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Sul sistema giudiziario vaticano (trentottesima parte) >>> per la parte precedente clicca qui
«Di tutte le ingiustizie, nessuna è più deprecabile di quella di coloro che, quanto più ti ingannano, tanto più fanno in modo di sembrare uomini onesti» (Cicerone, “Sui doveri”, I, 13, 41)
«Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati?» (Agostino, "De Civitate Dei", cap. IV, 4).
D.A.L., Cosa ha detto il Papa ai gendarmi vaticani, in «Silere non possum», 4 ottobre 2026. «Il passaggio più legato all’esercizio del potere è arrivato con la parabola. Nel racconto di Matteo i vignaioli a cui il padrone ha affidato la vigna finiscono per considerarla propria: maltrattano i servi mandati a riscuotere il raccolto e alla fine uccidono il figlio del padrone. Per il Papa è «un richiamo prezioso per chi vive un servizio»: ciò che si riceve «è una responsabilità da custodire con umiltà e dedizione, da vivere con discrezione e senso del dovere». (...) Quelle del Papa sono considerazioni formulate, come spesso accade nel suo stile, in forma affermativa. Ma il messaggio rivolto ai gendarmi è piuttosto chiaro: dovete essere così, proprio perché alcuni di voi non lo sono stati e continuano a non esserlo. Leone XIV conosce bene le lotte intestine che attraversano il Corpo della Gendarmeria e sa quali ombre abbiano lasciato, negli ultimi anni, alcune condotte interne. Conosce le vicende che hanno riguardato Stefano De Santis e altri gendarmi, conosce i dossieraggi illeciti compiuti da questi personaggi su esplicita richiesta di Bergoglio, i rapporti tutt’altro che limpidi con settori delle forze di polizia italiane, le intercettazioni illegali e un modo di intendere il servizio che, in alcuni casi, ha avuto molto più a che fare con la carriera e con il potere che con la custodia dello Stato e del Papa. (...) Il caso di Sloane Avenue ha mostrato fino a che punto incompetenza, relazioni personali e assenza di controlli possano trasformare un corpo chiamato a garantire sicurezza e legalità in una delle parti più fragili dell’apparato vaticano. La Gendarmeria è un altro degli apparati nei quali Leone XIV dovrà intervenire con decisione, facendo ordine a partire dal vertice. Gianluca Gauzzi Broccoletti è tra i primi nodi da sciogliere: il Corpo ha bisogno di una guida nuova, capace di unire competenza, lealtà istituzionale e autentico senso del servizio. In Vaticano non basta occupare una posizione di comando: serve qualcuno che sappia esercitarla senza trasformare la Gendarmeria in un sistema autoreferenziale, fatto di equilibri interni, protezioni e carriere. Per questo, prima o poi, anche Gauzzi Broccoletti dovrà lasciare il posto e tornare in Umbria.» Si sta finalmente facendo chiarezza anche sugli scandali compiuti dalla gendarmeria vaticana?
Filippo Facci, Mafia e appalti, il gip di Caltanissetta archivia e punta su Scarpinato: "Da lui attività depistante e dubbia attendibilità", in «Il Giornale», 3 settembre 2026. «Anche l’ex magistrato Giuseppe Pignatone, uno che era ancora presidente del Tribunale vaticano due anni fa, nel 1992 «ha mentito» al Csm come pure Lo Forte: riscrivevano il passato coi morti appena sepolti. Il padre di Pignatone controllava la Sirap al centro delle indagini, e la famiglia Pignatone comprava immobili dal gruppo mafioso Piazza–Bonura–Buscemi; anche Guido Lo Forte comprò casa dalla stessa società. «Giammanco, Lo Forte e Pignatone» nascosero a Borsellino anche un fascicolo sui rapporti fra mafia e imprese come la Ferruzzi di Gardini. Lavoravano nello stesso palazzo, ma le carte non circolavano. (...) Le anomalie che riguardano Lo Forte, Pignatone, Natoli e Scarpinato, conclude il giudice Santi Bologna, non sempre rientrano «“solamente” nell’alveo di comportamenti negligenti o imperiti». La verità dovuta alla famiglia Borsellino comprende chi gli nascose le carte mentre lui era vivo. E chi, sopravvissuto al vecchio sistema, cercò di sopravvivere anche al racconto delle proprie responsabilità. (...) Ma torniamo al decreto, che archivia un procedimento contro ignoti ma non archivia ancora la posizione di Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone (arriverà un’altra puntata, quindi) i quali sono altri due magistrati già protagonisti di archiviazioni imbarazzanti nel 1992 prima che si rilanciassero, nell’era Caselli e dopo la cattura di Totò Riina, in un «nuovo» corso che in parte cercò di occultare il ruolo della magistratura nel vecchio.»
Damiano Aliprandi, Mafia appalti, parla il gip: da Scarpinato «attività depistante». E su Lo Forte «mente», in «Il Dubbio», 4 ottobre 2026. «Da qui la conclusione del giudice: è «falso sostenere» che il rapporto tra Falcone e mafia-appalti si sia limitato alla ricezione dell'annotazione. Pignatone, scrive, «ha mentito». E «non è il solo»: anche Lo Forte «ha mentito». (…) Scarpinato entra nel fascicolo solo nella primavera 1991 e ne sa poco: segue «la linea tracciata» da Lo Forte e Pignatone. Dopo aver firmato si è trovato «costretto» a difendere «la gestione eufemisticamente scellerata di mafia appalti», che con la sua «partecipazione minimale» aveva contribuito a perpetrare, «fidandosi» dei due colleghi. Non è una scusante, precisa, ma la sua posizione è «ben diversa» da quella, «assai più grave e sotto ogni profilo», degli altri due. Resta che dal gennaio 1992 riceveva le note della Finanza su Antonino Buscemi. Parliamo dell'indagine, anch'essa poi archiviata da Natoli, riguardante gli affari dei Buscemi a Massa Carrara. Per il gip è «assai improbabile» che il 13 luglio Scarpinato non avesse chiara quella posizione. I Buscemi erano identificati in mafia appalti. (…) Buscemi è il filo che lega tutto. Già dal maggio 1990 nel fascicolo c'era un rapporto del capitano Mauro Obinu del settembre 1989 che, letto con quello del 1991, consentiva perquisizioni anche nei confronti di Antonino Buscemi, fratello di uno dei comproprietari della Immobiliare Raffaello, da cui Lo Forte e Pignatone avevano comprato casa nel luglio 1980. Lo Forte, annota il gip, pagando in contanti la maggior parte del prezzo. Chi curò gli omissis per il Riesame, Lo Forte da solo o con Pignatone, non coprì le parti su Buscemi, e oggi entrambi si trincerano «dietro facili "non ricordo"». La posizione di Buscemi fu archiviata in tre righe. Eppure nel 1997 la stessa Procura di Palermo, con la firma di Caselli, e il gip di allora scrivevano che Buscemi aveva goduto di «trattamenti giuridici oggettivamente a lui favorevoli» per «incomplete rappresentazioni» agli organi giudicanti. Su Pignatone il gip scrive che si può dire «con certezza» che pagò in nero una parte del prezzo e ottenne uno sconto non marginale. La Immobiliare Raffaello apparteneva a tre mafiosi, i fratelli Buscemi e Francesco Bonura. Falcone, racconta il cognato Alfredo Morvillo, viveva in affitto in un appartamento di una società rappresentata non da Vincenzo Piazza ma da suo cognato, e tanto bastò per fargli abbandonare l'idea di comprarlo: non voleva che qualcuno potesse parlare di prezzo di favore. «Trentaquattro anni dopo che il Dott. Falcone è morto», conclude il gip, il magistrato continua «a impartire lezioni su come si è magistrati». Giammanco, «uomo di Lima», che per usare le parole di Borsellino trattò Falcone come «una pezza da piedi», lasciò a Lo Forte e Pignatone la possibilità di sapere ciò che Borsellino non sapeva: per il gip ottennero «carta bianca» da un procuratore che «ne condivideva (e forse ispirava) le azioni». Borsellino, scrive il gip, non fu «volutamente» messo a conoscenza neppure del fascicolo 3589 del 1991, nato dalle indagini di Massa Carrara sui Buscemi e la Calcestruzzi. Da questo procedimento non nasce alcuna accusa penale. Il gip lo scrive senza giri di parole: le anomalie riferibili a Lo Forte, Pignatone, Natoli e Scarpinato «non sempre riescono a collocarsi "solamente" nell'alveo di comportamenti negligenti o imperiti», ma cercare i responsabili morali delle stragi spetta all'analisi storica.» E la storia non tacerà.
G. Cavalleri, Mafia-appalti, l'archiviazione di Pignatone non cancella le domande: Falcone e Borsellino, una verità ancora da cercare, in «Faro di Roma», 4 ottobre 2026. «... archiviazione non significa accertamento dell’innocenza nel merito delle accuse, soprattutto quando, come nel caso del favoreggiamento aggravato contestato a Pignatone, Natoli e Screpanti, il reato risulta prescritto. Per Natoli, inoltre, il gip ha escluso il dolo relativamente all’accusa di calunnia. È una distinzione giuridica fondamentale, che impedisce di trasformare una vicenda giudiziaria complessa in una contrapposizione semplicistica tra colpevoli e innocenti. Ma c’è un altro elemento che rende particolarmente significativa la decisione di Caltanissetta. Il gip non ha cancellato il quadro storico nel quale maturarono le stragi. Al contrario, nel provvedimento viene sottolineato il “clima ostile ed emarginante” nel quale Falcone e Borsellino si trovarono a operare all’interno della Procura di Palermo tra il 1990 e il 1992, insieme alla distanza professionale tra i due magistrati e altri loro colleghi chiamati a occuparsi di vicende riguardanti il rapporto tra Cosa nostra e il sistema degli appalti pubblici. (...) nell’aprile scorso, il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca aveva illustrato alla Commissione Antimafia una lettura durissima della gestione delle indagini degli anni Novanta, parlando di anomalie, di investigazioni solo apparenti e di un insieme di circostanze che, a suo giudizio, avrebbero impedito di approfondire adeguatamente alcune piste. Quelle dichiarazioni avevano provocato una forte reazione di Giuseppe Pignatone. L’ex procuratore di Roma si era detto “profondamente deluso e addolorato”, contestando soprattutto le modalità con cui le accuse erano state rese pubbliche in Commissione Antimafia mentre l’indagine non era ancora stata sottoposta alla valutazione di un giudice. Pignatone aveva giudicato le accuse “infamanti” e aveva criticato la scelta di non secretare l’audizione di De Luca. (...) Pignatone, Natoli e Screpanti: l’archiviazione chiude un procedimento, non riscrive la storia. Il fascicolo che li riguardava nasceva dall’ipotesi che la gestione dell’indagine “mafia-appalti” fosse stata anomala e che alcune scelte investigative avessero finito per favorire interessi riconducibili a Cosa nostra. Secondo la Procura nissena, nel corso degli anni erano emerse questioni relative alle deleghe investigative, alle intercettazioni, alla gestione delle bobine e alla conduzione delle diverse tranche dell’inchiesta. (...) Il giudice ha detto che non ci sono elementi sufficienti per sostenere un’accusa in giudizio. È una conclusione che deve essere rispettata. Ma proprio nel rispetto della magistratura e della memoria di Falcone e Borsellino, resta il dovere di continuare a interrogarsi su ciò che accadde in quegli anni. Perché una Repubblica può archiviare un fascicolo quando non esistono prove sufficienti per andare a processo. Non può invece archiviare la propria memoria. E soprattutto non può smettere di cercare la verità sulle stragi che hanno cambiato la storia dell’Italia.»
Lara Sirignano, Mafia-Appalti, il gip di Caltanissetta sull'ex pm Roberto Scarpinato: «Attività depistante». Il senatore (M5S): «Falso», in «Corriere della Sera», 4 ottobre 2026. «E con l’archiviazione si chiude anche l’indagine su Natoli, sul generale della Finanza Stefano Screpanti e su un altro magistrato, Giuseppe Pignatone, tutti accusati di aver gestito in modo anomalo (per insabbiarlo e favorire imprenditori mafiosi) le inchieste nate dal dossier mafia-appalti. Il reato di favoreggiamento- conclude il gip - è prescritto.»
Antonangelo Liori (Facebook, 5 ottobre 2026): «Le sentenze si rispettano: i pm indagati rifiutino la prescrizione. Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone, magistrati accusati di aver favorito la mafia nella vicenda che portò poi alla morte di Falcone e Borsellino, sono stati archiviati perché il reato è prescritto. Il deputato della commissione antifamafia, il 5Stelle Roberto Scarpinato, è stato accusato dal gip di Caltanisetta Santi Bologna di aver depistato le indagini. Accuse più gravi di queste non possono esistere: tre magistrati hanno favorito i mafiosi che avrebbero dovuto indagare. Le istituzioni dello Stato sono state minate dalle fondamenta. Se i tre pensano di essere innocenti non possono e non devono contestare le accuse in tv ma restando dentro al processo: rinuncino alla prescrizione e vadano a dibattimento. L'anm ha accusato Berlusconi d'essersi salvato grazie alle prescrizioni. Cosa dicono i magistrati ora per i lro 3 illustri colleghi? Perché altrimenti, io mi chiedo, tutte le condanne operate da Giuseppe Pignatone, come quelle nei confronti del cardinal Becciu, andrebbero annullate perché emesse da un giudice che ha accettato la prescrizione per sfuggire all'accusa d'essere colluso con la mafia. Ogni sua azione è suscettibile di sospetto.» Se quei magistrati accusati di collusioni con la mafia – uno dei quali (ricattabile) ha condannato un innocente in Vaticano senza un briciolo di prova – si ritenessero innocenti, rinuncerebbero alla prescrizione e andrebbero in dibattimento.
Ermes Antonucci, Affari immobiliari con mafiosi e anomalie giudiziarie: la caduta di Pignatone, in «Il Foglio», 6 ottobre 2026. A questo soggetto papa Francesco ha affidato l'amministrazione della giustizia in Vaticano! Un soggetto ricattabile che ha condannato un uomo innocente! «Per quanto l’attenzione dei quotidiani e della politica si sia concentrata sulle “attività depistanti” dell’ex pm Roberto Scarpinato in commissione parlamentare Antimafia, dall’ordinanza del giudice di Caltanissetta sulla vicenda mafia e appalti la figura che esce più macchiata è senza dubbio quella di Giuseppe Pignatone, figura storica della magistratura: toga per oltre 45 anni, in servizio alla procura di Palermo per oltre trent’anni e coordinatore dell’inchiesta che portò alla cattura di Provenzano, poi dirigente della procura di Reggio Calabria, infine capo della procura di Roma e coordinatore della celebre indagine “Mafia Capitale” (che mafia non era, come stabilito dalla Cassazione), in pensione dal 2019. Una carriera da paladino antimafia che rischia di essere spazzata via. Secondo il gip di Caltanissetta, infatti, Pignatone si sarebbe reso autore di una serie di anomalie sul piano processuale e anche di comportamenti altamente discutibili sul piano dell’opportunità. Il primo fronte riguarda l’incredibile vicenda che vede Pignatone aver acquistato diversi appartamenti da una società gestita da tre mafiosi, versando una parte delle somme in nero. Dalle indagini è emerso infatti che tra il 1980 e il 1983 la famiglia Pignatone acquistò 24 unità immobiliari da una società (la Immobiliare Raffaello) di cui erano azionisti tre soggetti già all’epoca considerati “in odore di mafia”, come Salvatore Buscemi, Francesco Bonura e Vincenzo Piazza. Dagli accertamenti è emerso che Pignatone acquistò gli immobili a un prezzo inferiore di un terzo a quello di mercato e ha ammesso che una parte delle somme venne pagata in nero. Ma le contestazioni non finiscono qui. Pignatone non si astenne dall’indagine che la procura di Palermo avviò sugli appalti della Sirap, società partecipata dall’Espi, all’epoca presieduto dal padre di Giuseppe Pignatone, Francesco. C’è poi la vicenda dei mancati omissis. Nel deposito al Riesame del rapporto Ros del 16 febbraio 1991, Pignatone e Guido Lo Forte lasciarono visibili i nomi e le informazioni riguardanti diversi indagati estranei alle misure cautelari. Una dimenticanza che, secondo il gip, contribuì a mettere in allarme gli interessati e a compromettere ulteriori sviluppi investigativi, anche sul filone Sirap. In un successivo procedimento, riguardante i rapporti Buscemi-Calcestruzzi-Ferruzzi, Pignatone interrogò due persone come indagati senza che fossero iscritti nel registro, chiese una misura cautelare contro una di loro prima della sua iscrizione e, mentre quella richiesta era pendente, presentò una richiesta di archiviazione per tutti gli indagati. Nello stesso fascicolo furono respinte le perquisizioni richieste dallo Sco nei confronti di società del gruppo Calcestruzzi, nonostante il gip avesse ritenuto necessari ulteriori approfondimenti. Nell’ambito del procedimento mafia e appalti, il giudice contesta a Pignatone di non aver disposto alcune perquisizioni che il materiale investigativo fornito dal Ros dei Carabinieri avrebbe consentito di effettuare. Tra i soggetti che, secondo il decreto, avrebbero potuto essere destinatari di tali perquisizioni viene indicato anche Antonino Buscemi. Per quanto riguarda la gestione complessiva del fascicolo mafia e appalti, il giudice giunge a parlare di “climax ascendente nella mala gestio”, aggiungendo che Pignatone ne è “il comune denominatore”. Parole che pesano come macigni sull’immagine di un magistrato che per decenni è stato considerato un simbolo della lotta alla mafia.»
Franca Giansoldati, Caso Striano: Tirabassi, Mincione, Torzi e Crasso parti civili. Il mistero degli accessi prima dell'inchiesta vaticana su Becciu, in «Il Messaggero», 6 ottobre 2026. ED ECCO CHE I NODI DEL COMPLOTTO VENGONO AL PETTINE! L'ho sempre chiesto: «Chi sono i mandanti di Striano e co. dentro il Vaticano?» (E mi viene in mente Alessandro Diddi che si precipita impanicato da Cantone a Perugia!) «Chi chiese a Pasquale Striano di cercare informazioni su alcuni dei protagonisti del futuro processo Becciu quando quell’inchiesta in Vaticano, almeno ufficialmente, ancora non esisteva? È l’interrogativo che torna ad affacciarsi nell’udienza preliminare sul cosiddetto dossieraggio e che apre un nuovo capitolo nei rapporti, ancora tutti da chiarire, tra l’attività dell’ex finanziere e il procedimento sull’immobile di Londra che ha portato, tra gli altri, alla condanna in primo grado del cardinale Angelo Becciu. Davanti al gup di Roma Paolo Scotto si costituiscono parti civili alcuni dei nomi che sarebbero stati oggetto degli accessi contestati a Striano e che successivamente sono diventati protagonisti del processo celebrato in Vaticano: il funzionario della Segreteria di Stato, Fabrizio Tirabassi, Raffaele Mincione, Gianluigi Torzi ed Enrico Crasso. Il nodo è soprattutto cronologico. Dagli atti emergerebbe infatti una serie di accessi alle banche dati effettuati da Striano nel 2019 su soggetti che soltanto in seguito sarebbero entrati nell’inchiesta vaticana. Tra loro, oltre a Tirabassi, Mincione, Torzi e Crasso, figura anche Cecilia Marogna. Accertamenti che, secondo le difese, risalgono a un periodo precedente alla denuncia dello IOR dalla quale prese formalmente avvio l’indagine che avrebbe portato alle perquisizioni negli uffici della Segreteria di Stato e, due anni più tardi, al processo. È questo scarto temporale ad alimentare il mistero. Per quale ragione e per conto di chi Striano cercava informazioni proprio su quelle persone? E soprattutto: qualcuno gli aveva indicato quei nomi? Finora l’ex luogotenente della Guardia di Finanza non ha fornito la risposta decisiva. Si è avvalso della facoltà di non rispondere e non ha quindi chiarito chi gli avrebbe eventualmente chiesto di effettuare quelle ricerche. Negli atti, secondo quanto già evidenziato dalle difese durante il processo d’appello vaticano, comparirebbero inoltre contatti tra Striano e uomini appartenenti alla Gendarmeria vaticana. Elementi che non dimostrano, da soli, l’esistenza di una regia d’Oltretevere, ma che rendono inevitabile la domanda sull’origine degli accertamenti. Perché se le ricerche riguardavano non soltanto persone poi finite sul banco degli imputati, ma anche figure collaterali alla stessa vicenda finanziaria, chi le avrebbe sollecitate doveva quantomeno possedere informazioni molto precise su un dossier che soltanto successivamente sarebbe esploso pubblicamente. Anche il promotore di giustizia vaticano Zannotti - durante una delle udienze d'appello - aveva ha affrontato il tema, prospettando — secondo quanto emerso nel dibattimento — la possibilità che quegli accertamenti potessero rientrare in una sorta di attività di intelligence. Un passaggio significativo perché, pur senza sciogliere il nodo sull’origine delle richieste, accrediterebbe l’esistenza di un terreno investigativo precedente o parallelo rispetto alla nascita formale del procedimento vaticano. (...) Se nel 2019 l’inchiesta vaticana sull’immobile di Londra non era ancora formalmente partita, perché Striano stava già cercando proprio quei nomi? E se qualcuno glieli indicò, chi era e che cosa sapeva? È probabilmente questo il vero punto di contatto tra il dossieraggio romano e il processo vaticano. Non la prova, almeno finora, di una regia comune, ma una cronologia che continua a chiedere una spiegazione.» Anche in francese. E in spagnolo. E in inglese. E in tedesco. Che rapporti ci sono tra Giuseppe Pignatone – il giudice vaticano – e la massoneria?