’uomo su cui gravano queste ombre continuerà a rappresentare l’accusa. Un’anomalia inconcepibile in uno Stato di diritto, dove un magistrato ha il dovere di astenersi da procedimenti che potrebbero anche solo potenzialmente mettere in discussione la sua attività. Un processo senza credibilità Alla vigilia del secondo grado di giudizio è necessario porre alcune domande: Come può un Promotore di Giustizia che intratteneva rapporti con persone coinvolte nella vicenda garantire serietà e imparzialità? Come è possibile che, nonostante la condanna e la dichiarazione di “persona non grata”, Francesca Chaouqui abbia continuato a esercitare influenza nelle dinamiche interne e a mantenere rapporti con il commissario Stefano De Santis? È stato proprio lui, infatti, a favorire la nota udienza generale in cui la Chaouqui riuscì a presentarsi davanti a Papa Francesco, scatenandone l’ira. Quale credibilità può avere un processo in cui l’accusa è incarnata dalla stessa figura per tutti i gradi di giudizio, senza alcuna parvenza di imparzialità? (...) Ciò che occorre ora è che il Papa riprenda direttamente la competenza sulle cause che riguardano i cardinali di Santa Romana Chiesa, sottraendole al Tribunale Vaticano. Allo stesso tempo, sulla vicenda di Sloane Avenue e sul traffico di influenze legato a Chaouqui deve essere istituita una commissione cardinalizia di inchiesta, che faccia piena chiarezza senza zone d’ombra. È necessario inoltre avviare una stagione di responsabilità: rimuovere chi ha guidato la Gendarmeria Vaticana trasformandola in un corpo da “Texas Rangers”, eliminare coloro che hanno fatto i “commissari” a forza di dossier e indagini illegali su singoli prelati e personaggi di rilievo e sostituire coloro che hanno esercitato funzioni requirenti senza alcuna competenza in diritto vaticano e canonico.»
Anche le chat di Chaouqui nel processo di appello a Becciu, in «Ansa», 18 settembre 2025.
Andrea Gagliarducci, Processo palazzo di Londra, verso l'appello, in «Acistampa», 19 settembre 2025. LA GIUSTIZIA... SENZA DIRITTO «Non sono mancate, in questi mesi, le critiche al processo, sulla forma, i contenuti, le modalità con cui questo è stato portato avanti, inclusi i vulnera al diritto canonico – e vale la pena qui di ricordare che Papa Francesco è intervenuto con quattro rescritti cambiando in corsa le regole delle indagini. L’ultima, argomentata critica, viene da un libro, “Il Proceso Becciu. Un’analisi critica”. Edito da Marietti, è firmato dalla professoressa Geraldina Boni con Manuel Ganarin e Alberto Tomer. Geraldina Boni è una canonista di grande esperienza, allieva del professor Giuseppe Dalla Torre, che nelle fasi del processo non ha mai mancato di mettere in luce come il modo stesso in cui veniva portato avanti il procedimento aveva delle pecche non indifferenti. Ma il suo ragionamento si era esteso, con il libro Finis Terrae per lo Ius Canonicum, mostrando come, nel corso degli anni, si era proprio abbandonata la via della comprensione giuridica e canonica della Santa Sede. In questo libro con Tomer e Ganarin mette a sistema queste critiche, fino ad arrivare a definire le ripercussioni del processo sul piano della credibilità internazionale della Santa Sede. Gli autori parlano di “una crisi annunciata”, che non riguarda solo il giudizio penale, ma anche “il riflesso che esso ha sulla fiducia internazionale del foro vaticano, sulla validità delle clausole contrattuali, sulla vigilanza in materia economica e finanziaria”. Il risultato del processo, infatti, è che il foro vaticano “non appare più come un foro imparziale e rispettoso delle regole fondamentali del diritto”, con la conseguenza che “sarà un progressivo abbandono di tale clausola nei contratti internazionali”. Gli autori mettono in luce come sia in una fase critica anche l’adesione a Moneyval, il comitato del Consiglio d’Europa che valuta l’aderenza ai principi di trasparenza finanziaria dei Paesi che aderiscono al programma. Moneyval aveva dato rapporti generalmente positivi del percorso della Santa Sede, fino agli ultimi, quando – al di là della narrazione – venivano mostrate luci ed ombre di un sistema vaticano che aveva persino messo a rischio lo scambio di intelligence del Gruppo Egmont. Boni, Ganarin, Tomer non mancano di mettere in luce le responsabilità di Francesco, che ha “potestà suprema, ma non assoluta”, ma che con le sue mosse ha messo in crisi il generale equilibrio tra diritto canonico e diritto vaticano, perché il diritto canonico “non è un corpo estraneo, ma la prima fonte normativa dell’ordinamento vaticano”. E così, il processo diventa “un banco di prova per l’intero assetto istituzionale”, tanto che ci si chiede se “la giustizia vaticana può ancora dirsi conforme ai parametri internazionali condivisi, oppure sta scivolando verso una forma opaca di giurisdizione d’eccezione?”. Infine, gli autori mettono in luce che “non è in discussione la sovranità della Santa ma l’uso che di essa viene fatto. La sovranità non può trasformarsi in arbitrio. Essa deve essere esercitata nel rispetto dei diritti umani, anche perché è proprio la Santa Sede a farsi portatrice, nel mondo, della tutela della dignità della persona”. (...) Tutti si sono appellati alla sentenza, incluso il promotore di Giustizia. Ma allora c’è da entrare nelle pieghe della sentenza. Per esempio, a Becciu viene contestato un peculato, ovvero una erogazione di fondi della Segreteria di Stato, che erano nella disponibilità decisionale del Cardinale quando questi era sostituto della Segreteria di Stato, alla società SPES della Caritas di Ozieri. È stato accertato che, in realtà, nessuno dei fondi destinati alla Caritas sia andato a vantaggio della famiglia del Cardinale o del Cardinale stesso. Eppure, la sentenza arriva a parlare di “un uso illecito dei fondi” anche se non c’era finalità di lucro”, perché – secondo il tribunale – il fatto che non ci sia stato un vantaggio non tocca “la fattispecie di peculato prevista dall’ordinamento vaticano”. È un passaggio che sembra inneggiare ad una sorta di processo morale, in cui viene condannata la “volontà di usare i beni in contrasto con gli interessi della pubblica amministrazione di cui egli appartiene”. (...) La difesa del cardinale Becciu, che depositato quasi 200 pagine di motivazioni aggiunte, ha chiesto di acquisire le chat tra la lobbista Francesca Immacolata Chaouqui e Genoveffa Ciferri, amica di monsignor Alberto Perlasca, in cui Chaoqui anticipava dettagli dell’inchiesta e interrogatori. Le chat hanno portato all’apertura di due inchieste penali, una Roma dopo un esposto del cardinale Becciu contro Chaouqui, e l’altra presso il promotore di Giustizia vaticano, dove Chaouqui è accusata di traffico di influenze, falsa testimonianza e subornazione. (...) la credibilità è a rischio. E, mentre ci si prepara all’appello, si comincia a pensare a come sarà gestito il fatto che ci sarà sempre lo stesso promotore di giustizia. Anche questo rischia di minare la credibilità del processo.»
Nicole Winfield, Texts reveals behind-the-scenes maneuvering of the Vatican's 'trial of the century', in «AP», 20 settembre 2025. IL MONDO INTERO SARÀ SCANDALIZZATO DALLA MALAGIUSTIZIA VATICANA. SE IL VATICANO TACE, PARLERÀ LA STORIA. UNA VERGOGNA INFINITA! «Quando il processo di appello si aprirà lunedì nel "processo del secolo" del Vaticano, migliaia di pagine di messaggi di testo WhatsApp saranno al centro della scena. Le chat, scritte in italiano e tradotte qui dall'Associated Press, suggeriscono che queste due donne hanno contribuito a convincere uno dei principali sospettati originali nel caso, Monsignor Alberto Perlasca, a cambiare la sua storia e accendere il suo ex capo, il cardinale Angelo Becciu. A Perlasca è stata risparmiata l'accusa; Becciu è stato condannato. (…) Chaouqui le assicura che erano d'accordo, ma ha avvertito: "Se viene fuori che siamo tutti d'accordo, è la fine". (…) Chaouqui: “Devi distinguere tra due livelli.” Ciferri: “Non capisco ...” Chaouqui: “Il livello di verità in cui tutti, dal papa in giù, sapevano cosa stavamo facendo. E l'altro livello, che è il livello di prova. Dove dobbiamo affermare che nessuno lo sapeva, perché se lo sapessimo tutti, il processo è nullo ed è una cospirazione. Capito?” (…) Ad aprile, il quotidiano italiano Domani ha prodotto un file audio presumibilmente del commissario di polizia del Vaticano, Stefano De Santis, dando istruzioni a Chaouqui su cosa dovrebbe dire Perlasca nel suo giro di interrogatori rivisto, nell'agosto 2020.»
Nicole Winfield, After vendettas, espionage and ransom reveals, what's next in the Vatican's financial whodunnit?, in «ABCnews», 20 settembre 2025. Mentre i giornali italiani tacciono vigliaccamente (o sono morsi dalla vergogna per la campagna di mascariamento cui hanno partecipato), il "Washington Post"... Anche in spagnolo.
Luis Badilla e Robert Calvaresi, Papa Leone e due vicende dirimenti per il suo pontificato: il caso Becciu e il caso Rupnik, in «Osservazioni casuali», 85, 13-20 settembre 2025. «Questo processo imbastito contro il cardinale Becciu, in modo occulto, da prima che il Papa dell’epoca, con uno studiato colpo di scena mediatico, fece scrivere che il porporato aveva presentato la sua rinuncia (24 settembre 2020). Falso. Il cardinale sardo allora fu defenestrato per “peculato”, secondo l’accusa, e “l’ira funesta” di Papa Bergoglio. Alcuni media italiani, e un folto gruppo di giornalisti, presero parte attiva nel complotto così come altri alti prelati collaboratori del Pontefice. Dopo poco più di cinque anni, durante i quali uno dei più intelligenti, preparati e fedeli uomini di Chiesa dell’ultimo quarto di secolo è stato colpito da calunnie e menzogne, manipolazioni e discredito, senza un vero diritto alla difesa, tocca ora a Papa Leone XIV prendere la decisione finale sapendo che la scorciatoia della grazia non è utilizzabile perché lo stesso “condannato” ha già detto che non la chiederà mai. Si spera, e si augura, che il Pontefice prenda atto - e forse lo ha già fatto - che quella del cardinale Becciu è una ferita sanguinante nel corpo della Chiesa poiché la maggioranza dei cattolici ha percepito questa vicenda come frutto di manovre di potere, ambizioni papali e corruzione. Questa stessa maggioranza di fedeli ha chiara coscienza che il cardinale Becciu in quanto Sostituto della Segreteria di Stato non ha mai mosso un foglio o firmato una ricevuta senza l’autorizzazione di Papa Bergoglio, il quale con documenti insoliti, manipolazioni del Tribunale, negazioni di autorizzazioni e amicizie sospette, si è tirato fuori da momenti dove avrebbe dovuto lui, personalmente, chiarire la verità e diradare le ombre. È certo che Papa Leone sa molto bene che in questa vicenda non è in gioco il prestigio o la credibilità di Papa Francesco. Questa questione la giudicherà la storia guardando indietro la vita della Chiesa negli ultimi 20 anni. In questo caso è in gioco la credibilità della Chiesa quando parla di dignità umana, di diritto alla difesa, di presunzione d’innocenza, di sistema giudiziario, insomma di essere un luogo dove la giustizia è veramente convinta che “i diritti dell’uomo sono i diritti di Dio”, come insegnava s. Giovanni Paolo II.
Audiovideo presentazione di 'Quer pasticciaccio brutto del processo Becciu' di Alberto Vacca con Felice Manti, Giovanni Minoli, Giuseppe Rippa, Luigi O. Rintallo, in «Agenzia Radicale», 20 settembre 2025. UNO SCANDALO COME QUELLO DI GIUDA NEL SINEDRIO... E LA PERDITA DI CREDIBILITÀ DELLA CHIESA «Poi c'è la storia incredibile legata a coloro che hanno deciso questa condanna che non sta in piedi. Sono stato l'unico a scrivere che cinque giorni prima della condanna di mons. Becciu papa Bergoglio con un motu proprio ha deciso di dare al Presidente del Tribunale e al Promotore di giustizia la cittadinanza vaticana, con tutto quello che la cittadinanza vaticana comporta. Io ho trovato quell'accostamento volgare, perché solo l'idea che qualcuno possa avere barattato una condanna con un vitalizio fa rabbrividire. Io spero che questa verità non si dimostri mai tale, perché sarebbe un guaio se scoprissimo che come Giuda nel Sinedrio qualcuno si è venduto per la cittadinanza vaticana. Poi c'è il tema dei "rescripta", cioè delle regole processuali cambiate in corsa quattro volte, con effetti retroattivi. Questo è un tema da cui non ci si può sottrarre. È un tema che ha a fare con la certezza del diritto e con la necessità che le regole processuali non possano e non debbano essere cambiate in corsa, se non per favorire eventualmente il "reo", non certo con ipotesi di reato precostituita e prestabilita, che deve inevitabilmente essere adattata come un pezzo di puzzle "jolly" che andava bene in qualsiasi punto. E infine la questione vera, che ha a che fare con la credibilità della Chiesa. Perché dal momento in cui noi prendiamo dei giudici civili per condannare un cardinale, prendiamo una sentenza penale, la mettiamo sul tavolo a disposizione di enne tribunali che devono valutare questa condanna e poi abbiamo il Tribunale di Londra che comincia a dire: "Questa cosa non torna. Tu come hai fatto a dire questo? Ma perché hai detto questo? Perché questo personaggio è stato condannato quando questa cosa non l'ha fatta? Santa Sede, risarcisci questo soggetto!" Lì, tutto quello che s'era fatto, forse in buona fede, per provare, nel nome di un pontificato votato a una rivoluzione della storia della Chiesa, per restituire anche ai fedeli come me un'immagine della Chiesa che voleva rinnovarsi, che voleva togliere delle scorie, degli elementi di nequizia, di speculazione, di uso distorto del denaro delle elemosine... E questo discorso si fa complicando un percorso giudiziario, infilando dentro un iter giudiziario delle questioni che non hanno niente a che vedere con le cose che Becciu avrebbe fatto – e che non ha fatto! –, lì il risultato finale è una complessiva e definitiva perdita di credibilità della Chiesa. E questo è un tema che inevitabilmente ognuno di noi si deve porre, perché poi non è più in gioco soltanto il cardinale Becciu, la sua funzione, il trono e il conclave, e tutto ciò che da quel processo e da quella condanna si è generato: qui è in discussione l'intera storia, l'intera vitalità di un'istituzione sacra come la Chiesa che questo genere di operazioni spericolate ha rischiato seriamente di mettere in discussione. (...) Quei è in gioco non solo Becciu e non solo la Chiesa, ma anche il senso di giustizia che noi giornalisti liberi, per quanto possibile, dobbiamo cercare di difendere» (Felice Manti). LE SCHIFEZZE NELLA STORIA DELLA CHIESA CONTRO UN GRAMMO DI GESÙ CRISTO «Anche nei processi dell'inquisizione c'era un grammo di giustizia in più di quella che abbiamo visto nel "caso Becciu". (...) Il fatto che Diddi sia lì è una cosa che nella storia del diritto umano non s'è mai visto. Per fortuna che... schifezze potenti nella storia della Chiesa ce ne sono state tantissime, ma il Vangelo è più forte, e Gesù Cristo anche. La speranza è che qualche grammo di Vangelo e qualche grammo di Gesù Cristo emerga anche nell'appello. E la storia della Chiesa ci dimostra che è possibile» (Giovanni Minoli). LA MALAGIUSTIZIA E LA DESTRUTTURAZIONE DELLA LEGITTIMITÀ E DELLA PACE «Immaginate il trasferimento della italianizzazione sul Vaticano, dove la giustizia non ha neanche l'impianto minimo strutturale! Si affida a delle casualità, a una terribile mostruosa macchina, per cui il Capo – anche in buona fede – può decidere anche di trascinare qualunque avvenimento, non solo attraverso il racconto che abbiamo fatto dei "motu propri" e di tutte le altre situazioni che sono state completamente trascurate da un sistema informativo disgustosamente subalterno e... completamente antivaticano! Ogni qualvolta la verità viene preclusa, si contribuisce alla destrutturazione della legittimità e anche della pace collettiva» (Giuseppe Rippa). IL PRIMO RESPONSABLE DEL PASTICCIACCIO (ACCUSATORE E MAGISTRATO SUPREMO DELLO STATO) «Tutto questo pasticciaccio chi l'ha creato? Il primo è stato il Papa, perché ha firmato l'atto di denuncia contro ignoti, perché lo IOR aveva detto che nella Segreteria di Stato probabilmente era stato commesso un reato di riciclaggio di denaro. (...) Lui è accusatore! Poi cambia le regole processuali (...) cambiando le carte in tavola dopo che il processo era già iniziato: questo atto di giustizia (dal punto di vista del Papa) sostanzialmente è stato un atto di ingiustizia contro Becciu, perché lo ha sottratto al suo giudice naturale, che era il collegio dei cardinali» (Alberto Vacca). UN CRISTIANO ONESTO E GENEROSO COLPITO DA UN SISTEMA MARCIO «Voi conoscete Striano, il famoso ufficiale della Guardia di finanza che avrebbe fatto dossieraggi (...). Ebbene, l'inizio di questo presunto dossieraggio parte proprio dal "caso Becciu", perché Striano si è occupato di alcuni personaggi ricorrenti nell'agenda di Becciu prima ancora che il "caso Becciu" venisse fuori. E questo è un elemento che non è stato sufficientemente percorso, il che ci fa pensare che questa narrazione mainstream sia stata anche creata ad arte, a tavolino, da chi avrebbe dovuto fare un altro lavoro. Perché aprire un'interrogazione come inquirente antimafia su soggetti che non avevano niente a che fare con la mafia è un fatto che non si può far passare così. Chi ha chiesto a questo signore di fare queste indagini? Queste sono tutte risposte che inevitabilmente questo processo di appello deve dare! E noi faremo il possibile, dopo esserci battuti per la verità, per continuare a dare voce a questo processo (...). Noi ci impegniamo a seguire con grande attenzione le fasi di questo processo, proprio per capire se questi sentimenti, se questo feeling, se queste good vibes, se queste sensazioni positive saranno vere oppure no. E io non escludo che nel corso di questi mesi vengano fuori altre sorprese, altre costruzioni che non faranno altro che rafforzare l'idea che Becciu è stato purtroppo il "vaso di coccio" di un gioco che c'è stato alle sue spalle, e alle spalle del Papa, che ha veramente incrinato la credibilità del Vaticano. (...) Io sono ragionevolmente convinto che alla fine la verità verrà fuori. (...) C'è anche da valutare l'impatto che Becciu ha avuto nel Conclave. Becciu ha avuto la dignità di fare un passo indietro (...) nell'interesse supremo della Chiesa. E questo dimostra ancora una volta che lui ha anteposto l'interesse della Chiesa al suo, ha messo prima il Papa e la Chiesa, davanti a sé. E solo questo dovrebbe dirci che tipo di persona è Becciu» (Felice Manti).
Nicole Winfield, Dopo le rivelazioni esplosive, il processo Becciu in Vaticano passa alla fase di appello, in «Agenzia Radicale», 21 settembre 2025. «Nei due anni trascorsi dalla pronuncia delle sentenze, migliaia di pagine di messaggi di testo e audio WhatsApp scambiati tra alcuni dei giocatori sono diventate pubbliche, sollevando nuovi dubbi sulla credibilità del processo e del sistema giudiziario vaticano. Queste comunicazioni private, pubblicate dal quotidiano Domani, suggeriscono una condotta discutibile da parte della polizia vaticana, dei pubblici ministeri e del defunto papa, nonché un tentativo dietro le quinte di prendere di mira Becciu. "Se si venisse a sapere che eravamo tutti d'accordo, sarebbe la fine", avvertiva un messaggio. "Perché se lo sapessimo tutti, il processo sarebbe nullo e privo di valore e si tratterebbe di una cospirazione".» Anche in spagnolo.














































