
COMPONI IL PUZZLE
(Il COMPLOTTO)
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«Erano ad un punto morto. Senza di te col ca*** che si faceva l’inchiesta. Siamo seri», scrive su WhatsApp Francesca Immacolata Chaouqui, la lobbista, meglio nota come “papessa”. Chaouqui, in quel momento, sta parlando con Genoveffa “Genevieve” Ciferri, grande amica del monsignor Alberto Perlasca, a sua volta grande accusatore di Becciu. «Se viene fuori che eravamo tutti d'accordo è la fine.»
Francesca Immacolata Chaouqui ha affermato spudoratamente: «SE IO NON FOSSI STATA NOMINATA IN COSEA, (BECCIU) PROBABILMENTE SAREBBE PAPA ADESSO; AL PROSSIMO CONCLAVE MAGARI DIVENTAVA PAPA»; «GRAZIE A ME BECCIU NON DIVENTERÀ PAPA». Ecco l'ammissione di colei che ha ordito il complotto! Ecco il fine dell'operazione.
Tutto fa pensare che nella percezione generale sia stato taroccato il nesso eziologico (causa-effetto): tutto il mondo pensa che Becciu venga escluso dal Conclave per essere stato condannato; in realtà anche le parole della Chaouqui fanno intuire che Becciu è stato condannato (senza un briciolo di prova) proprio al fine di espellerlo dal Conclave. La ragion di stato contro la verità, siamo sempre lì: «... meglio che muoia un solo uomo per il popolo...».
Ma si veda anche il caso di Nicola Giampaolo, cha ha diffuso le sue calunnie attraverso la trasmissione "Report", nonché l'obbrobriosa campagna di diffamazione imbastita da «L'Espresso».
Nico Spuntoni, Caso del palazzo di Londra. Il Vaticano indaga su Chaouqui, in «Il Tempo», 5 giugno 2025. «Al termine dell'udienza dle 30 novembre 2022 con il deposito delle chat di Ciferri che tiravano in ballo Chaouqui, il promotore di giustizia vaticano aveva annunciato l'apertura di un fascicolo parallelo. Per quasi tre anni non ci sono state notizie di evoluzioni su quel filone. Ieri la notizia di un fascicolo su Chaouqui che ha al centro proprio il suo rapporto con Ciferri e il suo presunto ruolo nel convincere Perlasca a testimoniare contro Becciu.»
Cardinale Becciu, si riapre il caso con nuove accuse a Chaouqui, in «Sassarioggi», 5 giugno 2025.
Chaouqui indagata, la difesa di Becciu: «La verità viene a galla, macchinazione contro il cardinale», in «L'Unione Sarda», 5 giugno 2025. «Uno sconcertante piano di inquinamento che ha condizionato l’indagine e il processo»
Caso Becciu, i legali: "La verità inizia a venire a galla, si faccia piena luce", in «Il Tempo», 5 giugno 2025. «L’indagine sembra confermare quanto in parte emerso durante il processo. Già all’alba dell’inchiesta si parlò di macchinazioni in danno del Cardinale Becciu per costruire accuse infondate ai suoi danni, ma si registrava un clima da gogna mediatica che non consentiva alcun tipo di difesa. Poi la verità ha cominciato a farsi largo nel corso del processo evidenziando uno sconcertante piano di inquinamento che ha condizionato l’indagine prima e il processo poi.» «L’innocenza del Cardinale Becciu è pienamente supportata dalle prove raccolte nel processo, peraltro confermate dagli inquietanti documenti pubblicati di recente da alcuni organi di informazione. Ci auguriamo che si ricostruisca approfonditamente la verità e che si faccia piena luce su tutte le condotte di cui il Cardinale è stato vittima. Senza dimenticare che oggi, finanche la sentenza di primo grado – che abbiamo già provveduto ad impugnare – ha certificato che il Cardinale Becciu non si è appropriato “neanche di un centesimo”»
Franca Giansoldati, Il tribunale Vaticano apre un fascicolo contro Francesca Chaouqui per il caso Becciu, in «Il Messaggero», 5 giugno 2025. «La “Papessa” è finita di nuovo nei guai in Vaticano: il tribunale di Papa Leone XIV ha aperto un fascicolo sul ruolo avuto dalla pr Francesca Immacolata Chaouqui in quello che ormai sembra essere una specie di complotto ai danni del cardinale Angelo Becciu. La vicenda assai ingarbugliata e ricca di passaggi a dir poco inquietanti, è affiorata in tutta la sua evidenza a seguito della morte di Papa Francesco, quando durante la sede vacante sono stati pubblicati gli ormai famosi oltre cento messaggi Whatsapp che quando era in corso il processo per il palazzo di Londra il promotore di Giustizia vaticano, Alessandro Diddi, decise di secretare e non mostrare nemmeno alle difese degli imputati, impedendo loro di difendersi compiutamente, a dispetto delle vive proteste degli avvocati che denunciarono reiteratamente scarse garanzie per un giusto processo. Tutto ha inizio il primo settembre 2020 quando la pr Chaouqui – già consulente dell'organismo vaticano Cosea, e già condannata al processo Vatileaks2 per divulgazione di documenti riservati benché Papa Bergoglio le sospese poi la pena - anticipava alla signora Genoveffa Ciferri tutto quello che poi, puntualmente, si sarebbe verificato nei mesi a seguire. E cioè la caduta in disgrazia dell'allora potentissimo cardinale Becciu, la sua punizione papale che arrivò a togliergli i diritti del cardinalato, fino alla formale condanna e al maxi processo dal quale Becciu sarebbe poi stato condannato. Come faceva a sapere tutto questo Chaouqui? (...) Raffaele Mincione (uno dei dieci imputati e condannati in primo grado per il Palazzo di Londra) depositava all'Onu tutte le chat del 2020, di cui fino a quel momento era in possesso la signora Ciferri, conservate presso un notaio di Rieti. Chat che se lette in sequenza sollevano parecchi dubbi sulla deposizione di monsignor Perlasca che servì come base per l'intero impianto accusatorio dell'intero processo (per il Palazzo di Londra). Ulteriori chat, anch'esse secretate dai magistrati del Papa, sono state pubblicate dal Domani e dalla trasmissione Le Iene. Ed è in base a questo flusso incredibile di comunicazioni che appare assai lacunosa la deposizione di monsignor Perlasca: il monsignore, ex capo ufficio finanziario nella Segreteria di Stato avrebbe prodotto un memoriale anche in base ai suggerimenti che Chaouqui affidava a Ciferri e che quest'ultima, a sua volta, travasava all'amico Perlasca per dare ai magistrati ciò che gli veniva consigliato. (...) Chaouqui, stretta collaboratrice di Papa Bergoglio e già condannata a 10 mesi per lo scandalo Vatileaks adesso è indagata in Vaticano per traffico di influenze (per aver ricevuto del denaro da Genevieve Ciferri per subornare il principale accusatore di Becciu, monsignor Alberto Perlasca). Inoltre, stando a quanto ha confermato il TG1, è anche accusata di falsa testimonianza resa in tribunale, durante il processo per il Palazzo di Londra. Chaouqui era stata chiamata a testimoniare circa i suoi presunti rapporti con Ciferri, con il gendarme Stefano De Santis, con lo stesso magistrato Diddi. Nel frattempo la trasmissione le Iene ha pure pubblicato un audio in cui si sente una conversazione tra Chaouqui e il gendarme De Santis in cui è quest'ultimo a suggerire cosa far dire a Perlasca. La decisione del Promotore di Giustizia vaticano, Diddi di aprire un fascicolo sui reati commessi da Chaouqui per inquinare il processo contro il cardinale Becciu e gli altri imputati, secondo l'avvocato Cataldi Intrieri, difensore di Tirabassi, sarebbe « tardiva e giunge a distanza di ben tre anni da quando monsignor Perlasca, il testimone indotto a dire il falso, li aveva già denunciati alle autorità giudiziarie vaticane che erano rimaste inerti sino ad oggi. Il Promotore dimenticava peraltro di procedere contro altri soggetti che all’interno degli uffici inquirenti avevano prestato ascolto alla signora Chaouqui, come risulta dalle registrazioni pubblicate dal Domani. Nutriamo molti dubbi sugli effetti di questo tardivo risveglio per l’evidente conflitto di interessi dell’ufficio del Promotore di giustizia che è parte in causa». A suo parere di questa vicenda se ne dovrebbe occupare anche la Procura di Roma «perché altre condotte illecite ascrivibili alla signora Chaouqui ed ai suoi complici sono state compiute in Italia ed in tal senso prenderemo le opportune iniziative». Chiara allusione ad una registrazione tra Becciu e monsignor Perlasca, avvenuta alla pizzeria Lo Scarpone, al Gianicolo presumibilmente organizzata dalla Gendarmeria vaticana.» Anche in tedesco. E in inglese. E in francese.
Nico Spuntoni, Chi ha "incastrato" il Cardinale Becciu?, in «Spreaker», 6 giugno 2025.
Enrica Riera, Caso Becciu e chat. I Vaticano si "copre" indagando Chaouqui, in «Domani», 6 giugno 2026. PERCHÉ SOLO LEI? «Aperto un fascicolo contro la lobbista. Esclusi gli inquirenti che, in base ad audio e messaggi, avrebbero aiutato la “papessa” a inchiodare il porporato sardo. «Se viene fuori che eravamo tutti d’accordo è la fine». Così Francesca Immacolata Chaouqui si rivolgeva, su WhatsApp, a Genoveffa Ciferri. La lobbista, condannata nel processo Vatileaks II, commentava con la sodale di monsignor Alberto Perlasca le trame che, stando alle chat svelate da Domani nei mesi scorsi e depositate all’Onu dal finanziere Raffaele Mincione, avrebbero portato alla condanna in primo grado del cardinale Angelo Becciu per peculato e truffa. Nella pratica la “papessa” sarebbe stata fondamentale per inchiodare il porporato, imbeccando, tramite Ciferri e l’uso di informazioni che solo promotori di giustizia e gendarmeria vaticana potevano conoscere, il grande accusatore dell’ex braccio destro di papa Francesco. Una sola indagata, dunque, è finita sotto la lente del tribunale vaticano a causa di una vicenda che, in realtà, in base alle ricostruzioni di questo giornale, non avrebbe coinvolto esclusivamente la lobbista originaria della Calabria, ma pure i pubblici ministeri del pontefice, tra cui Alessandro Diddi che, a processo ancora aperto, ha ricevuto da Ciferri chat compromettenti di Chaouqui. Invece di renderle pubbliche e depositarle, il pm del papa ha aperto un fascicolo ad hoc, omissando quasi integralmente tutti i messaggi. Scelta che, secondo gli avvocati delle difese, è stata fatta per non inficiare l’andamento del processo. Non solo, non è chiaro se il Vaticano abbia fatto qualcosa nei confronti del capo della gendarmeria Stefano De Santis, di cui Domani ha pubblicato un audio del 2020. Audio in cui il commissario istruiva Chaouqui in merito a quanto Perlasca avrebbe dovuto scrivere all’interno dell’ormai famoso memoriale dell’estate di cinque anni fa. Quello contenente, cioè, le prime e gravi accuse nei confronti del cardinale a cui Francesco, subito dopo, ha tolto ogni diritto connesso al cardinalato. «La decisione del promotore di giustizia di aprire un fascicolo sui reati commessi dalla signora Chaouqui per inquinare il processo contro il cardinale Becciu e gli altri imputati è tardiva e giunge a distanza di ben tre anni», commenta l’avvocato Cataldo Intrieri, che difende Fabrizio Tirabassi, tra i coinvolti nel processo contro Becciu. Il legale continua: «Il promotore dimentica di procedere contro altri soggetti che all’interno degli uffici inquirenti hanno prestato ascolto a Chaouqui come risulta dalle registrazioni pubblicate da Domani. C’è un conflitto di interessi e riteniamo che della vicenda debba occuparsi la procura di Roma». Perché il tribunale vaticano ha deciso di agire solo nei confronti della lobbista che, secondo Ciferri, chiese «30mila euro (ricevendone a quanto pare 15mila, ndr) come ricompensa del suo operato?» Perché le difese dei condannati in primo grado, da Becciu a Mincione, stanno affilando le armi per l’appello che inizierà a settembre, e che si baserà soprattutto sull’origine di un processo che, in qualsiasi altro paese civile, sarebbe stato, dopo la pubblicazione della chat, probabilmente inficiato. (...) La vicenda Chaoqui-Ciferri-De Santis ha messo definitivamente in dubbio la reale terzietà degli uffici degli inquirenti vaticani, oltre alla genuinità dell’atto di accusa di Perlasca, che sembrerebbe essere stato dettato da certi condizionamenti da parte dell’accusa per il tramite della “papessa”. Non è tutto. Nelle loro conversazioni, Chaouqui, davanti a Ciferri, si mostrava sempre informatissima. A novembre del 2020 ad esempio era certa. «Perlasca verrà prosciolto. Su questo non ci sono dubbi. Se per tranquillizzarlo vuoi parlare con Diddi o con la gendarmeria non c’è problema», scriveva. Così è andata. Perlasca è stato prosciolto, mentre Becciu condannato. Anche Ciferri era sorpresa: «Fantastico come tu faccia a sapere queste indiscrezioni!». Poi, ancora. «Con l’operazione tua hai salvato Perlasca e hai fatto dimettere quello (Becciu, ndr)», diceva Ciferri, in un vocale del 28 settembre 2020, ottenuto da questo giornale, a Chaouqui. Che ribatteva: «Io sono stata un piccolo strumento di questa vicenda». Strumento in mano a chi? Chissà se il tribunale d’Otretevere ha intenzione di scoprirlo.»
Ivo Pincara, Perché solo lei? Perché solo ora?, in «Korazym», 6 giugno 2025. «... perché viene indagata solo una mitomane diabolica e non i suoi probabili complici all’interno della magistratura e della Gendarmeria vaticana?»
Felice Manti, Becciu e Chaouqui: le ombre sul processo, in «Il Giornale», 6 giugno 2025. «... «se scoprono che ci siamo messi d'accordo salta il processo»« «macchinazioni e giochi di potere lontanissime dalla trasparenza che Papa Francesco predicava. La condanna ampiamente anticipata via stampa (sette numeri dell'Espresso, decine di articoli e servizi televisivi su Report, La7 eccetera) e un processo cambiato in corsa quattro volte, ben lontano dall'essere «giusto» hanno mascariato la Chiesa e la sua missione anziché innescare una virtuosa pulizia interna. Di uno «sconcertante piano di inquinamento che ha condizionato l'indagine prima e il processo poi» si lamentano ancora ieri i legali del prelato sardo Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo. Colpa anche di personaggi più o meno comprimari di un circoletto magico non sempre all'altezza del difficilissimo compito e di una misericordia predicata ma mai realizzata. A Becciu è capitata la maschera del Male e un copione scritto peggio, in mezzo c'è chi come il presidente Giuseppe Pignatone che ne è uscito con una insperata cittadinanza vaticana, altri come l'ufficiale Gdf Pasquale Striano che avrebbero indagato su mandato e autorità di chi ancora non si è capito, fino alla stessa Papessa Chaouqui, uscita malconcia dalla condanna a 10 mesi per Vatileaks».
Nico Spuntoni, Chi ha incastrato Angelo Becciu? Indagata Francesca Immacolata Chaouqui, in «La Nuova Bussola Quotidiana», 7 giugno 2025. SENZA LA TESTIMONIANZA – TAROCCATA – DI PERLASCA, BECCIU NON SAREBBE STATO RINVIATO A GIUDIZIO. «Nella seconda udienza del processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato il promotore di giustizia vaticano Alessandro Diddi si era lamentato di chi «vaneggia di prove false». Quattro anni dopo, forse, il dubbio deve essere venuto anche a lui se pochi giorni fa ha deciso di aprire un fascicolo per traffico di influenze, falsa testimonianza e subornazione proprio in relazione a quel procedimento. (...a meno che non lo sapesse bene già prima, nAP) Il promotore vaticano, che nella requisitoria del 18 luglio 2023 aveva detto che il monsignore non era un «testimone manipolato, oltre che manipolabile», ora indaga proprio per accertare se Perlasca è stato manipolato. Di manipolazione parlano apertamente i legali di Becciu, gli avvocati Maria Concetta Marzo e Fabio Viglione, che in una nota hanno evocato «uno sconcertante piano di inquinamento che ha condizionato l’indagine prima e il processo poi». (... ) la notizia del nuovo fascicolo non avvicina ancora la verità su una vicenda che rischia di diventare una macchia nella memoria del pontificato bergogliano. Quel che è certo è che l'indagine aperta dal promotore di giustizia contraddice inequivocabilmente l'editoriale del direttore del Dicastero per la Comunicazione Andrea Tornielli che aveva parlato, dopo una sentenza di solo primo grado, di «processo giusto e trasparenza» per criticare le contestazioni mosse, tra gli altri, dalla difesa di Becciu. Come si può parlare di «trasparenza» se lo stesso promotore di giustizia ora indaga per reati come falsa testimonianza, subornazione e traffico di influenze che sarebbero stati commessi proprio nell'ambito di quel processo?»
Bruno Gemelli, Arsenico e nuovi merletti, in «Corriere della Calabria», 9 giugno 2025.
Andrea Gagliarducci, Pope Leo XIV: The role of the Curia & the season of trial, in «MondayVatican», 9 giugno 2025. Anche in italiano. «L’approccio di Leone XIV è cauto. Tuttavia, sembra esserci una notevole agitazione intorno a lui. C’è un mondo vaticano che ha vissuto completamente nelle dinamiche del precedente pontificato e ora teme di perdere la propria influenza. Come sempre accade in Vaticano, tutti si sono riposizionati. Anche la stagione dei processi in Vaticano non sarà più la stessa. In Sede Vacante, lo scorso 29 aprile, Francesca Immacolata Chaouqui, l’ex membro della Pontificia commissione referente di studio e di indirizzo sull’organizzazione della struttura economico-amministrativa (COSEA) della Santa Sede, poi processata in Vaticano, è stata convocata in Vaticano con l’accusa di traffico di influenze e manomissione di prove. La notizia è stata diffusa quasi un mese dopo. La convocazione di Chaouqui è seguita alla pubblicazione di intercettazioni telefoniche che hanno rivelato il suo ruolo nella manipolazione delle prove e nella consulenza ai magistrati nel processo riguardante la gestione dei fondi della Segreteria di Stato della Santa Sede, noto come “processo Becciu”. Ma perché l’incriminazione arriva solo ora? Al di là delle intercettazioni, il ruolo di Chaouqui era già emerso durante il “processo Becciu”, quando fu chiamata a testimoniare. All’epoca, le dichiarazioni di Chaouqui non portarono a un arresto né a un sospetto. (...) Allo stesso tempo, attendiamo l’appello per il processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato, previsto per il prossimo 22 settembre. Dovrebbe esserlo, perché tutte queste situazioni potrebbero anche indurre a considerare il rinvio dell’appello. Leone XIV ascoltò attentamente tutte queste situazioni e lesse i dossier. Per prendere le decisioni migliori, ha bisogno della Curia, e questo significa che ha bisogno di funzionari curiali non corrotti e di una Segreteria di Stato non invischiata in antagonismi interni. Queste considerazioni, in sintesi, sono state tra quelle che hanno portato alla sostanza dei recenti discorsi. Il Papa, tra le altre cose, non ha ancora una squadra di governo personale. Ha deciso di fidarsi di coloro che ci sono finora.»
Leonardo Ventura, Grana sistema giustizia per il Pontefice. Ora arrivano le denunce, in «Il Tempo», 14 giugno 2025. LO SCANDALO PIÙ GIGANTESCO NELLA CHIESA DEGLI ULTIMI SECOLI: QUELLO DELLA MALAGIUSTIZIA. «Quanto sta emergendo con sempre maggiore forza sermbra dar ragione a chi da tempo, soprattutto dopo aver seguito l'evoluzione del processo, sostiene che l'inchiesta sia stata caratterizzata da evidenti anomalie e la condanna del Cardinale Becciu e degli altri imputati sia sostenuta da prove fragili, figlie di un teorema che aveva grande appeal mediatico, ma poca sostanza in termini giuridici. In tanti poi – e non solo all'interno del Vaticano – sono convinti, sopratuto dopo aver scoperto, seguendo il processo, che il Cardinale Becciu non si è appropriato neanche di un centesimo, che si sia trattato di un'operazione studiata a tavolino. Un'operazione "anti-casta", sfruttata per mettere fuori gioco un cardinale divenuto troppo potente. Non è un caso che ormai siano rimasti in pochi a difendere la gestione dell'indagine nei confronti del Cardinale e che proprio lo stesso ufficio del Promotore sia stato costretto ad aprire un'inchiesta contro una testimone della stessa accusa. Né va sottovalutato, poí, quanto emerso nel giudizio londinese in cui la Segreteria di Stato è stata condannata a pagare oltre 3 milioni di sterline a Mincione, non ritenuto responsabile di alcuna frode in danno della Santa sede. L'appello di settembre non sarà solo un giudizio sul Cardinale Becciu, ma dovrà riportare in alto la considerazione di tanti sull'intera gestione del processo. La credibilità del sistema passa anche attraverso la capacità di riconoscere se nell'ambito di un'inchiesta qualcuno ha abusato o si è costruito ruoli da castigamatti, pur di raggiungere l'obiettivo. Perché se testimoni sono stati orientati, gli investigatori hanno agito fuori ruolo e l'accusa ha coperto chi manipolava, allora a essere sotto accusa non sara più un Cardinale, ma la giustizia vaticana stessa.» CHE ORRIBILE PUZZA DI MARCIO IN VATICANO!
Felice Manti, Caso Becciu, spuntano altre chat sulla macchinazione, in «Il Giornale», 23 giugno 2025. LO DICE COLEI CHE HA MONTATO IL COMPLOTTO, ALLA SUA COMARE CIFERRI (L'AMICA DEL TESTIMONE CHIAVE, PERLASCA): «BISOGNA CAPIRE COSA DEVI DIRE... PER EVITARE CHE LE CHAT (QUELLE INVIATE A DIDDI IL FAMOSO 26 NOVEMBRE 2022) SIANO CONSIDERATE ATTENDIBILI OVE MAI SI DECIDESSE DI DESECRETARLE... PERCHÉ IN QUESTO CASO AVREBBE RAGIONE BECCIU... VA DISINNESCATA LA BOMBA...». CHI È CHE IMBECCA LA CHAOQUI? BECCIU NON HA MAI CHIESTO CLEMENZA MA VERITÀ, PROCLAMANDO LA SUA INNOCENZA.
Giancarlo Cavalleri, Pubblicate altre chat che scagionano il cardinale Becciu. Il processo teleguidato dall'esterno, in «Faro di Roma», 23 giugno 2025. QUELLO SCHIFOSO PROCESSO TELEGUIDATO! «Sconcerta tuttavia che a indagare sia colui che dall’inizio ha omissato le chat, pubblictate solo ora perchè depositate dalla difesa di Raffaele Mincione nel suo ricorso, per violazione dei diritti umani, agli organi dell’ONU. Ma Diddi già in aula due anni fa si è dichiarato estraneo alla vicenda, nonostante l’attivo scambio di messaggi con la signora Ciferri, invece di rinunciare al suo ruolo nel processo come sarebbe stato più logico. In ogni caso i nuovi documenti confermano l’esistenza di una strategia per confezionare accuse false a carico di Becciu, con il coinvolgimento di monsignor Alberto Perlasca e del commissario della Gendarmeria Stefano de Santis.» Anche in portoghese. E in spagnolo.
Andrea Caldart, Nuove rivelazioni sul caso Becciu: chat compromettenti e ombre sul processo vaticano, in «La Gazzetta dell'Emilia», 27 giugno 2025. «Il contenuto delle chat è inequivocabile: emerge una strategia ben definita per influenzare l'esito del processo, un elemento che getta pesanti dubbi sull'autenticità delle accuse e sull'intero impianto accusatorio costruito attorno a Becciu. Ancora più inquietante è il ruolo del promotore di giustizia vaticano, Alessandro Diddi. È proprio lui ad aver aperto un fascicolo sulle nuove rivelazioni. Tuttavia, Diddi è lo stesso magistrato che, durante le fasi iniziali dell’inchiesta, omise di portare alla luce le chat oggi divenute pubbliche. Documenti che, invece, sono stati depositati solo recentemente dagli avvocati di Mincione nel contesto del ricorso all’ONU. Una posizione, quella di Diddi, che appare quantomeno ambigua: nonostante le comunicazioni dirette con la Ciferri, mai rese note, il promotore ha scelto di non astenersi dal processo, né ha chiarito il proprio coinvolgimento. Già nel 2022, in aula, si era dichiarato estraneo ai rapporti con le persone ora coinvolte nelle rivelazioni, una dichiarazione oggi contestata dai nuovi atti. Altro nodo cruciale è il ruolo di monsignor Alberto Perlasca, inizialmente indagato nella vicenda e in seguito divenuto il principale testimone dell'accusa. Il suo passaggio da indagato a collaboratore avvenne dopo la stesura di un memoriale nel 2020, apparentemente sollecitato dalla stessa Chaouqui. Secondo i nuovi documenti, sarebbe stato proprio questo il punto di svolta per l'accusa nei confronti di Becciu. A questo punto sorge inevitabile una domanda, che va oltre la cronaca giudiziaria: perché tutto questo complotto proprio attorno al cardinale Becciu? Chi aveva interesse a far cadere quello che fino a poco tempo prima era considerato il "numero tre" del Vaticano? E soprattutto, perché con tale accanimento e meticolosità? L’esame critico della vicenda suggerisce che non si è trattato solo di una questione di giustizia amministrativa o di irregolarità contabili. Il profilo del cardinale Becciu – potente, influente, punto di riferimento della Segreteria di Stato – lo rendeva inevitabilmente figura scomoda per molti. Le sue posizioni ferme, le sue nomine, la sua gestione delle risorse potrebbero aver creato frizioni interne con altri poteri, desiderosi di ribilanciare le forze nei sacri palazzi. Non da ultimo va ricordato che risultava tra i papabili, ma alla fine ha deciso lui di escludersi dal conclave. Un fatto appare oggi evidente: qualcuno avrebbe tratto beneficio dalla sua caduta. Non solo in termini ecclesiali, ma anche su un piano di redistribuzione delle leve del potere interno alla Curia. In questo contesto, le nuove chat rivelano una pianificazione, una costruzione mirata di accuse, e – cosa ancora più grave – una giustizia che forse si potrebbe essere piegata a logiche estranee alla verità. Anche il commissario della Gendarmeria vaticana Stefano de Santis, figura tra i nomi emersi nelle recenti carte che delineano un quadro allarmante: un processo influenzato da pressioni esterne, con una rete di complicità interna volta a costruire un impianto accusatorio su basi instabili. La Santa Sede, finora, non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito alle ultime rivelazioni, ma il clima che si respira nei palazzi vaticani è quello della crescente inquietudine. A pochi mesi dall'appello decisivo, la figura del cardinale Becciu, fino a oggi travolta dallo scandalo, potrebbe essere rivalutata alla luce di una verità molto più complessa e, forse, manipolata. L'opinione pubblica e gli osservatori internazionali chiedono ora trasparenza e chiarezza. Quel che appare certo è che il caso Becciu non è solo un processo giudiziario, ma un banco di prova per la credibilità della giustizia vaticana stessa.»
Luigi Bisignani, Papa Leone e il bisturi sulla Curia. Parolin verso il ritorno in laguna, in «Il Tempo», 29 giugno 2025. «Dalle riflessioni emerse durante le Congregazioni generali – incoraggiato da due cardinali giuristi, suoi grandi elettori, come Burke e Versaldi – Prevost ha raccolto diverse “suppliche”. La prima è certamente il ritorno alla più intransigente trasparenza nella giustizia vaticana, mettendo un de profundis all’allegra e scanzonata gestione del processo Becciu, dove damazze, investigatori e segreti si sono intrecciati nel nome di un Papa ormai stanco e vulnerabile. L’appello contro la condanna di Becciu è fissato al 22 settembre, e ci si può attendere di tutto. Parlando più “terra terra”, intanto, torneranno, per così dire "a piede libero", fuori dalle Mura, gli uomini della Gendarmeria vaticana che condussero le indagini contro Becciu: tra loro il commissario Stefano De Santis, oggi al centro di un’inchiesta interna che si preannuncia clamorosa.» Anche in inglese.
Giuliano Foschini, Becciu denuncia Chaouqui "Incastato dalle sue false prove", in «La Repubblica», 2 luglio 2025. L’ipotesi è quella di truffa ed estorsione. In particolare, si legge nel documento, sarebbe stato «manipolato» il principale teste dell’accusa, monsignor Alberto Perlasca. (...) L’esposto – a seguito di un lungo lavoro degli avvocati Fabio Viglione, Maria Concetta Marzo, Giandomenico Caiazza e Cataldo Intrieri, parallelo alla difesa nel processo vaticano del cardinale e degli altri imputati – ricostruisce la storia sulla base di 325 pagine di messaggi - depositate dalla difesa di Mincione davanti a un processo alle Nazioni Unite. Sono whatsapp che si sono scambiate la stessa Chaouqui e Genoveffa Ciferri, cittadina italiana legata a Perlasca, un passato nei Servizi, nei quali, secondo la difesa, c’è la prova di «istruzioni, pressioni e suggerimenti» che avrebbero indotto il monsignore a cambiare versione. Secondo la denuncia, Chaouqui avrebbe agito «fingendosi un anziano magistrato collaboratore del promotore di giustizia vaticano», sfruttando l’intermediazione di Ciferri. Nel documento si fa anche riferimento a una dazione in denaro.Il 26 novembre 2022, Ciferri scrive in un messaggio indirizzato al promotore di giustizia, Alessandro Diddi: «Per ricompensarla dell’operato che vantava a favore di Perlasca… gli feci recapitare per mano di un sindaco di un paese limitrofo al mio 15 mila euro in una busta. Ne aveva chiesti 30 ma non potei». Sempre nelle chat, si fa riferimento alla consegna di gioielli antichi il 30 novembre 2020 tramite un “architetto”. Ma il passaggio più delicato riguarda il contenuto di un messaggio audio che, secondo i denuncianti, sarebbe stato inviato alla Chaouqui dal commissario della Gendarmeria vaticana, Stefano De Santis. La trascrizione è riportata nella denuncia: «Lui (Perlasca, ndr) è in possesso del verbale dell’interrogatorio… sottolineasse tutti i punti in cui, alla luce degli ultimi eventi… ha in essere di chiarire… come il sistema di Crasso e Tirabassi». Secondo l’esposto, sembrerebbe quindi «che anche il principale inquirente dell’indagine ha dato specifiche indicazioni alla signora Chaouqui affinché le facesse pervenire a monsignor Perlasca».
Giuliano Foschini, Le confidenze della papessa. "Quella cena costruita bene per far confessare l'eminenza", in «La Repubblica», 2 luglio 2025. Nel lungo esposto del cardinale Becciu contro Francesca Immacolata Chaouqui, “la papessa”, come in molti la chiamano fuori dal Vaticano, c’è il racconto di una cena. Che invece sarebbe stata una trappola. Siamo al ristorante Lo Scarpone, a Roma, uno storico locale della città in via di San Pancrazio, al Gianicolo. È il 5 settembre del 2020 e monsignor Perlasca, da sempre legato da un rapporto di grande stima e vicinanza con Becciu, lo invita a cena. «Passiamo una serata rilassante» dice. La cena, secondo quanto ricostruiscono i legali del cardinale, è organizzata da Chaouqui «al solo fine di raccogliere elementi di prova per accusare il cardinale. Dunque, attraverso lo svolgimento di una vera e propria attività di indagine, evidentemente del tutto abusiva, in territorio italiano». Le date sono importanti. Siamo pochi giorni dopo il secondo interrogatorio di Perlasca, quello nel quale presentatosi spontaneamente, senza avvocato, aveva definitivamente inguaiato Becciu. Scrive Ciferri, il 3 settembre, in preparazione dell’appuntamento. «Buongiorno Francesca. Scrivimi per bene quella cosa che desiderano i magistrati». Risposta di Chaouqui: «Buongiorno Genevieve, siamo a un punto molto importante, il cardinale sta artatamente cercando di crearsi un ennesimo alibi, serve una prova definitiva della sua infedeltà. Una cena costruita bene su cui far “confessare” Sua eminenza sarebbe preziosa per gli inquirenti». Lo spiega la stessa Ciferri in uno dei messaggi inviati al promotore Diddi, e messi a disposizione dell’indagine da lui stesso. «Lei si renderà conto che l’incontro fu completamente organizzato e pilotato, passo dopo passo. Addirittura - dice - quando io le palesai che monsignor Perlasca non era molto convinto e voleva quasi recedere, lei fece notare che tutto era ormai stato organizzato a puntino da voi». Secondo quanto racconta Ciferri a prenotare il ristorante è stata la stessa Chaouqui. «Sempre Perlasca - scrive - si preoccupava se fosse opportuno che si alzasse per pagare il conto, in quanto il cardinale avrebbe potuto sbirciare sotto il tavolo e notare la strumentazione di registrazione installata, e lei risponde che era meglio farsi portare il conto a tavola». Subito dopo l’incontro lei ne chiede immediatamente una relazione scritta, ed un audio (...) Perlasca diligentemente lo fa, convinto di aver reso un servizio d’informazione a voi inquirenti». La questione, al di là del merito, pone una serie di problemi procedurali non di poco conto. Perché, se è vero, come scrive Ciferri che Perlasca ha registrato su indicazione degli inquirenti vaticani, è stato creato un grave reato. Perché avrebbero agito in territorio italiano. Non a caso quando Perlasca parla della cena allo Scarpone nell’interrogatorio, il commissario De Santis interviene: «Qualcuno ha paventato l’idea che ci fosse una videoregistrazione, ma non è stato fatto nulla… in Italia non andiamo a fare alcun tipo di attività». «È come se sapessero di che cosa monsignor Perlasca stava parlando, ma allora quando, come e da chi lo hanno saputo?» si chiedono gli avvocati nella denuncia. È una delle risposte che dovrà dare la procura di Roma.
Marco Mintillo, Il cardinale Becciu presenta un esposto alla procura di Roma per truffa ed estorsione dopo la condanna vaticana, in «Gaeta.it», 2 luglio 2025. «Francesca Immacolata Chaouqui è stata al centro di altre inchieste legate alla Santa Sede. In questo esposto emerge un ritratto di lei che supera i confini del Vaticano: si parla di attività svolte in Italia per modificare testimonianze e orientare il procedimento. L’accusa più forte riguarda la manipolazione del principale testimone, monsignor Alberto Perlasca. Perlasca, che ha fornito elementi chiave a carico di Becciu, sarebbe stato spinto a cambiare la sua versione sotto la pressione di Chaouqui e della sua rete. L’esposto descrive chaouqui come una figura che, fingendo di essere vicina a magistrati vaticani, avrebbe indotto testimonianze orientate a favorire l’accusa.»
Becciu denuncia Chaouqui: «Un complotto per incastrarmi», in «L'Unione Sarda», 2 luglio 2025. Anche in inglese.
Becciu contro Vaticano: emergenza manipolazioni giudiziarie, in «Citinotizie», 2 luglio 2025.
Cardinal Becciu denounces a "conspiracy to condemn him" before the Prosecutor's Office in Rome, in «Rome Reports», 2 luglio 2025. Anche in spagnolo.
Cardinal Becciu: Vengeful 'Popess' framed me in Vatican fraud trial, in «The Times», 2 luglio 2025.
Giancarlo Cavalleri, Il card. Becciu chiede solo giustizia: "sono innocente, vittima di una macchinazione, indaghi la magistratura italiana", in «Faro di Roma», 2 luglio 2025. «Il documento depositato in procura ipotizza che Chaouqui e i suoi collaboratori possano essere responsabili di reati molto gravi come la truffa e l’estorsione. Un’accusa che si estende anche alle modalità con cui, secondo Becciu, si sarebbe cercato di pilotare l’inchiesta nei suoi confronti, violando la correttezza procedurale e minando l’indipendenza della magistratura. (...) le conversazioni emerse metterebbero in luce pressioni esercitate soprattutto nei confronti del promotore di giustizia vaticano, Alessandro Diddi. (...) Secondo le ricostruzioni che stanno emergendo da più fonti difensive, in particolare quelle degli avvocati di Raffaele Mincione e Fabrizio Tirabassi – coimputati nel processo –, le conversazioni tra Chaouqui e Ciferri delineerebbero una trama parallela, fatta di pressioni, suggerimenti pilotati e interferenze dirette sul principale testimone dell’accusa, mons. Alberto Perlasca. Sarebbe stato proprio grazie alle sollecitazioni coordinate dalle due donne che Perlasca avrebbe modificato la sua versione iniziale, facendo deragliare l’intera inchiesta verso una direzione prestabilita. Ma ciò che più colpisce è il ruolo che queste chat sembrano attribuire al promotore di giustizia, Alessandro Diddi. In alcuni passaggi, riferiti nelle carte consegnate anche alle Nazioni Unite, Chaouqui e Ciferri si esprimono con tono confidenziale e a tratti direttivo, dando l’impressione di godere di un canale privilegiato con la pubblica accusa. In una dinamica che ricorda più una strategia d’influenza che un legittimo contributo informativo, emergono messaggi nei quali si ipotizzano le domande da porre a Perlasca, si discute di come “orientare” la sua memoria e si anticipano le mosse del tribunale. L’effetto di questo scambio, ora oggetto di un esposto del cardinale Becciu alla Procura di Roma, sarebbe stato quello di ingannare la magistratura vaticana, offrendole una narrazione artefatta ma apparentemente coerente, costruita ad arte da soggetti esterni all’inchiesta. Il danno, secondo le difese, sarebbe duplice: da un lato si sarebbe falsata la ricostruzione dei fatti, dall’altro si sarebbe minata la credibilità stessa della giustizia vaticana, rendendola – suo malgrado – strumento di un’operazione che nulla ha a che vedere con l’autonomia e l’imparzialità. L’elemento che più inquieta è che tutte queste chat erano già in possesso di alcune difese sin dal 2022, ma sarebbero state ignorate o ritenute irrilevanti dalla magistratura vaticana. Solo ora, con la loro piena pubblicazione e analisi, comincia a delinearsi una seconda verità, nella quale Becciu e i suoi coimputati non appaiono più come ideatori di trame illecite, ma come vittime di una strategia manipolatoria condotta da soggetti esterni al perimetro giudiziario, ma in grado di condizionarlo in profondità. (...) Il processo al cardinale Angelo Becciu, condannato in primo grado dal Tribunale vaticano nel dicembre 2023 per truffa e peculato, sta assumendo sempre più i contorni di un’operazione opaca, nella quale si moltiplicano i segnali di una verità artefatta. (...) Becciu afferma che simili rivelazioni «confermano quanto da me denunciato sin dall’inizio e che, in gran parte, il processo ha già dimostrato». Il porporato punta il dito contro «scelte discutibili adottate dal tribunale, su sollecitazione dell’ufficio del promotore di giustizia, che hanno consentito a queste conversazioni di rimanere segrete». Secondo lui, si è volutamente mantenuto nel cono d’ombra un materiale potenzialmente esplosivo, che avrebbe potuto ribaltare l’intero impianto accusatorio. (...) A questo punto, è lecito domandarsi: fu il processo a seguire la decisione presa dal Papa o, al contrario, fu proprio quell’incontro del 2020 a innescare una macchina giudiziaria costruita per giustificare una punizione già impartita? All’origine di tutto, ricorda Becciu, c’era l’accusa di aver fatto destinare fondi vaticani a una cooperativa legata al fratello, accusa su cui persino il Tribunale – pur condannando – ha dovuto riconoscere la possibile finalità sociale dell’iniziativa, contestando solo la modalità. È davvero bastato questo per estromettere un prefetto e privarlo delle prerogative cardinalizie? L’impressione crescente è che il processo a Becciu non sia stato l’approdo di un’inchiesta autonoma e rigorosa, ma il prodotto di una catena di decisioni influenzate da dinamiche esterne, chat compromettenti e pressioni che oggi – a distanza di anni – rischiano di disintegrare la credibilità non solo della giustizia vaticana, ma dell’intera gestione interna della Santa Sede. La reazione delle autorità vaticane per ora è di massimo riserbo, mentre il cardinale Becciu ha dichiarato di sentirsi “tradito” e “profondamente ferito” dalla scoperta di quelle conversazioni, che confermerebbero le sue accuse di complotto. Intanto, il Vaticano si trova a dover affrontare non solo le conseguenze di un processo controverso, ma anche l’ombra lunga di una possibile distorsione della giustizia, alimentata da chat informali e da relazioni opache che minacciano di travolgere l’intero impianto accusatorio costruito negli ultimi anni.» Anche in portoghese. E in spagnolo.
Carlo Cambi, La nuova Chiesa di Prevost, in «Panorama», 2 luglio 2025. «... stanno emergendo particolari scomodi che potebbero indurre il Papa a chiudere tutto con un'indulgenza per evitare che da uno scandalo presunto se ne generi uno vero». L'indulgenza però sarebbe un danno enorme per chi è innocente (AP).














































