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«Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati?» (Agostino, De Civitate Dei, cap. IV, 4).
Stefano Giordano, L'indagine insabbiata e via D'Amelio. Magistrati? No, specialisti dell'inerzia. Le offese choc alla famiglia Borsellino: "Tutti senza neuroni", in «Il Riformista», 16 aprile 2026. «Giuseppe Pignatone. Il padre — ricostruisce la Procura — presiedeva l’ESPI, che controllava la SIRAP, snodo del sistema appalti. La famiglia avrebbe acquistato immobili dal gruppo Piazza-Bonura-Buscemi, le imprese dei clan oggetto dell’indagine. De Luca in Antimafia: «Tutti gli errori vanno nella medesima direzione: l’impunità totale di Buscemi e del Gruppo Ferruzzi.» La DDA documenta: indagati che sarebbero stati interrogati senza iscrizione a registro — termini decorsi, atti inutilizzabili —, cautelare su soggetto non iscritto, perquisizioni negate allo SCO. Vi sarebbe poi l’aggiunta manoscritta «e la distruzione dei brogliacci» sul provvedimento di smagnetizzazione, attribuita grafologicamente a Pignatone. Una sua missiva del 1995, scrive la Procura, sarebbe stata «con ogni probabilità precostituita per un futuro utilizzo». L’uomo che sarebbe diventato Procuratore di Roma e Presidente del Tribunale Vaticano.»
Giulia Sorrentino, Gasparri tuona: "La Commissione Antimafia vada avanti e indaghi sul ruolo ambiguo di Natoli e Scarpinato ma anche su Caselli e Pignatone", in «Il Giornale», 16 aprile 2026. «... comportamenti inquietanti di Pignatone. Accusato di aver acquistato degli immobili da persone appartenenti a delle cosche. De Luca ha parlato degli errori di Pignatone che non possono essere attribuiti ad imperizia vista la sua competenza.»
Michele Larosa, Perché nessuno parla dei presunti rapporti del pm di Mafia Capitale Pignatone con Cosa Nostra? Cosa dice la richiesta di archiviazione sul dossier che potrebbe essere il movente della morte di Falcone e Borsellino, in «Mow», 16 aprile 2026. «Quello che emerge in particolare dal tomo depositato dal pm di Caltanissetta Salvatore De Luca come richiesta di archiviazione, oltre alla cattiva gestione del dossier “Mafia e appalti”, è la contiguità fra Pignatone e la sua famiglia con alcuni soggetti condannati per associazione mafiosa. Tutto parte dal “gravissimo errore” - ammesso dallo stesso interessato - commesso dall'allora sostituto procuratore di Palermo, che avrebbe “vanificato l'80% dell'indagine Mafia e appalti”. Parliamo del terzo processo aperto sul dossier, quello del 1993 e affidato nuovamente a Pignatone. I referenti del gruppo Ferruzzi in Sicilia, Giovanni Bini e Lorenzo Panzavolta, vennero interrogati dal pm, senza essere iscritti nel registro degli indagati. L’iscrizione arrivò tardivamente, oltre un anno dopo gli interrogatori, così quando il fascicolo passò ai colleghi Saieva e Boccassini, i termini erano scaduti e le prove inutilizzabili, rendendo inevitabile la terza archiviazione. Gli investigatori di Caltanissetta però hanno maturato la convinzione che non si trattasse di un semplice “errore”, ma di atti ben ponderati dalla vicinanza di Pignatone con soggetti centrali delle indagini.»
Ermes Antonucci, "Deluso e addolorato": la reazione di Pignatone alle accuse mosse in commissione Antimafia, in «Il Foglio», 17 aprile 2026. Ma che ne sa Pignatone di gogna mediatico-giudiziaria?
Laura Mendola, Le 389 pagine che riscrivono la storia delle stragi: mafia, appalti e misteri irrisolti, in «La Sicilia», 18 aprile 2026. ««"Non diciamo che anche il magistrato migliore non possa fare errori - ha detto il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca in antimafia -Il punto è che in tutta questa vicenda ci troviamo di fronte a pm di eccezionale livello professionale, ma tutti gli errori vanno nella stessa direzione e cioè verso l’impunità di Buscemi e dei vertici di Ferruzzi che operavano in Sicilia". (...) "Quando ho avuto la delega su questo tipo di procedimenti a Palermo ho subito segnalato al dottor Caselli che, nel corso dell’attività, avevamo costatato che esistevano diverse trascrizioni nei registri immobiliari dai quali risultava che dal gruppo Piazza erano stati venduti molti appartamenti alla famiglia Pignatone; a lui, alla moglie al padre, ai fratelli". Eppure il nome di Vincenzo Piazza era noto negli uffici giudiziari palermitani perché ritenuto un imprenditore vicino a Cosa nostra. E quel rapporto di conoscenza con il magistrato che è stato a capo del tribunale del Vaticano era a conoscenza anche dei collaboratori di giustizia.»
Roberto Scarpinato, Antimafia e procuratore fanno strage delle leggi, in «Il Fatto Quotidiano», 19 aprile 2026. «Come è noto, costituisce illecito disciplinare e penale il comportamento del pm che nel processo penale occulti alla difesa le prove a favore dell’indagato. Prove che tuttavia possono essere messe a disposizione degli indagati solo dopo l’avviso di conclusione delle indagini, quando si verifica la discovery e le difese possono acquisire piena cognizione di tutto il materiale probatorio, mettendo in luce dinanzi a un giudice terzo gli elementi che smentiscono, contraddicono o depotenziano la tesi accusatoria». Toh! Varrà anche in Vaticano? Tra il 2020 e il 2025, sotto il giudice Pignatone, indagato per favoreggiamento alla mafia, no. E adesso? Mah, lo sapremo presto.
Cataldo Intrieri, Il caso Borsellino, e la subordinazione del processo penale alla valutazione politica, in «Linkiesta», 20 aprile 2026. «L'ASSURDA GIRAVOLTA DEL GIUDICE PIGNATONE «De Luca ha parlato di abusi e malefatte ascrivibili a Pignatone e al collega Natoli, che archiviarono pretestuosamente una fondamentale inchiesta su “mafia e appalti”, relativa alle connessioni tra criminalità organizzata siciliana e il gruppo Ferruzzi, e ha sostenuto che l’ostinazione solitaria di Borsellino nel continuare l’indagine gli valse la condanna a morte. Pignatone e Natoli sono indagati per il reato di favoreggiamento aggravato dalla finalità di agevolare la mafia. Un’accusa grave, con una sua particolarità: il reato è prescritto da tempo e il fatto che comunque si indaghi sembra sottendere l’individuazione di una responsabilità morale che si ritiene non debba cadere nell’oblio, oltre a costituire un provocatorio invito a rinunciare alla scappatoia del decorso del tempo, pena l’ostracismo sociale. In altri casi e con altri indagati si sprecherebbero articoli e reclami contro la violazione del diritto di difesa. Ma da tempo su Pignatone, ex magistrato più potente d’Italia, sembra essere calata una coltre di disagio e imbarazzo così fitta che rischia di oscurare alcuni aspetti cruciali su cui invece vale la pena soffermarsi. L’uomo ha una personalità sfaccettata: è stato il grande inquisitore di Massimo Carminati nel cupo affresco criminale di un’indagine denominata pomposamente “Mafia Capitale” e poi, in una sorprendente impersonificazione, giudice vaticano nello storico processo al cardinale Giovanni Angelo Becciu. (...) Da giudice nel processo Becciu, ha colto subito la fragilità e l’inconsistenza delle accuse, senza trarne però le conseguenze radicali e dolorose che si sono delineate e disvelate compiutamente nel processo di appello (inquinamenti e depistaggi di vario genere), ma cercando di salvare il salvabile di qualche residua marginale imputazione. Forse il senso di una missione o il condizionamento del vecchio ruolo di inquisitore, chissà.» (C.I.) In realtà, nel processo vaticano, Pignatone aveva perfettamente rilevato l'anomalia dell'accusa che occultava e copriva di "omissis" gran parte del materiale probatorio; tanto che nel 2021 e nel 2022 aveva ripetutamente ordinato a Diddi di consegnare tutte le prove, anche quelle utili alle difese («non cominceremo l’esame delle questioni di questo processo finché la difesa non avrà conoscenza completa degli atti»). La domanda è piuttosto questa: cosa è successo nel 2022 che gli ha fatto "dimenticare" tale determinazione, per cui sette mesi dopo l'inizio del processo Pignatone, contraddicendosi, ha avallato la scorrettezza dell'accusa e ha compiuto un'assurda inversione a U? Qualcuno ha forse dato un ordine a un giudice ricattabile (che ha comprato case da mafiosi e che ha compiuto ciò che il procuratore De Luca ha evidenziato)? Come spiegare l'assurda giravolta di un giudice come Giuseppe Pignatone?
Antonio Pagliano, Stragi del 1992 – Inchiesta mafia-appalti, le "anomalie" e le domande che non si possono archiviare, in «Il Sussidiario», 20 aprile 2026. «Una storia che avrebbe un termine ricorrente: “anomalie procedimentali”, fra cui, volendone citare solo alcune: l’illecita divulgazione del contenuto del dossier; il conflitto di interesse mai affrontato del dottor Pignatone, il cui padre era presidente dell’ESPI, l’unico socio azionista della SIRAP, la società al centro dell’inchiesta; l’omesso omissis sulla parte dell’informativa che dovette essere depositata al riesame sulla parte che riguardava proprio il Buscemi, che non rientrava fra i soggetti arrestati; l’omessa autorizzazione alle perquisizioni nei confronti di Siino, Lipari e Buscemi; l’inoltro, un giorno dopo le udienze al riesame, da parte del procuratore Giammanco all’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli, della versione integrale dell’informativa del ROS, tant’è che Martelli restituì tutto al mittente, nel rilevare la singolarità dell’inoltro di atti coperti da segreto; infine la richiesta di archiviazione del procedimento mafia-appalti nei riguardi di Buscemi, Pino Lipari e altri mafiosi, archiviazione che successivamente i collaboratori di giustizia Siino, Brusca e Cancemi hanno riferito essere stato un trattamento giudiziario e processuale “particolare”.»
Aldo Torchiaro, Terremoto nei servizi segreti: inchiesta su Del Deo e i "neri". Le accuse dei dossier su commissione e i "casini dal Vaticano", in «Il Riformista», 21 aprile 2026. «Tra gli elementi più opachi dell’inchiesta
c’è un dialogo intercettato il 23 dicembre 2024 tra il teste e Rosario Bonomo, ex appartenente alla Guardia di Finanza in servizio alla Presidenza del Consiglio dal 2011 al 2015, anch’egli indagato. I due parlano dei rapporti che i Servizi avrebbero con il Vaticano. Il teste riferisce di essere a conoscenza che persone chiamate “i neri di Del Deo” avrebbero fatto “casini dal Vaticano”.» E intanto hanno crocifisso un innocente!
D.L.E., Francesco, un anno dopo: oltre le lacrime dei giornalai, il peso di un'eredità lacerata, in «Silere non possum», 21 aprile 2025. È un articolo eccessivamente duro. Ma contiene anche qualche verità. E della verità non dobbiamo avere paura. «I quattro rescritti segreti firmati fra 2019 e 2020 – quelli che portarono alla luce l'esistenza di un regime giudiziario speciale dentro lo Stato della Città del Vaticano – rimangono il simbolo di una stagione in cui il principio di legalità fu piegato alla volontà del monarca. E il sistema mediatico, che in questa giornata celebra il proprio Dio, aveva fatto quadrato in cambio di qualche contentino. Il Papa agiva come un despota che i giornalisti denunciano nelle repubbliche orientali, ma in Vaticano si erano fatti papisti. (...) Qui occorre pronunciare quella parola che tanto infastidisce i “professionisti della disinformazione”: ipocrisia. Bernanos, nel Diario di un curato di campagna, osservava che l'ingiustizia fatta in nome della Chiesa ferisce due volte: la vittima e la fede di chi assiste. Sotto il pontificato di Francesco, la distanza fra il discorso ufficiale e la prassi divenne a tratti abissale.»
Stefano Giordano, Lo sbotto di Caselli: "Dobbiamo proprio prenderci tutta 'sta m... addosso da Trizzino e Colosimo? Inventiamoci qualcosa", in «Il Riformista», 21 aprile 2026. «Certe verità non si temono, quando sono infondate: si ignorano. Ci si dà pena di organizzare qualcosa solo quando si teme che arrivino al punto. Fatevi furbi, pensate. Noi, signor Procuratore, la verità non la organizziamo. La pretendiamo.»
Ezio Mauro e Alberto Melloni, Francesco: Cronache di un papato, in «LA7», 20 aprile 2026. «L'investimento, che dal punto di vista tecnico è difficile ritenere azzardato, perché un palazzo nel centro di Londra, se anche lo paghi molto, dipende quando lo vendi...»; «è emerso molto chiaramente che nel formare alcune di queste commissioni papa Francesco o chi l'ha consigliato ha fatto errori di casting piuttosto clamorose (cfr. Chaouqui)». (Alberto Melloni).
Aldo Di Lello, Borsellino, una memoria scomoda per il M5S. Cosa insegna la polemica su Scarpinato, in «Lo Speciale», 21 aprile 2026. «L’ipotesi è che si siano antrambi adoperati, d’intesa con l’allora procuratore capo di Palermo, Pietro Giammanco (poi deceduto), per disattivare l’inchiesta mafia-appalti, scaturita a sua volta da un rapporto dei Ros del 1981, rapporto che accusava alcune grandi imprese del Nord (tra cui il gruppo Ferruzzi) di presunti e torbidi intrecci con Cosa Nostra per la gestione dei lavori pubblici a Palermo. Secondo i magistrati nisseni quel dossier sarebbe anche all’origine della strage di via D’Amelio perché a quell’indagine stava lavorando anche Borsellino.»
Is a Vatican office 'investigating' Benedict's resignation?, in «The Pillar», 22 aprile 2026. «... la cosa di Alessandro Diddi è che è stato conosciuto per godere di un po’ di attenzione dei media. È stato una specie di avvocato difensore della mafia in Italia prima di trasferirsi nella procura della Città del Vaticano, e la sua gestione del processo per crimini finanziari in Vaticano è apparsa ad alcuni osservatori come più efficace alle pubbliche relazioni rispetto all'azione penale vera e propria. Infatti, il suo lavoro su quel cosiddetto “processo del secolo” in Vaticano ha più volte visto la sua condotta cadere sotto esame, fino al punto in cui è stato costretto a ricusarsi dal caso in appello. È anche noto per aprire file su casi destinati a portare titoli, anche se quasi certamente non un risultato. (...) Una fonte ha osservato che “se c’è un circo, [Diddi] deve essere in ogni anello”. Essendo stato rimbalzato dal suo caso più famoso dalla corte d'appello dello stato della città, che ora si sta proponendo di dare un nuovo sguardo forense alla sua condotta del caso, alcuni osservatori - solo alcuni, intendiamoci - potrebbero chiedersi se Diddi stia cercando un modo per tornare sotto i riflettori con la teoria del complotto "Benevacantismo".» Adesso se ne rendono conto gli sparafango di «Pillar», che hanno contribuito in modo determinante a montare il complotto? Che schifo!
Filippo Facci, Il pm fa a pezzi Scarpinato: "inattendibile sulla mafia", in «Il Giornale», 22 aprile 2026. «È in quel clima che Borsellino, uscendo da una riunione, avrebbe detto ai magistrati Pignatone e Lo Forte: "Voi non me la raccontate giusta".»
Far West: il magistrato antimafia e il fango su Paolo Borsellino, in «Far West», 23 aprile 2026. Natoli, insieme al giudice vaticano Pignatone (ricattabile), sono indagati per favoreggimento alla mafia. Dietro le mura del Vaticano.
Alessandro Diddi, in «Web Radio Eschilo», 23 aprile 2026. «La giustizia è fatta dagli uomini e riflette anche le debolezze degli uomini. Questa è la cosa più difficle da far affiorare», dice Alessandro Diddi. E noi in questo caso concordiamo. Ma quanta ipocrisia, incarnata da uno – Diddi – che ha nascosto colpevolmente gran parte delle prove del "processo del secolo" e che qui parla di trasparenza e ricerca della verità! «Le sanzioni giuste per gli errori procedurali, assolutamente sì», dice Diddi. «Chi sbaglia deve pagare!» Aspettiamo quindi che Diddi venga severamente sanzionato per i suoi gravissimi errori e per le sue scorrettezze!
Marco Scotti, Processo Becciu, la svolta dell'appello: "Violato il diritto di difesa, processo da rifare", in «Affari Italiani», 24 aprile 2026. Malagiustizia in salsa vaticana (o mafiosa?).
Santina Sconza, Capaci e via D'Amelio: Cassazione non archivia pista mandanti esterni, in «Osservatorio sulla legalità e sui diritti onlus», 24 aprile 2026. «Perché Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone avrebbero voluto l'impunità della calcestruzzi Ferruzzi?»
Ermes Antonucci, Gli scandali sugli accessi abusivi sono figli della cultura dello sputtanamento, in «Il Foglio», 24 aprile 2026. «Sarebbe superficiale ridurre i casi Striano, Equalize, “squadra Fiore” e i tanti altri episodi di accessi abusivi a una mera questione di infedeltà da parte di militari o agenti dei servizi. Analizzati da una prospettiva più ampia, infatti, questi casi (in attesa dei dovuti accertamenti giudiziari) mostrano di avere un elemento in comune: sono figli della cultura dello sputtanamento che da oltre trent’anni domina il paese.» Tutto vero. Ma nel caso che ha preso di mira l'innocente card. Becciu c'è di più: ci sono dei mandanti ben precisi, dentro il Vaticano. E quindi ci sono dei corrotti dentro il sistema della "giustizia". Almeno un magistrato italiano e un ufficiale della Guardia di finanza in servizio alla Direzione investigativa antimafia, a quanto pare in collaborazione con membri dei Servizi segreti (deviati?), hanno effettuato spionaggi e dossieraggi illeciti contro le persone coinvolte nel "processo del secolo" in Vaticano (chi sono i mandanti dentro il Vaticano? E come mai Diddi si è precipitato affannosamente a Perugia da Cantone?) Uno scandalo epocale!
Valeria Pacelli, Spioni al lavoro in Vaticano sul caso del palazzo inglese, in «Il Fatto Quotidiano», 24 aprile 2026. I nodi vengono al pettine. Chi ha giocato sporco – e facendo crocifiggere un innocente – in Vaticano?
Mafia e appalti, cronologia dal 1990 a oggi, in «Progetto San Francesco», 25 aprile 2026. Sul ruolo di Pignatone, giudice vaticano che ha consannato un innocente.
Giovanni Fiandaca, Se un reato è prescritto lo è anche per la commissione antimafia, in «Il Foglio», 25 aprile 2026. In sintesi: non è che non abbia commesso il reato, ma Pignatone specula sulla prescrizione. La domanda però è sempre la stessa: a chi interessava che un magistrato ricattabile (favoreggiamento alla mafia!) diventasse scandalosamente giudice in Vaticano? E poi i figli di Paolo Borsellino hanno il diritto di conoscere la verità.
Gerri Iar., Stragi del 199, il dossier mafia e appalti e il caso Pignatone: le ombre che trent'anni dopo pesano ancora sulla verità, in «Calabria7», 26 aprile 2026. «La mafia si evolve, magari evita di sparare, ma per potere sopravvivere ha bisogno sempre di quell’area grigia, costituita da uomini di potere che ne assicurano il mantenimento in vita, i cosiddetti “pupari”, per usare un termine siciliano, utilizzato anche dal Procuratore Pignatone quando era a Reggio Calabria. (...) Nessuno avrebbe mai immaginato che un’indagine così importante, condotta dal Ros dei Carabinieri, avesse subìto una sorta di boicottaggio da parte di uomini delle istituzioni. Pur non volendo entrare nel merito delle attività fatte, anzi non fatte, dalla Procura di Palermo, ovvero non avere tenuto conto di alcuni dati di fatto evidenziati nell’informativa, propedeutici ai successivi e necessari approfondimenti, ha fatto scaturire inevitabilmente qualche dubbio. Se a tutto ciò si abbina il fatto che venne archiviata, tra le altre, la posizione di un indagato che aveva venduto una serie di immobili alla famiglia del dottore Pignatone ad un prezzo ribassato, mentre la restante somma, corrispondente al reale valore degli immobili, secondo le affermazioni dello stesso dottore Pignatone fu pagata in “nero”, allora il quadro è particolarmente allarmante. Premesso che vale per tutti la presunzione di innocenza, nella richiesta di archiviazione della Procura di Caltanissetta si legge testualmente: “In altre parole, anche in base ai dati risultanti da una consulenza tecnica di parte del suo dante causa dell’epoca, Giuseppe PIGNATONE avrebbe pagato, per l’appartamento acquistato in via Turr, un prezzo sensibilmente inferiore (di circa un terzo) a quello di mercato”. Sempre nella stessa richiesta di archiviazione è stato evidenziato: “anche supponendo di poter accogliere l’argomentazione, più favorevole al dottore PIGNATONE, secondo la quale il prezzo dichiarato nell’atto di compravendita dell’immobile era, in realtà, inferiore rispetto a quello effettivamente corrisposto, con la stessa il dottore PIGNATONE ammette, palesemente, di essersi prestato a consentire un’evasione fiscale ad una società la cui compagine e i cui rappresentanti erano da anni considerati “in odore di mafia”; evasione fiscale concordata con BUSCEMI Salvatore, capo mandamento di Passo di Rigano. La circostanza assume sicuramente estremo rilievo in relazione all’immagine del dottore PIGNATONE “agli occhi di cosa nostra”, con tutto ciò che ne poteva conseguire circa le “chiacchiere” che circolavano sul suo conto in ambito mafioso”. (...) All’epoca dei fatti il dottore Pignatone era Sostituto Procuratore a Palermo, particolarmente legato al Procuratore di Palermo, Pietro Giammanco. Figlio di Francesco, già Onorevole della Repubblica appartenente al partito della Democrazia Cristiana, il dottore Pignatone ha sviluppato la maggior parte della carriera in Sicilia, per poi approdare come Procuratore a Reggio e successivamente a Roma. A Roma è stato anche presidente del Tribunale del Vaticano dopo aver lasciato la nostra magistratura. E’ stato, insieme ad altri colleghi, il PM che si è interessato del noto rapporto “mafia e appalti” redatto dal Ros. Sul punto il Procuratore di Caltanissetta ha affermato, in commissione antimafia, che l’indagine fu caratterizzata da “errori” ed aggiunge: “ tutti gli errori vanno nella medesima direzione che a conti fatti è l’impunità totale di Buscemi Antonino e del gruppo Ferruzzi”. Dai Buscemi il dottore Pignatone aveva acquistato 4 immobili, mentre altri 20 vennero acquistati da altri familiari del Magistrato. Pignatone, nel periodo in cui ha svolto le funzioni di Procuratore a Reggio Calabria, da Aprile 2008 sino al momento in cui è decollato alla volta di Procuratore di Roma, è stato incensato, almeno da una parte della stampa, come colui che avrebbe rotto definitamente gli intrecci tra istituzione e ‘ndrangheta. (...) Se metà di quello detto dal Procuratore di Caltanisetta in Commissione Antimafia fosse vero, siamo di fronte a fatti sconvolgenti che la Nazione ha necessità di conoscere, sperando che Pignatone ed altri magistrati coinvolti si facciano giudicare in nome del popolo italiano, in un aula di Tribunale, non avvalendosi dell’istituto della “prescrizione”. Sarebbe un affronto storico alla verità che tutti gli italiani cercano da anni». Ecco perché il giudice vaticano Giuseppe Pignatone – che ha condannato un uomo innocente senza un briciolo di prova – era ricattabile, e quindi faceva comodo a qualcuno.
Stefano Feltri, Vi racconto i servizietti di Del Deo, in «Startmag», 26 aprile 2026. «Ormai ci sono così tanti scandali intorno ai servizi segreti che è facile perdersi. Ma in realtà ogni vicenda che emerge, da inchieste giornalistiche o giudiziarie, contribuisce a chiarire un quadro sempre più nitido e comprensibile: in Italia hanno operato, per anni e forse operano ancora, soggetti che svolgono le stesse attività dell’intelligence ufficiale ma lo fanno in proprio, per vendere le informazioni raccolte in modo abusivo o per usarle a scopo di costruzione di potere e influenza.»
Stefano Giordano, La prescrizione è un diritto, ma non diventi un ostacolo sulla via che porta alla verità, in «Il Riformista», 28 aprile 2026. «Uomini che hanno servito lo Stato ai suoi livelli più alti hanno un’altra strada davanti, più dignitosa della prescrizione: rinunciarvi. Mori e De Donno lo hanno fatto. Hanno preteso il processo, hanno scelto il contraddittorio, hanno voluto essere giudicati nel merito. La prescrizione è un diritto; ma per chi ha incarnato le istituzioni, invocarla è qualcosa di diverso dal difendersi nel merito — dal dimostrare la propria estraneità ai fatti. È una scelta. E anche le scelte si giudicano. Le vittime del 1992 — e i loro figli, che da trent’anni attendono risposte — meritano che nessuno si metta di traverso, in nome di un garantismo a intermittenza, sulla strada di quella verità.» Il ruolo di Giuseppe Pignatone è davvero troppo importante per ricorrere alla prescrizione. Deve sbarazzare il campo da ogni possibile dubbio. E di dubbi sul suo comportamento ne sono sorti davvero tanti negli ultimi anni! O a chi faceva comodo avere un giudice ricattabile in Vaticano? Magari per far condannare un innocente?
Nico Spuntoni, La Svizzera gela il Vaticano: "Sulla gestione fondi non ci furono reati", in «Il Giornale», 28 aprile 2026. Dove la giustizia funziona...! Dopo la giustizia inglese anche quella svizzera smentisce i teoremi della Segreteria di Stato vaticana e bacchetta la (mala)giustizia vaticana. La Segreteria di Stato del Vaticano «ha dovuto però raccogliere un nulla di fatto perché la procuratrice ha risposto un decreto d'abbandono ed ha anche tirato le orecchie alla parte vaticana. Pur essendo accusatrice e denunciante in Svizzera, infatti, la Segreteria di Stato aveva risposto picche alla richiesta degli inquirenti elvetici di interrogare in via rogatoriale alcuni dei protagonisti della vicenda, tra cui monsignor Alberto Perlasca.»
Svizzera smonta l'accusa del Vaticano contro il suo ex consulente finanziario e indebolisce il caso Becciu, in «Infovaticana», 29 aprile 2026. «Un denunciante che ostacola l’indagine. L’archiviazione del caso non risponde solo alla mancanza di prove, ma anche al comportamento contraddittorio dello stesso Vaticano. Nonostante sia la parte denunciante, la Segreteria di Stato si è rifiutata di collaborare pienamente con la giustizia svizzera. In particolare, ha bloccato la possibilità di interrogare testimoni chiave mediante rogatorie, tra cui monsignor Alberto Perlasca, figura centrale del processo vaticano. Questo comportamento è stato segnalato espressamente dalla procuratrice svizzera, che ha sottolineato l’incoerenza di denunciare e, al contempo, impedire lo sviluppo dell’indagine.» In Vaticano fanno orecchie da mercante, ma la verità non muore. Anche in spagnolo. E in inglese. E in francese. E in tedesco. E in portoghese.
Nico Spuntoni, Il Vaticano non permise alla Svizzera di interrogare Perlasca e Peña Parra, in «La Nuova Bussola Quotidiana», 30 aprile 2026. ORA PARLA LA GIUSTIZIA SVIZZERA Nel silenzio più assordante – e omertoso, e connivente, e complice – c'è qualcuno che parla. «Quella che Francesco aveva definito «la pentola per la prima volta scoperchiata da dentro» assume sempre più i contorni di un vaso di Pandora per il Vaticano. Stiamo parlando dell’inchiesta sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato che, quasi sette anni dopo, continua a dare dispiaceri all’interno delle sacre mura. L’ultimo è arrivato pochi giorni fa da Lugano nel procedimento parallelo aperto contro Enrico Crasso dal Ministero pubblico della Confederazione su denuncia della Segreteria di Stato di cui era stato a lungo consulente finanziario. L’autorità federale di perseguimento penale non ha riscontrato gli estremi dei reati di amministrazione infedele e di appropriazione indebita nei confronti di Crasso, denunciato il 19 giugno 2020 dal dicastero più importante della Curia per la gestione di alcuni investimenti nel Fondo Centurion già finiti nell’indagine vaticana. (...) Proprio per questa sorta di conflitto d'interessi la magistratura elvetica non ha voluto inviare le domande in Vaticano nè dare informazioni sui fatti. Scherrer, infatti ha scritto che «l'esecuzione degli interrogatori delle persone informate sui fatti (...) sarebbe stata di fondamentale importanza per verificare la veridicità delle dichiarazioni di Crasso. L'esecuzione di tali interrogatori rischiava tuttavia di perdere in modo significativo la sua efficacia qualora, tenuto conto dell'influenza esercitata dall'accusatrice privata e dei suoi interessi nella vicenda, sussistesse il pericolo che, preliminarmente all'interrogatorio, le persone da sentire (...) avrebbero potuto essere informate delle domande che sarebbero state loro rivolte o, quantomeno, dei fatti oggetto d'esame». «Il "Calvario" dei Monsignori: Quando la Giustizia Estera Mette a Nudo le Contraddizioni d'Oltretevere. Le mura vaticane si fanno sempre più strette e, a quanto pare, anche più impermeabili alla trasparenza internazionale. L'ultimo schiaffo arriva dalla Magistratura elvetica: la procuratrice Annina Scherrer ha messo nero su bianco una verità imbarazzante, ovvero l'impossibilità di interrogare figure chiave come mons. Alberto Perlasca e il Sostituto Edgar Peña Parra. La "sorpresa" svizzera davanti al muro alzato dal Vaticano non è solo un intoppo procedurale, ma il sintomo di un sistema che sembra temere il confronto con tribunali non "domestici". Proprio in merito a queste indagini, emerge un paradosso clamoroso: mentre nello Stato del Vaticano Enrico Crasso è stato condannato, la giustizia svizzera ha stabilito che non sussistono estremi di reato per i medesimi fatti. Il precedente londinese: Il crollo di Peña Parra. Forse il Vaticano ha imparato la lezione dai disastri passati? È ancora vivo il ricordo del penoso spettacolo andato in scena a Londra nel luglio 2024. Davanti alla High Court of Justice, il Sostituto Peña Parra ha vissuto quello che può essere definito solo come un "calvario mediatico e giuridico". (...) Sotto lo sguardo esterrefatto del giudice Justice Robin Knowles, abbiamo visto un alto prelato sudato, visibilmente in difficoltà — scortato da un imponente bodyguard e con un aspetto quasi grottesco — costretto ad ammettere l'incredibile: la consapevolezza di fatture false pagate dal suo ufficio e una "leggerezza" disarmante nell'aprire le porte a certi investitori. Un'umiliazione internazionale che ha lasciato il segno. (...) Il caso Perlasca: Testimonianze "pilotate"? Non meno inquietante è la posizione di Monsignor Perlasca. Firmatario del contratto per la seconda parte dell'acquisto dell'immobile di Londra (con delega proprio di Peña Parra), Perlasca incarna il caos gestionale della Segreteria di Stato. Redarguito per falsa testimonianza, ha dovuto rettificare le proprie dichiarazioni, arrivando all'ammissione più grave: la sua deposizione sembra essere stata pilotata da terzi. La riflessione è d'obbligo: II Vaticano sembra ormai stanco — o forse terrorizzato — dal rimediare figuracce internazionali facendo testimoniare i suoi monsignori, e stanco anche di pagare le spese legali come parte soccombente. Tra ammissioni di colpevolezza all'estero e testimonianze ritrattate in casa, la credibilità delle istituzioni finanziarie vaticane è ridotta ai minimi termini. La domanda sorge spontanea: la giustizia vaticana è davvero alla ricerca della verità o è impegnata in un'opera di "contenimento danni" per evitare che altri prelati crollino sotto il peso delle proprie responsabilità davanti a giudici meno accomodanti? E in questo labirinto giudiziario, in un processo che a tratti appare privo di capo e di coda, resta scolpita l'assurda parabola del Cardinale Becciu. In un epilogo che sfida la logica oltre che il diritto, l'alto prelato è stato condannato per peculato senza che sia mai stata provata l'appropriazione di un solo centesimo. Una condanna "algebrica" che pesa come un macigno su un dibattimento dove il rigore giuridico sembra aver ceduto il passo a necessità di ben altra natura» (Fari Pad). Di cosa ha paura la Segretaria di Stato che non vuole collaborare e difende Perlasca e co.? Nota bene: Alberto Perlasca ha fatto carriera... nella magistratura vaticana! Edgar Peña Parra è appena diventato... nunzio in Italia! Anche in spagnolo.
Andrea Paganini (da Facebook): «ECCO COSA DEVE SUCCEDERE ENTRO OGGI, 30 APRILE 2026, IN VATICANO (sulla propaganda vaticana, che sostiene servilmente una vergognosa malagiustizia). Il 15 dicembre 2023 (era la vigilia della sentenza del cosiddetto "processo del secolo"), in un'indecente operazione di propaganda e di manipolazione, «Vatican News» volle puntellare il procedimento giudiziario che, con modalità discutibilissime, s'era protratto dentro le mura vaticane per anni. Salvatore Cernuzio – a cui fanno fare il lavoro sporco – sbandierò fra l'altro la «gran mole di documenti e di apparecchi elettronici sequestrati e il confronto degli interrogatori ai testimoni» («124.563 pagine cartacee e in dispositivi informatici e 2.479.062 files analizzati presentati dall’accusa»...). "Dimenticò" però di scrivere che Alessandro Diddi, l'accusatore, aveva occultato gran parte del materiale probatorio, aveva oscurato gran parte degli interrogatori, aveva tagliuzzato a suo piacimento i video delle testimonianze, aveva scelto a proprio gusto tra le prove da presentare tenendo nascoste le altre, che potevano servire alle difese, aveva riempito i documenti di "omissis" sparsi a proprio libido, accomodandosi le informazioni da portare al processo in maniera scorretta e illegale. E lo fece in clamorosa disobbedienza agli ordini impartiti dal Presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone, il quale fin dalle primissime udienze nell'estate del 2021 aveva intimato all'Ufficio del promotore di (in)giustizia – lo stesso Diddi – di consegnare il materiale probatorio integralmente («non cominceremo l’esame delle questioni di questo processo finché la difesa non avrà conoscenza completa degli atti»). Soprattutto Diddi aveva occultato le chat intercorse tra coloro che, manipolando il "testimone chiave" Alberto Perlasca, avevano montato il complotto contro il card. Becciu. Per una simile disobbedienza un magistrato viene punito in un Paese civile. In Vaticano invece viene premiato! Come il Tribunale d'Appello ha appena evidenziato, e contrariamente a quanto scriveva Cernuzio in quell'articolo propagandistico, il procedimento vaticano di primo grado ha brutalmente e vergognosamente violato diritti umani fondamentali, i diritti della difesa, come quello alla presunzione d’innocenza (fino a prova contraria) e quello a un giusto processo. La millantata "giustizia" del Vaticano si è così rivelata in realtà una scandalosa malagiustizia, paragonabile solo a quella di Caifa e di Pilato, circa 2000 anni fa, quando andava di moda crocifiggere innocenti e benefattori. Oggi! E le giustizie inglese, italiana e svizzera, certo meno addomesticabili di quelle di un Paese in cui non esiste la separazione dei poteri, stanno giorno per giorno smentendo tutti i teoremi del sistema vaticano, da quelli dell'Ufficio del promotore di (in)giustizia a quelli della Segreteria di Stato. Ordunque, qualche settimana fa il Tribunale di Appello ha ordinato che tale materiale occultato da Alessandro Diddi, venga consegnato integralmente entro oggi. Entro oggi, entro il 30 aprile 2026 (quasi cinque anni dopo l'ordine disatteso di Pignatone), il promotore di (in)giustizia Alessandro Diddi è obbligato a consegnare tutto il materiale probatorio. INTEGRALMENTE! Noi contiamo i minuti e aspettiamo che si ripari al più preso a un torto senza precedenti nella storia della Chiesa e dell'Umanità.»
Enrica Riera, Processo Becciu, l'accusa protegge Diddi e deposita l'interrogatorio del teste Perlasca senza "scoprire" gli omissis. Avvocati furiosi, in «Domani», 30 aprile 2026. «Provo sconcerto e stupore per l’ennesimo rifiuto del promotore di obbedire al giudice vaticano. Come in primo grado elementi di conoscenza delicatissimi, addirittura “suscettibili di arrecare pericoli gravissimi al bene pubblico” vengono sottratti alla conoscenza dei giudici. Ci chiediamo come si possa arrivare ad un equo giudizio in queste condizioni ed a questo punto sollecitiamo l’immediata definizione del processo con l’unico esito possibile : la restituzione agli imputati del loro onore», ha commentato l’avvocato Cataldo Intrieri. Il promotore di (in)giustizia Alessandro Diddi non obbedisce alla Corte d'Appello e aspetta l'ultimo momento per – ancora una volta – prendere in giro tutti. Uno schifo!
Le "nobili" ambizioni narcisistiche di Alessandro Diddi, il promotore di (in)giustizia del Vaticano, intervistato da due studenti del Liceo classico Eschilo diffusa in rete il 30 aprile 2026 (sta parlando del "caso Orlandi"). E una perla della logica di Diddi. Qui il promotore di (in)giustizia dimostra d'avere le idee assai confuse: sta parlando di mons. Marcinkus? È Diddi che l'ha creato cardinale, visto che lui è pratico di fare e distare a vanvera? Grottesco!
Processo Becciu, l'accusa non deposita gli atti integrali. I legali del prelato: «Sconcertante», in «L'Unione Sarda», 30 aprile 2026. SCONCERTO! «Oggi scadeva il termine per il deposito integrale degli atti di indagine ordinato all'Ufficio del Promotore dalla Corte di Appello. Ma ciò non è avvenuto». È quanto fanno sapere gli avvocati Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo, difensori del cardinale Angelo Becciu, esprimendo «sconcerto per la determinazione assunta dall'Ufficio del Promotore di Giustizia, che, a nostro avviso, non ha ottemperato all'ordinanza della Corte di Appello dello Stato della Città del Vaticano del 17 marzo 2026». «La Corte – sottolineano Viglione e Marzo – aveva specificamente imposto il deposito integrale di tutti gli atti e documenti del procedimento istruttorio, senza alcuna possibilità di selezione per l'Ufficio del Promotore di Giustizia, ribadendo un principio essenziale: nulla può essere esaminato dal Giudice che non sia stato prima messo a disposizione delle parti». «Nonostante ciò - continuano i legali di Becciu -, l'Ufficio del Promotore ha ritenuto di poter mantenere omissis e non depositare atti, richiamando anche valutazioni di non pertinenza e irrilevanza. È esattamente la facoltà selettiva che la Corte ha escluso: l'accusa non può decidere unilateralmente quali atti la difesa abbia diritto di conoscere. Il diritto di difesa, la parità delle parti e il contraddittorio impongono la piena conoscenza degli atti». «Sono principi scolpiti nel codice di procedura penale - concludono Viglione e Marzo -, al cui rispetto la Corte di Appello si è richiamata. Ogni deposito parziale tradisce il senso dell'ordinanza e ripropone il vizio già censurato dalla Corte, con conseguente nullità della citazione a giudizio». Anche in inglese. E in tedesco. E in russo.
Processo Becciu: difesa, atti non depositati; tradita ordinanza, in «Agi», 30 aprile 2026. «Il diritto di difesa, la parità delle parti e il contraddittorio impongono la piena conoscenza degli atti», sottolineano i legali, richiamando i principi del codice di procedura penale. Alla luce di ciò, la difesa ritiene che «ogni deposito parziale tradisce il senso dell’ordinanza» e possa riproporre il vizio già censurato dalla Corte, con la conseguenza - evidenziano - di «una possibile nullità della citazione a giudizio». QUANDO I MAGISTRATI NON LAVORANO PER LA VERITÀ, E ANZI LA NASCONDONO O PEGGIO...
Felice Manti, Caso Becciu, altro pasticcio di Diddi: depositati atti pieni di omissis, in «Il Giornale», 30 aprile 2026. «L'Ufficio del Promotore di Giustizia disobbedisce all'ordine della Corte d'Appello che deve rifare il processo al cardinale per il palazzo di Londra. Lo sconcerto dei suoi difensori: l'accusa non può decidere quali atti concedere. A differenza di quanto aveva espressamente chiesto la Corte d’Appello, il procuratore di Giustizia del Vaticano ha infatti depositato alcuni atti pieni di omissis. (...) Sappiamo che secondo Diddi l’interrogatorio del superteste Perlasca, il primo responsabile della compravendita del palazzo di Sloane Avenue a Londra la cui frettolosa cessione fece perdere al Vaticano 200 milioni, è diventato in poco tempo il pentito decisivo per incastrare Becciu. Ma i legali del cardinale sono convinti che quel memoriale sia stato in qualche modo concordato con altri soggetti, tra cui la stessa Ciferri e Diddi. (...) Nulla può essere esaminato dal giudice che non sia stato prima messo a disposizione delle parti. Nonostante ciò, l’Ufficio del Promotore ha ritenuto di poter mantenere omissis e non depositare atti, richiamando anche valutazioni di non pertinenza e irrilevanza. È esattamente la facoltà selettiva che la Corte ha escluso: l’accusa non può decidere unilateralmente quali atti la difesa abbia diritto di conoscere. (...) Ci chiediamo come si possa arrivare ad un equo giudizio in queste condizioni ed a questo punto sollecitiamo l’immediata definizione del processo con l’unico esito possibile: la restituzione agli imputati del loro onore». Vedremo cosa diranno i giudici della Corte d’Appello vaticana a questo ennesimo episodio di compressione dei diritti della difesa».
Nicole Winfield, Vatican court deadline passes for prosecutors to deposit all evidence in financial trial, in «AP», 30 aprile 2026. Alla fine il mondo intero conoscerà la verità che in Vaticano ancora ci si ostina a nascondere. L'accusa era nulla fin dal 2021! La verità sacrificata sull'altare dell'ipocrisia e della ragion di Stato? Anche in spagnolo.
Franca Giansoldati, Vaticano, scontro tra magistrati: il Promotore non deposita gli atti omessi come voleva la Corte «in pericolo l'interesse dello Stato», in «Il Messaggero», 30 aprile 2026. La credibilità del Vaticnao in gioco «È un vero e proprio braccio di ferro quello in corso nel sistema giudiziario vaticano sotto il pontificato di Leone XIV. Il nuovo capitolo del processo d’appello sulla compravendita del disgraziato Palazzo di Londra — vicenda che in primo grado ha portato alla condanna di nove imputati, tra cui il cardinale Angelo Becciu — si è consumato questa mattina. Lo scorso 17 marzo la Corte d’Appello aveva ordinato al Promotore di Giustizia, Alessandro Diddi, di depositare in Cancelleria «tutti gli atti del procedimento istruttorio» nella loro versione integrale. Tra questi, le videoregistrazioni complete delle deposizioni del principale testimone d’accusa, monsignor Alberto Perlasca, e le numerose chat finora omissate, mai messe a disposizione delle difese. (...) Una massa documentale che, secondo l’accusa, esporrebbe la Santa Sede a «grave pericolo». (...) Gli avvocati Cataldo Intrieri e Massimo Bassi, difensori di Fabrizio Tirabassi, parlano di «ennesimo rifiuto del Promotore di obbedire al giudice vaticano». «Elementi decisivi vengono sottratti alle difese e riservati ai soli giudici, che peraltro non potranno utilizzarli. Un fatto senza precedenti», affermano, sollevando dubbi sulla possibilità di un equo giudizio e chiedendo la chiusura del processo con «la restituzione dell’onore agli imputati». Sulla stessa linea l’avvocato Fabio Viglione, difensore del cardinale Becciu: «L’accusa non può decidere unilateralmente quali atti la difesa abbia diritto di conoscere. Il diritto di difesa e il principio del contraddittorio impongono la piena conoscenza degli atti». Un deposito parziale, aggiunge, «tradisce il senso dell’ordinanza» e rischia di riproporre le stesse criticità già rilevate, con possibili conseguenze sulla validità del procedimento. (...) Tra gli interventi più autorevoli, quello del professor Paolo Cavana, secondo cui «il monarca non è legibus solutus», richiamando la centralità dello ius canonicum e i vincoli giuridici della Santa Sede. Posizioni condivise anche dalla professoressa Geraldina Boni e dai colleghi Manuel Ganarin e Alberto Tomer, autori di un saggio critico pubblicato sulla rivista Stato, Chiese e pluralismo confessionale, la rivista scientifica di riferimento a livello internazionale per tutti i canonisti, i giuristi, i professori delle maggiori università. Una sorta di 'bibbia' per chi si occupa di diritto canonico. La stessa Corte d’Appello — presieduta dall’arcivescovo e canonista Arellano Cedillo, affiancato dai giudici Turrini Vita e Ducci Teri — aveva riconosciuto che nel primo grado si era verificata «una nullità relativa mai sanata», tale da viziare un atto fondamentale del processo. Tra le criticità, anche l’esistenza di un Rescriptum di Papa Francesco, emanato durante la fase istruttoria ma non reso noto alle difese. Con la sua ordinanza, la Corte ha inoltre preso le distanze dalle posizioni espresse nelle memorie degli ex ministri della Giustizia Giovanni Maria Flick e Paola Severino, oggi legali dell’Apsa e della Segreteria di Stato, costituitesi parte civile, che avevano escluso violazioni del giusto processo, ritenendo legittimi i Rescripta e marginale la questione degli omissis. Il confronto resta aperto e sempre più aspro. Sullo sfondo, una questione che va oltre il singolo processo: la credibilità del sistema giudiziario vaticano e il rispetto delle garanzie fondamentali del diritto.» Anche in inglese. E in tedesco.














































