Sulla causa di beatificazione di Aldo Moro (e sulle altre accuse di Report)
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Ilaria Sacchettoni e Giulio DE Santis, Lavitola confessa al Gip: «Sono io il mandante. L'attentato a Ranucci organizzato per fargli innalzare il livello della scorta», in «Corriere della Sera», 12 agosto 2026. Quando si vive immersi nelle menzogne e nelle calunnie... -
Andrea Paganini (Facebook, 12 agosto 2026): «SONDAGGIO: Alzi la mano chi non ha mai dimenticato il cellulare nella propria automobile. DOMANDA ESISTENZIALE (per l'esistenza dei corpi): Ecco, signor Lavitola, se – come lei dice e come emerge dalle indagini – con il suo pseudo attentato lei non aveva alcuna intenzione di fare del male a nessuno, ci spieghi: come si è premurato di assicurarsi che né Sigfrido Ranucci né qualche suo familiare avesse dimenticato il cellulare (o uno zaino, o un libro...) in macchina e non fosse andato a prenderlo proprio nel preciso momento dell'esplosione? O che non vi fossero altre persone attorno a quelle automobili in quel preciso momento? DOMANDA ESISTENZIALE (per l'esistenza dell'anima): Lei, signor Lavitola, si rende conto del capitale di fiducia che ha polverizzato con quella bomba, ma soprattutto con i suoi inganni? Le menzogne e le calunnie distruggono la fiducia fra le persone e impediscono la convivenza umana. Anche le calunnie diffuse da Report». -
Difensore Lavitola, 'Ranucci sapeva? Non rispondo', in «Ansa», 12 agosto 2026. -
Stefano Giordano, Non sapeva di essere candidato, in «Il Riformista», 13 agosto 2026. -
Legale Ranucci, 'confessione Lavitola lascia sgomenti', in «Ansa», 12 agosto 2026. -
Andrea Paganini (Facebok, 12 agosto 2026): «Ah, quelle certezze granitiche che si sbriciolano al contatto con la realtà dei fatti. Ecco cosa diceva Roberto Saviano, amico Massimiliano Coccia, all'indomani dello pseudo attentato a Sigfrido Ranucci. Quindi: 1) nessuna «lunga gestazione di delegittimazione e isolamento» (semmai questo si voleva far credere), bensì, semmai, lunga gestazione di amicizia e di lusinghe da parte di Valter Lavitola, l'"amico fraterno" che Ranucci incontrava regolarmente e sentiva pressoché quotidianamente. 2) Non sono serviti dieci anni per capire, ma pochi mesi; certo poi bisognerà capire se i "poteri forti che agiscono nell'ombra" permetteranno che si faccia giustizia o se invece vorranno insabbiare tutto.» -
Michael Braun, Kerin Erzfeind, sondern Busenfreund, in «Faz», 12 agosto 2026. -
Max Del Papa, Bomba a Ranucci, Report spacciò una bufala. Sarà il caso di togliere la puntata, in «Nicolaporro.it», 12 agosto 2026. Ce ne sarebbero alcune che si dovrebbero togliere! -
Il duo Lavitola-Ranucci ha ottenuto il proprio scopo? Che squallore! -
Selvaggia Lucarelli: «Su Sigfrido Ranucci ho sempre avuto molte riserve. Umane e professionali», in «Open», 12 agosto 2026. «Selvaggia, oltre a una critica sullo stile Report e i metodi roboanti per annunciare servizi che si rivelano poi deboli, ricorda con uno screenshot una recensione entusiastica a 5 stelle apparsa su Amazon per il libro “La scelta”, firmata a testo con il nome “Emilio Cresci”, ma pubblicata dall’account registrato proprio a nome “Sigfrido Ranucci”. La recensione è stata successivamente rimossa, ma l’episodio viene citato come un esempio di “mitomania” o narcisismo, commentato da colleghi ed ex collaboratori della redazione.» Del resto i commenti entusiasti generati automaticamente a ogni post fb di Ranucci... hanno una spiegazione anche psicologica. -
Giacomo Amadori, Un altro faccendiere alla corte di Ranucci, in «Libero», 12 agosto 2026. «A novembre il giornalista ha convinto la Procura di Roma a sentire come testimone un’altra sua fonte dal passato oscuro, il sessantottenne romano Marco Bernardini, l’ex informatore del Sisde (i vecchi servizi segreti interni) condannato in via definitiva a 5 anni e 8 mesi per i dossieraggi illegali Telecom (le contestazioni iniziali andavano dalla rivelazione di segreto di Stato all’associazione per delinquere, dalla corruzione all’accesso abusivo). Erano i tempi della Security guidata da Giuliano Tavaroli, che confezionò report illeciti su circa 5.000 personalità (politici, imprenditori, giornalisti, uomini della finanza e anche uomini dello sport), senza andare troppo per il sottile. La squadretta non usava solo hacker per spiare gli obiettivi, ma anche investigatori privati. Tra questi Emanuele Cipriani e Bernardini, che, al contrario di altri coindagati, non sono stati salvati dalla prescrizione. (...) Bernardini è diventato un affidabile «consulente» di Report. Al punto tale, che dopo l’attentato a casa sua, Ranucci lo ha spedito in Procura per quello che, oggi, appare come un chiaro depistaggio investigativo. All’inizio del verbale si legge: «Il signor Bernardini si presenta spontaneamente a seguito di contatti intercorsi per le vie brevi (a voce, ndr) tra il procuratore della Repubblica di Roma (Franco Lo Voi, ndr) e il giornalista Sigfrido Ranucci, dove quest’ultimo ha indicato Bernardini quale persona che potrebbe riferire circostanze utili in relazione all’attentato subito dal dottor Ranucci nello scorso mese di ottobre». Nella sua prima risposta, Bernardini svela il legame con il conduttore, che si sarebbe rivolto all’investigatore per scoprire se fosse «spiato»: «Quest’estate ho incontrato Ranucci, in quanto aveva dei problemi e mi ha chiesto se potevo interessarmi per sapere se in qualche modo era ascoltato o pedinato da qualcuno. Questo sulla base delle mie pregresse conoscenze ed esperienze personali e professionali». Quindi Ranucci non solo era un «amico fraterno» del pluripregiudicato Lavitola, presunto mandante dell’ordigno esploso davanti a casa del giornalista, ma, non sentendosi al sicuro, si era rivolto a un soggetto come Bernardini, anziché alle forze dell’ordine. Da questo momento in poi l’ex fonte dei servizi segreti, davanti ai pm, descrive scenari inquietanti e prende di mira in particolare il vicedirettore dell’Aisi Carlo De Donno, mentre difende Giuseppe Del Deo, che al contrario di De Donno è finito indagato nell’inchiesta sulla cosiddetta Squadra Fiore, un’agenzia investigativa privata composta anche da ex 007 infedeli. (...) gli inquirenti sembrano più interessati a raccogliere notizie su Deldeo, ma Bernardini, nel suo verbale, descrive l’ex vicedirettore dei Servizi interni come una vittima: «So solo che quando la Meloni non voleva più la scorta dell’Aisi dovevano trovare un capro espiatorio per le attività illegali di monitoraggio che verosimilmente compivano ai danni del premier e, quindi, lo hanno accompagnato alla porta. Anche Luca, il giornalista che mi ha intervistato (in realtà Giorgio Mottola, ndr), so che ha contattato Del Deo, ma quest’ultimo si è rifiutato di parlare». Le toghe tentano di scucire al testimone qualche notizia sulla Squadra Fiore e Bernardini non dà loro soddisfazione (...)». Toh!, Del Deo, colui che faceva "casini" con il Vaticano....! -
«Ha riconosciuto di essere stato il mandante dell'attentato e di averlo fatto per il bene di Ranucci e soprattutto per tutelare la sua incolumità da eventuali attentati». Già queste parole del legale di Lavitola, in un mondo normale, sarebbero al massimo una barzelletta, o la battuta di una commedia surreale. Ma noi non viviamo in un mondo normale e all'umanità del 2026 si può dare a bere di tutto. E domani assisteremo a una nuova modalità di reati: i reati compiuti "per il bene delle vittime". Trallallero trallallà. -

E con lui cadono diverse altre "lampadine senza batteria". -
Maurizio Crippa, Ranucci ha perso il bene più prezioso: la credibilità. Parla Aldo Grasso, in «Il Foglio», 13 agosto 2026. Da parecchio tempo, per la verità... «Ora non importa la risultanza dell’inchiesta su Lavitola, ma anche solo il fatto che il pubblico possa ritenere che si sia fatto plagiare, che non sia stato trasparente, è il peggior danno che si è in larga parte autoprocurato”. (...) Io da anni dico apertamente che è il ‘metodo Report’ a non andare bene. E’ una anomalia giornalistica, una degenerazione di quello che è sempre stato il giornalismo d’inchiesta, fuori e dentro la televisione pubblica. Questa rivendicazione di ‘schiena dritta’, la pretesa di esser gli unici a difendere la ‘roccaforte dell’informazione indipendente’ è cattiva retorica. Soprattutto perché poi poggia su un metodo fatto di audio carpiti, di pedinamenti in video, di sottopancia che strillano ‘esclusivo’. Non è questo che certifica il giornalismo d’inchiesta. E’ invece una esibizione volgare di mezzi non sempre trasparenti che ora sta crollando.» -
Fabio Trizzino (facebook, 13 agosto 2026): «Dante, nel canto sesto dell'inferno, rappresenta i golosi intenti a farsi scudo dei morti. Oggi, i golosi di vanagloria e di protagonismo narcisista, fanno lo stesso. Liberi loro di farlo. Liberi noi altrettanto- specie se quei morti ci appartengono particolarmente -di collocare i golosi del nostro tempo dove meritano» (Parole di Fabio Trizzino, legale di Lucia, Fiammetta e Manfredi Borsellino, nonché genero del dottor Paolo Borsellino, marito di Lucia). Proprio così! Altro che «IL DISEGNO INTERO DI CUI ERANO PARTE» (osceno)! -
Da "Paolo Borsellino, il coraggio della solitudine" (Facebook, 13 agosto 2026), sulla reazione di Ranucci all'arresto di Lavitola: «Il mancato ringraziamento non è un dettaglio. È un segnale. Perché quando la costruzione del personaggio diventa più importante della realtà, la realtà finisce per essere piegata, ritoccata, selezionata.» Anche in questo caso io sto con i figli di Paolo Borsellino. E colgo questo e altri segnali... -
Valter Lavitola (da «Mow»): «Se l'ho fatto io vuol dire che l'ho fatto d'accordo con Sigfrido. Perché non è che vado a fare un piacere a Sigfrido e non glielo dico». Anche nell'alienazione del crimine... permane un minimo di logica. -
Caso Ranucci: gip. 'movente non era accrescere scorta', in «Agi», 13 agosto 2026. Amicizie alimentate da frottole, menzogne e calunnie... -
THE TRUMAN SHOW (oggi ho avuto un'intuizione, ma la tirerò fuori al momento giusto): un grido d'aiuto o un messaggio in bottiglia per il futuro (un tentativo di crearsi un alibi)? -
Luca Arnau, L'irresistibile fascino di Sigfrido per Ranucci: definisce il suo libro «un capolavoro» su Amazon, ma firma la recensione con un altro nome, in «La Capitale», 13 agosto 2026. Quell'ego fuori controllo. E quella fantasia perversa che distorce la realtà. -
Giancarlo Cavalleri, Ranucci-Lavitola, una vicenda sempre più inquietante: quando la violenza entra nel cuore dell'informazione, in «Faro di Roma», 13 agosto 2026. «La libertà di informare non può diventare terreno di gioco per nessuno. Né per chi vuole intimidire, né per chi pretende di proteggere attraverso la forza, né per chi pensa di poter utilizzare un giornalista come pedina di un progetto personale o politico.» -
Paolo Liguori (4 di sera, 13 agosto 2026): «Io penso che Ranucci sia un personaggio costruito dalla magistratura – non dalla politica (la politica si è allineata, in particolare la politica di sinistra che manca di idee e di leader) – e che oggi sia stato distrutto dalla stessa magistratura che l'ha costruito. Probabilmente ha combinato qualche guaio, anche attraverso amici, è diventato indigesto agli stessi che l'avevano creato». Notate la sintonia con il famoso post di Ranucci pubblicato nel momento dell'interrogatorio di Lavitola («il disegno intero di cui erano parte»)? E insieme alla magistratura (deviata?) ci metterei i servizi segreti (deviati?). -
Giacomo Di Girolamo, Quisquilie e pinzillacchere. Il mito di Report si incrina, e ai giornalisti di provincia resta solo il mestiere, in «Linkiesta», 14 agosto 2026. La trappola della vanità. -
Cataldo Intrieri, Report, la farsa e il botto. Ranucci non è complice né vittima di un attentato, ma si è bevuto le fesserie di Lavitola, in «Linkiesta», 14 agosto 2026. «Era una farsa, punto e basta». «Ciò che colpisce del legame tra i protagonisti di questa farsaccia di infimo ordine è la condizione di assoggettamento psicologico, ai limiti del plagio, di Ranucci. Egli non solo si beve le fesserie sul suo futuro politico come leader della pur scalcagnata sinistra attuale, ma, quando apprende dell’avviso di garanzia al mefistofelico amico, si indigna coi magistrati della pur benevola Procura di Roma, definendoli dei matti e adoperandosi subito per trovare giustificazione adeguata al grave indizio della presenza di Lavitola e del suo complice Gomes Clesio Tavares vicino alla sua casa un mese prima del finto attentato. Come il povero professor Unrat de “L’angelo azzurro”, perso tra le gambe della sua Lola, Ranucci si smarrisce tra le ciance di Lavitola e nega a sé stesso la verità. Egli non può ammettere di essere come Unrat, il bigotto moralista alla fine irresistibilmente attratto dal peccato in cui si perde. Ci sono da trarre da questa sordida storia alcuni insegnamenti. Il primo è che non bisogna farne pretesto per estendere la presa dell’apparato informativo meloniano su ciò che resta del giornalismo d’opposizione al regime. Il secondo concerne la qualità degli eroi che questo sventurato paese elegge a simboli. Ranucci si è raccontato in modo eloquentemente ridicolo nei suoi libri. Ciò nonostante, egli è stato eletto a simbolo non solo dalla sinistra, ma, cosa ancora più grave, dalla stessa magistratura, che lo ha accolto come un eroe in un’assemblea del suo più alto organo politico, l’Associazione nazionale magistrati. Nel provvedimento del gip di Roma leggiamo con vivo sconcerto che egli aveva facoltà di telefonare «per le vie brevi» al procuratore capo di Roma per sollecitarlo a sentire un suo teste – lui direttamente e non l’avvocato – e veniva prontamente esaudito tramite l’improduttiva audizione di un mestatore. Questo a voler dire il fiuto e la qualità delle fonti del Ranucci. Bertolt Brecht lamentava come fosse sventurato un paese bisognoso di eroi. Figurarsi una magistratura bisognosa di eroi da operetta.» -
Il metodo Ranucci, spiegato, in «Il Foglio», 14 agosto 2026. «Se il fascicolo aperto dopo una puntata diventa una certificazione del lavoro giornalistico, il fascicolo chiuso non può diventare una nota a piè di pagina. (...) Una procura che apre un fascicolo dopo una trasmissione produce un titolo; una procura che lo archivia anni dopo produce una breve. La prima notizia certifica, nel racconto mediatico, il valore dell’inchiesta; la seconda raramente produce una revisione del racconto precedente. Ed è in questa sproporzione che si crea la vera gogna: non necessariamente nella falsità di ciò che viene raccontato, ma nell’impossibilità pratica per l’accusato di ottenere, quando ha ragione, la stessa potenza narrativa con cui era stato messo sotto accusa. La soluzione non è imbavagliare “Report”, commissariarlo, normalizzarlo o trasformare ogni errore in un pretesto politico. Sarebbe peggio del problema. E’ pretendere da una trasmissione così potente una regola semplice: la stessa curiosità verso le prove a discarico che verso quelle d’accusa; spazio adeguato agli epiloghi quando rovesciano il quadro; più attenzione nel separare il fatto dall’ipotesi e l’ipotesi dalla suggestione; meno compiacimento nel presentare l’apertura di un’inchiesta giudiziaria come una medaglia al valore giornalistico. E magari una regola televisiva molto semplice: quando un servizio ha dato grande risalto a un’accusa contro una persona e quell’accusa viene successivamente archiviata o si conclude con un’assoluzione, tornare sulla vicenda con la stessa chiarezza con cui la si era aperta. Riconoscere che una procura può sbagliare, una fonte può sbagliare e può sbagliare anche “Report”. Il punto, alla fine, non riguarda Ranucci. Riguarda un’idea di giornalismo. Quello migliore non è il giornalismo che non accusa mai e non sbaglia mai perché non rischia mai. E’ quello che rischia, accusa quando ha elementi per farlo, ma conserva abbastanza dubbio da riconoscere che una procura può sbagliare, una fonte può sbagliare, un testimone può sbagliare e naturalmente può sbagliare anche “Report”. La credibilità non si perde ammettendo un errore. Si perde quando si pretende che la propria versione sia sottratta alla stessa verifica che si esige dagli altri. Ricordare assoluzioni, archiviazioni e rettifiche non significa fare la guerra a “Report”. Significa applicare a “Report” il principio che “Report” applica da trent’anni a tutti gli altri: nessun potere dovrebbe essere considerato intoccabile. Neppure il potere di chi racconta gli intoccabili.» -
La prima spiegazione dell'"attentato" a Ranucci... offerta da Ranucci. L'arte del depistaggio e della manipolazione. I fantasmi di una visione irreale – quella di Ranucci e co. – diventano prove: così il possibile diventa probabile e il probabile certezza. È il metodo Report, bellezza. -
Pietro Senaldi, L'ultima carta di Ranucci: ora minaccia la Rai, in «Libero», 14 agosto 2026. -
Vittorio Feltri, La vicenda Ranucci e la cultura del vittimismo, in «Il Giornale», 14 agosto 2026. -
Aldo Torchiaro, Il caso Lavitola-Ranucci scuote Report e la Rai: il Comitato per il Codice etico volta le spalle al giornalista, in «Il Riformista», 15 agosto 2026. «Il punto non è trovare un altro personaggio forte, ma restituire centralità al programma e alla redazione. "Report non ha bisogno di un nuovo Ranucci, ma di un giornalista d’inchiesta serio: esperienza, verifica delle fonti, rigore deontologico, capacità di lavorare con una redazione e rispetto dei colleghi". E proprio qui torna il tema delle regole: "La libertà di informare non può diventare una zona franca dalla responsabilità professionale. Anche la verifica delle fonti resta imprescindibile, soprattutto davanti ad accuse gravi".» Requisiti che sono mancati (o che sono stati volutamente ignorati) quando Report ha diffuso ignobili calunnie contro un innocente. -
Carmelo Caruso, Il telefono di Ranucci: le chat come presunta arma segreta, in «Il Foglio», 15 agosto 2026. Siamo alle minacce e ai ricatti. -
Paolo Guzzanti, Il botto dei soliti ignoti, la storia è già farsa, in «Il Giornale», 15 agosto 2026. -
Aldo Torchiaro, Ranucci e il Servizio Pubblico: l'animalia che Unirai denuncia da tempo, in «Il Riformista», 15 agosto 2026. «Il nuovo conduttore deve essere scelto sulla base della professionalità: esperienza, capacità di fare inchieste, rigore nella verifica delle fonti, conoscenza delle regole deontologiche, capacità di lavorare con una redazione e rispetto dei colleghi.» -
Cosa significa «Non smentisco falsità»? Secondo il Tg1, a proposito delle affermazioni di Lavitola che "non esclude" che Ranucci avesse sospettato che il mandante dell'attentato fosse stato lui, il giornalista avrebbe risposto: «Non smentisco falsità». Cioè? a) Le falsità non le smentisco. b) Smentisco solo verità. c) Confermo falsità. d) Confermo verità. e) ... Io sento un grande stridere di unghie sugli specchi. -
Report, Il Tempo pubblica costi e compensi: ira Ranucci. La redazione: "Quereliamo, sono cifre false", in «Adnkronos», 17 agosto 2026. Ohibò, non mi dire che adesso, tutt'a un tratto, a Ranucci interessa che le notizie diffuse siano pure vere! Come mai ha diffuso ignobili calunnie contro un innocente senza un briciolo di controllo e di deontologia professionale? -
Giuliano Cazzola, La trappola e la gogna Report mi infangò, in «Il Riformista», 17 agosto 2026. -

Salvatore Merlo, Ranucci, il lavitolato, in «Il Foglio», 18 agosto 2026. «Millantava colloqui con il segretario di Stato Vaticano.» Eeeehhhh? Si sta parlando di Valter Lavitola, colui che sedeva a tavola con Ranucci (il diffusore di calunnie contro Becciu) e un monsignore tifoso di Pietro Parolin. Ricordate la foto? Lo stesso Parolin che si precipitò a manifestare solidarietà a Ranucci dopo lo pseudo attentato. Ma quanto puzza di marcio questa vicenda! -
Hoara Borselli, Minoli: "Se fossi una toga interrogherei Mieli. Sigfrido? Verosimile che sapesse tutto", in «Il Giornale», 18 agosto 2026. Ranucci sapeva? Quanto ci raggirano, con menzogne e calunnie? -
Pensieri sparsi e cortocircuiti. Visto che Sigfrido Ranucci cenava e parlava del "caso Becciu" con Valter Lavitola e con mons. Gianni Fusco (il tifoso del card. Parolin)...; visto che Diddi incarna l'accusa nel "processo più pazzo del millennio" in Vaticano...; viste soprattutto le calunnie diffuse da Report sull'innocente Becciu..., beh, suscita perplessità che: A) i due avvocati di Valter Lavitola sono Sergio e Arturo Cola; B) uno dei due, Arturo Cola, nel processo per la tentata estorsione a Silvio Belusconi, ha difeso Valter Lavitola in Cassazione insieme ad Alessandro Diddi; C) c'è un possibile conflitto tra il ruolo di Alessandro Diddi come Promotore di Giustizia del Vaticano e il suo ruolo come difensore di Lavitola; D) nel frattempo Lavitola «millantava colloqui con il segretario di Stato Vaticano» e il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, dopo lo pseudo attentato organizzato da Lavitola, esprime la sua vicinanza a Sigfrido Ranucci.

















































