Sulla causa di beatificazione di Aldo Moro (e sulle altre accuse di Report)
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Bomba a casa di Raucci, arrestato Valter Lavitola, in «Rsi», 10 agosto 2026. Ne parla anche la Radiotelevisione svizzera. Che – come segnalato da più di cinque anni – ha le sue colpe e che ha infangato un innocente quasi come Report/Ranucci. Ma la verità non muore e bisognerà rendere conto di tutto. -
Antonangelo Liori, Facebook, 10 agosto 2026: «Arrestato Lavitola, l'amichetto di Ranucci. Valter Lavitola è stato arrestato come mandante dell'attentato a Ranucci. Ranucci ha dichiarato che Lavitola è il suo miglior amico. I migliori amici non commissionano attentati contro i loro migliori amici. E quindi: 1) Ranucci è il miglior amico di Lavitola ma Lavitola non è il miglior amico di Ranucci. 2) Lavitola è innocente e i magistrati non capiscono nulla. 3) Lavitola ha commissionato l'attentato a Ranucci per fargli un favore e quindi il vero mandante dell'attentato a Ranucci è lo stesso Ranucci. Quale scegliete fra le tre opzioni, la 1, la 2 o la 3?». Forse c'è anche una quarta ipotesi, ma molto romanzesca: 4) Lavitola organizza uno pseudo attentato per favorire politicamente Ranucci, ma non per amicizia, bensì per poterlo poi ricattare, una volta che Ranucci sarebbe stato al potere ("Senza il mio attentato tu non ce l'avresti fatta"). Mah, molto romanzesca, ma poco probabile. Delle altre tre quale sembra più credibile? (AP) -
Giuliano Foschini e Giuseppe Scarpa, Valter Lavitola arrestato per l'attentato al giornalista Sigfrido Ranucci. "È il mandante", in «La Repubblica», 10 agosto 2026. Beh, sarebbe stato molto strano, se non l'avessero arrestato. E adesso speriamo di arrivare alla verità. -
Simone Canetieri, Lavitola e Ranucci, la storia di una strana amicizia: le chiamate ogni giorno (per anni), il ristorante, l'attentato, in «Corriere della Sera», 10 agosto 2026. «Il legame tra i due è solido. Per anni si sono almeno sentiti al telefono "quasi tutti i giorni"». Vogliamo luce. -
Attentato contro Ranucci, arrestato Valter Lavitola, in «Rainews», 10 agosto 2026. -
Attentato a Ranucci, arrestato e portato in carcere Valter Lavitola, in «Libero», 10 agosto 2026. -
Sara Menafra, Lavitola, i sopralluoghi a casa di Ranucci prima dell'attentato e quei messaggi anche nei giorni della bomba: «Milioni di italiani ti vogliono alla guida del paese», in «Open», 10 agosto 2026. Senza parole. Sembra un'operazione molto... trumpiana. -
Legale Ranucci, 'fondamentale capire il movente dell'attentato', in «Ansa», 10 agosto 2026. -
Giancarlo Cavalleri, L'arresto di Lavitola potrebbe contribuire a fare chiarezza sull'attentato a Ranucci, nuovo mistero italiano, in «Faro di Roma», 10 agosto 2026. «Ma difendere il giornalismo significa anche pretendere che l’informazione sia rigorosa nella selezione delle fonti, nella verifica delle testimonianze e nella distinzione tra fatti accertati, ipotesi investigative e ricostruzioni personali. Ed è qui che il caso assume un secondo profilo, che non dovrebbe essere oscurato dalla gravità dell’attentato. La vicenda Lavitola pone infatti interrogativi sui rapporti che nel tempo si sono sviluppati tra il conduttore di Report e l’ex editore e faccendiere. Non si tratta di sostenere che una relazione personale o professionale dimostri automaticamente un comportamento illecito: sarebbe un salto logico e giudiziario del tutto ingiustificato. Ma è legittimo chiedersi se un giornalista che costruisce parte della propria attività investigativa attraverso fonti e interlocutori controversi abbia il dovere di rendere particolarmente trasparenti quei rapporti. Il problema non è avere fonti discutibili. Un giornalista d’inchiesta, per definizione, può dover parlare con persone coinvolte in vicende giudiziarie, ambienti criminali, apparati politici o mondi opachi. Il problema nasce quando la fonte rischia di diventare contemporaneamente interlocutore, collaboratore, mediatore o soggetto con interessi propri. Su questo punto sono emerse negli ultimi mesi notizie che meritano attenzione. Secondo quanto riportato da diverse testate, la Rai ha sottoposto a verifica i rapporti tra Ranucci e Lavitola e le circostanze nelle quali alcune informazioni sono state raccolte. Sono stati inoltre riferiti accertamenti su contatti e materiali acquisiti nell’ambito dell’inchiesta. La questione appare ancora più delicata perché Report non è un normale programma televisivo privato. È una trasmissione del servizio pubblico. Di conseguenza, agli standard professionali del giornalismo si aggiunge una responsabilità particolare nei confronti dei cittadini che finanziano il servizio radiotelevisivo pubblico. Non significa chiedere censura o limitare l’autonomia di Ranucci. Significa esattamente il contrario: pretendere un giornalismo talmente solido da poter resistere anche alla verifica più severa. La libertà di stampa, infatti, non coincide con l’immunità dalla critica. Un giornalista deve poter indagare sui potenti, ma deve anche accettare che vengano esaminati i suoi metodi, le sue fonti e i suoi eventuali rapporti con gli interlocutori. L’indipendenza giornalistica non è soltanto libertà dalle pressioni politiche o economiche: è anche capacità di mantenere una distanza professionale dalle proprie fonti. (...) Un’inchiesta non diventa più autorevole soltanto perché rivela qualcosa di clamoroso. Diventa autorevole quando le fonti sono controllate, gli interlocutori scelti con criteri trasparenti, le accuse documentate e il contraddittorio garantito.» -
Ranucci, a quanto pare, non ha rischiato la vit(ol)a. Ora vedremo cosa faranno i poteri forti che agiscono nell'ombra: far emergere la verità o insabbiare (AP). -
Beatrice Tominic, Arrestato Lavitola ritenuto mandante dell'attentato, a Ranucci diceva: "Ogni attacco serve a farti crescere", in «Fanpage», 10 agosto 2026. “Ogni attacco serve a farti crescere”: il fine (il potere politico) giustifica i mezzi? Trumpianamente? E il fine di far fuori un innocente giustifica la diffusione di calunnie attraverso Report? -
"Tra 2 nni fai il presidente", il progetto nelle chat, in «Il Giornale», 10 agosto 2026. -
Quelle "bombe mediatiche" confezionate al fine di manipolare un intero popolo! Simili alla bomba mediatica confezionata da Report per diffondere calunnie e crocifiggere l'innocente card. Becciu. -
Antonella Baccaro, Ranucci: «Dolore per i miei figli». Audit Rai, ecco che cosa cambia, in «Corriere della Sera», 10 agosto 2026. «... ieri in Rai serpeggiava il sospetto che l’arresto del faccendiere, fatto cadere proprio all’inizio della settimana che pareva decisiva per l’indagine interna, non sia stato un caso, ma una mossa per arrestarne la corsa verso un precipitoso giudizio finale sfavorevole a Ranucci.» -
La bomba d'amore per Ranucci, in «Il Foglio», 11 agosto 2026. «Il paradosso però è quello: l’attentato sarebbe stato pensato non per diminuire Ranucci ma per ingrandirlo, non per farlo sparire ma per renderlo più visibile, non per chiudergli una carriera ma per aprirgliene un’altra.» -
Giulia Sorrentino, La mano di Ranucci nel sondaggio per il candidato premier: "Ho visto, ma va modificato", in «Il Giornale», 11 agosto 2026. Quando si sceglie di vivere tra menzogne e calunnie... -
Legale Ranucci, 'se vero, da Lavitola delirante teatro della follia', in «Ansa», 11 agosto 2026. -
Enrica Riera e Nello Trocchia, «Sigfrido, dammi l'ok per fare un casino». I messaggi tra il giornalista di Report e Lavitola, in «Domani», 11 agosto 2026. Un teatro di falsità? A un certo punto le quinte implodono. Ma quanto è manipolabile l'umanità! -
Gino Zavalani, Ranucci e un sistema di potere che crolla, in «Esperia», 11 agosto 2026. -
Paolo Pandolfini, Presto, un alibi per Lavitola... Quella stranissima telefonata con Ranucci, in «Il Tempo», 12 agosto 2026. «Ranucci, infatti, non solo non chiude il rapporto ma parla per due ore con l’uomo accusato di aver tentato di farlo saltare in aria e cerca persino di "aiutarlo" a spiegare perché fosse stato davanti casa sua con Clesio Tavares.» -
Valeria Di Corrado e Federica Pozzi, Ranucci, la telefonata nella notte con Lavitola dopo la perquisizione: «Valter, magari eri lì per caso», in «Il Messaggero», 12 agosto 2026. Ti aiuto a cercare un alibi? «Questi sono matti. Questa è una cosa incredibile, ignobile...». Sigfrido Ranucci ha appena saputo che Valter Lavitola è stato perquisito dai carabinieri con l'accusa di essere il mandante dell'attentato dinamitardo del 16 ottobre scorso sotto casa sua. E cosa fa? Alle 3.56 di notte parla al telefono con lui. «Siamo stati due ore e mezzo, mi ha chiamato lui - riferisce Lavitola a un altro imprenditore - e mi ha mandato dei documenti. Mi ha detto che non sarebbe finita lì, che lui avrebbe...». Invece che porsi delle domande sul conto di un amico pluripregiudicato che in teoria avrebbe potuto agire per conto di un clan mafioso, date le modalità di azione dei 4 esecutori campani; invece di prendere tempo in attesa di avere un quadro più chiaro dell'inchiesta della Procura di Roma che aveva portato a indagare Lavitola per strage aggravata dal metodo mafioso; Ranucci critica gli inquirenti («questi sono matti») e lo difende a spada tratta («comunque vada non c'è un movente»). Anzi, comincia a suggerirgli una serie di spiegazioni alternative che possano giustificare la presenza di Lavitola e del suo factotum camerunense Gomes Clesio Tavares sotto casa sua il 15 settembre scorso, un mese prima dell'attentato subito dal conduttore di Report (per gli inquirenti un sopralluogo preventivo alla bomba). (...) Alle 19,40 del 4 luglio scorso, i carabinieri si presentano sotto casa di Lavitola mentre sta caricando la sua valigia nell'auto della compagna Natalia, che lo avrebbe dovuto accompagnare all'aeroporto di Fiumicino per prendere un volo alle 23 per Addis Abeba, la capitale dell'Etiopia. Il giorno prima, al telefono con Tavares, gli aveva detto: «Domani ci vediamo». Un biglietto comprato in fretta e furia, subito dopo l'arresto della banda irpina autrice dell'attentato. Ranucci viene a sapere quasi "in diretta" (gli inquirenti non sanno attraverso quali canali) della perquisizione in corso, due giorni prima che l'informazione diventasse di dominio pubblico. (...) «Questo andrà a determinare con certezza se lui dirà la verità, come mi ha detto ieri notte - riferisce Lavitola a un suo amico, parlando di Ranucci - Siamo stati due ore a parlare al telefono, mi ha dato molte informazioni. Mi ha aiutato a chiarire le cose, questo porterà ad una confusione terribile». Non si sa se l'indagato sospettasse di essere intercettato in quella telefonata. Fatto sta che, in un'altra conversazione, spiega la strategia: «Se lui mi difenderà, anche per una questione di reputazione, sarà diverso. Sarà la stessa cosa di Berlusconi». «Tuttavia, manifestava anche la preoccupazione che Ranucci potesse, a un certo punto, non tutelarlo più e, in tal caso, si chiedeva se avesse dovuto o meno attaccarlo», si legge nell'ordinanza. «Spero che continui a fare questo (difendermi, ndr). Questo è un giornalista più potente, più vicino ai giudici che ci sono in Italia». Altrimenti: «Dovrò attaccare un mio fratello?». -
Manipolato o manipolatore? Vittima o complice? Chi solletica un mitomane... -

Mario Ajello, Ranucci, il narcisismo del tele-tribuno che pensava di diventare premier, in «Il Messaggro», 12 agosto 2026. «È un romanzo anche di mitomania quello intitolato «La bomba d'amore», con nuova appendice ambientata a Rebibbia. Non solo l'Ego di Valter ma pure quello di Sigfrido. Il quale dalle carte del Gip emerge senza dubbio come una persona manipolabile e succube di Lavitola, ma allo stesso tempo viene fuori come un interprete perfetto del narcisismo del giornalista tribuno. Di quello che si ritiene (come si diceva per Michele Santoro) un «conduttore delle coscienze». E a cui non basta sentirsi uno che fa informazione ma si considera il custode della salvezza collettiva. E allora (...) entrare in politica «lo lusinga», come si legge nelle carte. (...) E il salto da «conduttore delle coscienze» e da amico del popolo («Il mio popolo mi segue, il mio popolo mi vuole», non fa che ripetere Sigfrido) addirittura a premier nel giro di due anni è un salto che può risultare naturale, anzi auspicabile, lo voglio, sì lo voglio, per uno che coincide con quanto scrive Giorgio Agamben, famoso filosofo di estrema sinistra: «Quando l'informazione diventa gestione dell'emergenza etica, il giornalista cessa di trasmettere notizie e comincia a impartire ordini di comportamento, assumendo la postura del sacerdote di una religione civile». (...) Ciò che invece appare lampante in Sigfrido (...) è la continua ansia di visibilità, l'insopprimibile desiderio di popolarità, il bisogno quasi carnale del contatto con un pubblico da indottrinare, da educare e da cui farsi adorare. (...) È l'ami du peuple, così veniva chiamato il giornalista e rivoluzionario Marat (ma oddio: ci si augura che Sigfrido non faccia la stessa fine). E per uno che rientra nella tipologia del tribuno narcisista e si sente privato del suo popolo, non parrebbe affatto un azzardo quello di cambiare ruolo, da volto tivvù a politico («Faresti bingo!», lo invoglia l'amico) pur di conservare la fama. E di confermare anzitutto a se stesso - narcisismo e auto-referenzialità sono marito e moglie - che le masse amano lui e solo lui. E infatti, quando Lavitola gli manda il sondaggio politico che lo riguarda e poi gli chiede «lo hai visto?», lui risponde: «Sì, l'ho visto ma va integrato». E dopo qualche giorno modifica di suo pugno quella bozza Sigfrido, e ci lavora non poco. (...) Il tribuno narcisista gioca sulla carta del vittimismo (...) e proprio questo è il pericolo che corrono gli avversari di Sigfrido, di farlo apparire come un Cristo in croce, mentre lui sembra considerarsi un Cristo in terra. Intanto Sigfrido - che resta parte lesa, va sempre ricordato, nell'inchiesta giudiziaria - dà l'impressione di essere sempre più triste, solitario y final. Ma gli resta il mito del «mio popolo» anche se il popolo, si sa, è volubile e volatile. E non c'è narcisismo che tenga.» UN ALTRO MITOMANE? È il narcisismo che fa manipolare la realtà?
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Daniele Capezzone, Cosa ci sfugge nel rapporto tra Sigfrido e Valterino. Tre ipotesi, in «Il Tempo», 12 agosto 2026. «Mettiamola così: da un punto di vista razionale e astratto, sono possibili solo tre spiegazioni. La prima è che i due fossero d’accordo anche sul progetto dell’attentato: ma questa spiegazione dobbiamo escluderla visto che il gip qualifica Ranucci come vittima inconsapevole. Dunque, per evidenti ragioni di garantismo, questa ipotesi va accantonata, almeno allo stato delle nostre conoscenze. La seconda è la spiegazione adottata dal gip: e cioè che Ranucci fosse «manipolato» da Lavitola. E, se si segue questa strada, si deve pensare che l’uomo di Report sia stato davvero soggiogato psicologicamente per arrivare a quel punto di misericordiosa comprensione. La terza ipotesi è che, per ragioni che non conosciamo, i due (pur senza essere d’accordo sulla messinscena dell’attentato, e pur non essendo rispettivamente un manipolatore e un manipolato) avessero motivi per non mollarsi reciprocamente: altre partite in comune, altri vincoli di solidarietà amicale e intellettuale, altre ragioni per non danneggiarsi a vicenda. Tornano alla mente un paio di altre curiose dichiarazioni pubbliche di Lavitola, quando al Tg1 disse di non aver gradito una formula dubitativa usata da Ranucci sulla loro amicizia, e soprattutto quando (10 luglio, intervista al quotidiano Domani) sibilò: «Se questo stronzo dice di avere anche un minimo dubbio sul fatto che possa essere stato io, vado lì dove si trova e gli sputo in faccia. Lo scriva». Ecco, non vi pare strana una relazione in cui il presunto mandante di un attentato dà dello «stronzo» alla presunta vittima, e la presunta vittima si prodiga a cercare alibi e spiegazioni per il presunto mandante? Tutto normale?» -
Rebecca Luisetto, Adriano Cappellari e la lettera di minaccia a Ranucci: «Fate saltare l'appuntamento con il conduttore o facciamo saltare lui», in «Corriere della Sera», 12 agosto 2026. Quella della menzogna e del raggiro è una cultura. Anzi un'anticultura. Molto forte e con parecchi seguaci. -
Giuliano Foschini, "Pressioni di Lavitola anche sulle inchieste tv". Il giornalista: non è vero, in «La Repubblica», 12 agosto 2026. Ma com'è piccolo il mondo! A chi si rivolgeva Sigfrido Ranucci, il diffusore delle calunnie contro il card. Becciu, per denunciare un caso di spionaggio di cui lui sarebbe stato vittima? A Giuseppe Pignatone! Giuseppe Pignantone, vale a dire il giudice del Vaticano che non ha mosso un ciglio per condannare le operazioni di spionaggio e dossieraggio illeciti – commissionate da chi, dentro il Vaticano? – compiute da Pasquale Striano in uno stato estero, contro un uomo innocente, il card. Becciu, che lui stesso – Pignatone! – doveva giudicare. E che ha poi condannato senza un briciolo di prova. Giuseppe Pignatone, il giudice ricattabile indagato per favoreggiametno alla mafia! PS Piccola domanda: ma a quando risalirebbe la denuncia di Ranucci? Perché se la cronologia non inganna (a quanto pare Lavitola entrava in Rai a partire dal 2019), Pignatone non era più procuratore di Roma, ma stava entrando in carica come giudice in Vaticano...! -
Francesco Gottardi, "La gogna mediatica non la auguro neppure a Ranucci". Parla Rigoli, medico riabilitato, in «Il Foglio», 12 agosto 2026. Un'altra delle vittime di Ranucci/Report: «Che ha fatto ricostruzioni mistificatorie e calunniose: collegare l’utilizzo dei tamponi rapidi con i morti in Veneto è un colpo basso che soltanto Report poteva inventarsi. (...)”. L’assoluzione rincuora, ma il peso della gogna resta. “Ho trascorso anni della mia vita ad affrontare un processo che non doveva nemmeno iniziare: mio padre, medico anche lui, è morto prima della sentenza. Questa è la cosa che mi addolora di più. Non auguro a nessuno la sofferenza che ha sopportato la mia famiglia. Nemmeno a Ranucci, che pure oggi si ritrova al centro di una torbida vicenda”. Le cose cambiano in fretta. “Fino all’altro giorno era un intoccabile: quando feci esposto contro di lui per diffamazione aggravata sembravo Davide contro Golia. Un medico trevigiano e una potenza televisiva, al cui passaggio i magistrati si alzano in piedi. Vedremo, anche lì, se verrà fuori la verità”. -
Matteo Carnieletto, «Ero innocente, "Report" mi ha rovinato», in «La Verità», 12 agosto 2026. -
Aldo Torchiaro, Ranucci, Lavitola, i brogliacci e il "prestito" di Gomes: il caso che scuote la Rai, in «Il Riformista», 12 agosto 2026. «La Rai, nell’emergenza-Ranucci, mostra i suoi limiti. Procede in punta di piedi, tra timori reverenziali e cautele tanto eccessive da risultare grottesche.» -
Giulio Bonet, Cappellari: "Le minacce a Sigfrido? Inventate", in «Il Giornale», 12 agosto 2026. -
Domenico Giordano, Effetto Lavitola: Ranucci ko, in «Il Giornale», 12 agosto 2026. -
Serenella Bettin, Minacce a Sigfrido? Una messa in scena, in «Libero», 12 agosto 2026. -
Vittorio Coletti, La rivincita della vittima, in «Huffpost», 12 agosto 2026. In un mondo pieno di manipolazioni bisognerebbe però distinguere tra vittime vere e vittime apparenti (AP). -
Aldo Torchiaro, Caso Ranucci-Lavitola, l'avvocato Ferrara: "Se il giornalista è manipolato, l'inchiesta è un problema e diventa legittimo interrogarsi", in «Il Riformista», 12 agosto 2026. «Se davvero fosse stato manipolato, la sua vicenda porrebbe un problema sull’indipendenza del giornalismo d’inchiesta.» -
«... il disegno intero di cui erano parte...»

























































