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Sul sistema giudiziario vaticano (trentaduesima parte)                   >>> per la parte precedente clicca qui

«Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati?» (Agostino, De Civitate Dei, cap. IV, 4).


  1. BulletGiulio Nova, Es war ein unfairer Prozess, in «Die Tagespost», 1° aprile 2026. È STATO UN PROCESSO INGIUSTO. Tutto il contrario di un "processo giusto" e "trasparente", come millantavano certi "giornalisti" asserviti alla malagiustizia vaticana. Una macchia indelebile sulla storia della Chiesa! «Da un lato, perché l’allora procuratore vaticano Alessandro Diddi, chiamato “Promotore di giustizia”, non ha presentato integralmente il “fascicolo di indagine” ma solo “documenti che erano stati parzialmente oscurati”. Parti irriconoscibili includono anche messaggi di chat di Genoveffa Ciferri e Francesca Immacolata Chaouqui sul testimone principale dell'accusa, monsignor Alberto Perlasca, l'ex direttore dell'ufficio amministrativo della Segreteria di Stato. Ciferri era uno stretto confidente di Perlasca e Chaouqui ha avuto un ruolo inglorioso nel processo a Vatileaks II. Secondo la difesa, queste chat, che non sono state depositate nei file di prova, dimostrerebbero il ruolo che Chaouqui e Ciferri si dice abbiano interpretato dietro le quinte “manipolando” Perlasca stesso, i principali testimoni su cui si basa l’intera incriminazione. (...) la «mancanza di pubblicazione tempestiva» di uno dei rescritti pontifici ha comportato la conseguente nullità di tutti gli atti adottati dal pubblico ministero sulla base di tale ingiunzione. (...) La Corte cerca di preservare il volto di Papa Francesco. Così facendo, la corte ha cercato di preservare il volto di Papa Francesco facendo passare ogni responsabilità per l'omissione del rescritto all'accusa. E per farlo, trova: se è vero che il Papa non aveva ordinato la pubblicazione del rescritto, così è altrettanto vero che non aveva ordinato di non pubblicarlo.» (traduzione automatica)

  2. BulletCarlo Cambi, Il lato oscuro del caso Becciu, in «Panorama», 1° aprile 2026. «La Chaouqui interloquisce con Genoveffa Ciferri, "protettrice" di monsignor Alberto Perlasca, l'uomo che materialmente ha trattato il palazzone di Sloane Avenue e che è diventato in un batter d'occhio da primo accusato a primo accusatore. Monsignor Becciu una volta pubblicate dal quotidiano Domani queste e-mail di cui Diddi era al corrente, ma non ha riversato nel processo perché avrebbero indebolito la testimnianza di accusa di Perlasca – primo collaboratore del cardinale –, ha parlato apertamente di complotto. (...) C'è un aspetto molto oscuro della vicenda però: perché agenti dei servizi segreti italiani hanno agito su richiesta del cardinale Edgar Peña Parra, il successore di Becciu in Segreteria di Stato, in Vaticano? Che rapporti aveva la Chaouqui con questi agenti e con Diddi? E soprattutto perché Pasquale Striano, lo spione della Guardia di Finanza "protetto" da Faderico Cafiero De Raho, ha dossierato Becciu e tutti gli uomini d'affari che entrano nel processo?»

  3. BulletVictor Grimaldi Céspedes, Mujeres, Bunga bunga y las sombras romanas, in «Noticias Sin», 3 aprile 2026.

  4. BulletLuigi Bisignani, I retroscena sulla nomina di Peña Parra: il caso del Nunzio, la croce di Leone, in «Il Tempo», 5 aprile 2026. Quell'intrallazzatore di Peña Parra! «... a Londra davanti alla High Court of Justice, luglio 2024, presieduta da Justice Robin Knowles, per più udienze, sudato e visibilmente in difficoltà, con accanto un bodyguard imponente e con le ciglia che parevano truccate, ammise di essere a conoscenza di fatture false pagate dal suo ufficio e di aver aperto la porta a investitori accreditati con leggerezza. Il giudice inglese esterrefatto assistette a quel penoso calvario. Il primo giorno Peña Parra rispose in inglese. Successivamente preferì avere accanto un interprete, forse per prendere tempo nelle risposte, non riuscendo a districarsi nel pasticcio in cui si era ficcato. La situazione emerse poi chiaramente durante il processo vaticano, in cui gendarmeria e testimoni, sotto la regia, probabilmente della Segreteria di Stato, finirono per confondere perfino il Santo Padre. Un «papocchio» a cui Prevost sta cercando di porre rimedio, come del resto era del tutto evidente perfino durante il dibattito nelle Congregazioni Generali quando a sorpresa il Segretario di Stato parlò di uno scritto di Bergoglio, mai prima ufficializzato, in cui veniva sorprendentemente chiesta la rinuncia di Becciu al Conclave. Ma occorre fare un passo indietro nel settembre del 2020. In occasione dell’udienza in cui Becciu fu dimissionato da Francesco, l’elemento più anomalo non fu tanto la coincidenza con l’uscita dell’articolo su L’Espresso, quanto il fatto che le informazioni pare fossero giunte al pontefice attraverso un militare della Guardia di Finanza, poi trasmesse pare proprio anche a Peña Parra. L’Ufficio del Sostituto sembra avesse un report già sei mesi prima dell’avvio formale delle indagini vaticane, contenente anche informazioni provenienti da accessi illeciti effettuati da Pasquale Striano, il finanziere sotto inchiesta dell’indagine «Dossieropoli», al centro di mille intrighi su numerosi soggetti poi coinvolti nel processo contro il porporato di Pattada. Tra i nomi «attenzionati» figuravano politici, imprenditori e figure pubbliche. Tutti i dubbi su questa opaca vicenda, che sembra un plot di Dan Brown tra spie, Mata Hari all’ombra dell’Aise e apparecchiature di criptazioni israeliane, potranno forse essere chiariti dopo il deposito integrale di tutti gli atti di indagine ordinato dalla Corte di appello vaticana all’Ufficio del promotore di giustizia. La questione è incandescente e quindi non è da escludere che la richiesta della Corte non sarà rispettata, con conseguente invalidità dell’intero processo per grave violazione del diritto alla difesa, diritti sacrosanti che proprio Prevost ha ribadito solennemente in due occasioni pubbliche. (...) Pesano, a sentir gli spifferi della terza loggia del Palazzo Apostolico, le ombre su modalità operative e su rapporti maturati in quegli anni: contatti con il Tribunale e ambienti della gendarmeria vaticana, interlocuzioni con apparati di intelligence e legami con settori della Guardia di Finanza, in un intreccio mai chiarito fino in fondo. Elementi che in parecchi funzionari, dell’una e dall’altra parte, sollevano più di una perplessità sulla sua idoneità a rappresentare la Santa Sede proprio in Italia. A ciò si aggiungono la gestione dei fondi della Segreteria di Stato e i danni economici rilevanti, tra cui i costi legali - nell’ordine di decine di milioni di euro tra avvocati e informatori a vario titolo - legati alla vicenda londinese. Peña Parra è comunque, almeno in questo, il primo Sostituto del dopoguerra a non aver ricevuto la porpora e uno dei pochi a essere stato di fatto rimosso per essere destinato a una nunziatura. Resta altresì una questione di fondo: questa nomina rischia di esporre il governo italiano a un evidente imbarazzo, costringendolo a vigilare da subito sui rapporti del nuovo nunzio con gli apparati più delicati dello Stato.»

  5. BulletVittorio Pelligra, Quando la giustizia tradisce sé stessa, in «Il Sole 24 Ore», 5 aprile 2026. «Tutto procede secondo un copione riconoscibile. C’è chi ha il potere di decidere, c’è una procedura che si dispiega, c’è perfino una forma di consenso collettivo che accompagna l’esito finale. Nulla sembra consegnato al puro arbitrio. E tuttavia, proprio lì, nel punto in cui l’ordine mostra il suo volto più compatto e più solenne, dove la giustizia formale sembra trionfare si consuma uno dei più radicali fallimenti della giustizia sostanziale che la nostra memoria custodisca. (...) Ed è qui che la simbologia della Pasqua cristiana introduce una frattura decisiva. Perché il racconto evangelico non si arresta alla condanna. Non consegna la vittima alla sua funzione pacificatrice. Non permette che il sacrificio si chiuda con l’ordine ristabilito e il potere riconfermato, come si sono chiusi tanti altri sacrifici nella storia. Introduce invece un dopo. E questo dopo non coincide con la semplice riabilitazione dell’innocente. Non c’è appello, non c’è revisione del giudizio, non c’è una sentenza correttiva emessa da un tribunale superiore. La resurrezione non aggiusta il meccanismo. Lo smentisce radicalmente.»

  6. BulletAntonangelo Liori (Facebook, 5 aprile 2026): «Auguri cardinale, in nome della verità. Voglio fare oggi auguri speciali al cardinale Angelo Becciu. Per un motivo essenziale. Deve essere terribile per un uomo di chiesa mantenere intatta la propria fede dopo aver scoperto che quella istituzione alla quale lui si vocò era una tana di vipere. Mi metto nei suoi panni. Ragazzino figlio di povera gente di un paesino sardo entrare in seminario pieno di entusiasmo. E percorrere una strada radiosa nella sua fede, confortato dall'affetto di quanti lo conoscevano e stimavano. Poi finire in una trappola ordita da una sorta di consorteria da romanzo di Dan Brown. Conosco gli atti alla perfezione. Sì, qualcuno ha lucrato. E dagli atti sappiamo chi è stato. Non certamente monsignor Becciu. Sì, ci sono stati molti serpenti e traditori. Ma certamente non Angelo Becciu, vittima di congiure. Ci sono stati legami sporchi fra l'intelligence italiana e le consorterie vaticane. Ma il cardinal Becciu è di Pattada, ha un'idea semplice del bene e del male. E questo lo ha tradito. Papa Francesco - visto che non si parla male dei morti - fu, diciamo così, ingenuo: pensava più alle sentenze dei giornali che a quelle divine. Ma papa Leone sembra uomo di diverso stampo, di grande calibro e qualità. Non segue l'opinione pubblica ma la fede della sua chiesa. Auguri, cardinal Becciu: questa Pasqua faccia risorgere la verità.»

  7. BulletSandro Magister, Giustizia sarà fatta. Ma sui casi di Rupnik e "Lute" il passo di Leone è incerto, in «Settimo Cielo», 8 aprile 2026. Se la giustizia è marcia, l'intero corpo dello Stato è minacciato dal pus. «Il 17 marzo la corte d’appello dello Stato della Città del Vaticano ha decretato la “nullità relativa” del processo di primo grado e ordinato la “rinnovazione del dibattimento”, con il deposito di tutti gli atti e documenti a disposizione degli imputati. Tutto ciò in obbedienza ai principi cardine enunciati tre giorni prima dal papa nell’aprire il nuovo anno giudiziario : “l’osservanza delle garanzie procedurali, l’imparzialità del giudice, l’effettività del diritto di difesa”, ritenuti tutti gravemente violati nel primo processo.» Anche in francese. E in inglese. E in spagnolo.

  8. BulletAurelie Nimarin, Giustizia vaticana o sentenza pilotata?, in «Faro di Roma», 9 aprile 2026. Vi prego, se credete che la giustizia sia un valore importante, leggete questo testo con attenzione, frase per frase, parola per parola. E facciamolo sapere al mondo intero! «L’uguaglianza davanti alla legge non esiste laddove la legge viene adattata alle esigenze del momento. (…) In questo contesto vale la pena ricordare l’avvertimento di Hannah Arendt: "I più grandi crimini non sono commessi da demoni, ma da persone comuni che hanno accettato un ordine delle cose in cui il crimine non appare più come crimine". Sembra che proprio una simile mentalità, durante il pontificato di Francesco, abbia messo radici profonde: verso l’esterno una retorica morale centralizzata, e verso l’interno regole flessibili, interventi personali, meccanismi straordinari e cerchie di fiducia. (…) La firma di un ordinamento giuridico sano è la prevedibilità: si sa chi decide, in base a quale legge, con quale procedura, con quali garanzie e entro quali limiti. La firma di un sistema malato è l’improvvisazione: oggi vale una cosa, domani un’altra; oggi si richiama la regola, domani l’eccezione; oggi si parla di diritto, domani di “interesse superiore”. (…) Se nel “processo del secolo” è stato possibile compromettere standard procedurali fondamentali, modificare con atti pontifici il quadro dell’indagine e negare alla difesa ciò che le spetta per legge, allora è legittimo dubitare anche del più ampio modo di operare degli organismi vaticani di quel periodo. (...) Ciò non significa che ogni sentenza sia invalida, né che ogni decisione dei dicasteri vaticani sia stata frutto di corruzione. Ma significa che è stata incrinata la premessa fondamentale della fiducia. E quando viene meno la fiducia nell’ordinamento giuridico, ogni decisione comincia ad apparire come il risultato di relazioni, e non della norma. (…) relazioni, improvvisazione e una cultura corruttiva del favore non possono essere un modo accettabile di governare la Chiesa. La Chiesa può sopravvivere allo scandalo di un singolo uomo. Più difficilmente sopravvive allo scandalo di un sistema. E con la massima difficoltà sopravvive al momento in cui i fedeli e l’opinione pubblica giungono alla conclusione che ai suoi vertici non si sia giudicato secondo diritto, ma secondo interesse, relazioni, equilibri di lealtà e volontà di chi aveva accesso alle leve del potere.  (...) Nella Settimana Santa la Chiesa fa memoria di ciò che non dovrebbe mai dimenticare: il suo Signore non fu vittima di un processo giusto, ma di un’ingiustizia rivestita della forma di un tribunale. Cristo non fu condannato perché la verità fu sconfitta dagli argomenti, ma perché l’interesse fu più forte del diritto e la paura più forte della coscienza. Per questo la Settimana Santa non è soltanto un tempo di devota memoria, ma anche un tempo di serio esame di coscienza per la Chiesa — non solo per i singoli, ma anche per le sue istituzioni, i tribunali, i dicasteri e le strutture arcidiocesane e diocesane. La Chiesa che contempla Cristo davanti a Pilato deve avere il coraggio di interrogare se stessa: dove siamo e abbiamo forse anche noi permesso che l’interesse prevalesse sul diritto, che il potere sostituisse la giustizia e che l’esito diventasse più importante della verità? Ma il Venerdì Santo non è l’ultima parola. L’ultima parola non appartiene né all’ingiustizia, né alla menzogna, né alla manipolazione, né ai processi pilotati. L’ultima parola è la Pasqua, la vittoria della verità sulla menzogna, della giustizia sull’arbitrio, della luce sulle tenebre e della vita sulla morte.»

  9. BulletNew Digest e Jacob Neu, Promulgation and Lawmaking: a Comment on The Vatican's Becciu Case, in «The New Digest», 9 aprile 2026. Può Dio disegnare un cerchio quadrato? Figurarsi un Papa! E un Papa laureato in matematica e in diritto canonico lo sa bene. «Is God able to make a square circle? No, He cannot, because to do so violates the principle of non-contradiction. To come to any other conclusion would be pure nominalism, and our conclusion that square circles are impossible even for God does not contradict the fact of God’s omnipotence. The same applies to the Rescript. If the definition of “law” has any meaning, the Court of Appeal cannot decline to apply that definition, even when considering Papal actions. In summary, even in a system of combined powers under an absolute monarch, “law” still retains its essence as reasoned ordinances directed to the common good, issued by him having care of the community, and promulgated. The Court of Appeal’s decision is the correct one, and I think it would have been more scandalous had it arrived at a different decision.» Del resto gli scandalosi articoli di Ed Condon non sorprendono affatto: «The Pillar» è – insieme a «L'Espresso», a Maria Antonietta Calabrò ecc. – uno dei pilastri del brutale complotto (mascariamento) ordito contro l'innocente card. Becciu.

  10. BulletPaolo Rudelli ya es Sustituto, presión de Estados Unidos al Vaticano, León XIV suspende el proceso de Jorge Novak, ¿anular el pontificado del Papa Francisco?, el caso Fontgombault, la Iglesia Católica y Orbán, el viaje a España, la visita apostólica a Heiligenkreuz, el desconcierto de los conversos, in «Infovaticana», 9 aprile 2026. «El problema radica en el modelo de gobierno, un modelo en el que las normas no se perciben como límites al poder, sino como instrumentos de poder. (...) La igualdad ante la ley no existe cuando la ley se adapta a las necesidades del momento es la confirmación judicial de que la imparcialidad del juicio se ha visto comprometida, la lógica de resistencia, ocultamiento y control del acceso a los documentos continúa. «Los mayores crímenes no los cometen los demonios, sino la gente común que ha aceptado un orden de cosas en el que el crimen ya no se percibe como crimen». Esta es una mentalidad ha echado raíces profundas durante el pontificado de Francisco: una retórica moral centralizada en el exterior y reglas flexibles, intervenciones personales, mecanismos extraordinarios y círculos de confianza en el interior. No hace falta argumentar que todas las decisiones de los tribunales vaticanos o los dicasterios durante ese período fueron corruptas para plantear una cuestión mucho más seria: ¿cuántas de esas decisiones se tomaron en un contexto donde las relaciones, la confianza, los canales informales y la proximidad al centro del poder eran más valiosos que un procedimiento canónico claro y justo?»

  11. BulletIvo Pincara, Processo Becciu: la crisi del sistema giudiziario vaticano, in «Korazym», 9 aprile 2026.

  12. BulletNiccolò Magnani, Stragi Falcone-Borsellino, pm: archiviazione Mafia-appalti / La 'pista' esiste, mancano i nomi: cosa succede, in «Il Sussidiario», 13 aprile 2026. «Resta apertissimo il filone d’inchiesta contro gli ex magistrati Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone, indagati per favoreggiamento aggravato per aver – secondo l’accusa – favorito la mafia siciliana, insabbiando il dossier Mafia-appalti dopo le morti nelle Stragi del 1992. »

  13. BulletSalvo Palazzolo, Stragi '92: "Mafia-appalti tra le cause". I pm chiudono un fascicolo, ma continuano a indagare, in «La Repubblica», 13 aprile 2026.

  14. BulletStragi del '92. i pm di Caltanissetta chiedono l'archiviazione dell'indagine mafia-appalti per la morte di Falcone e Borsellino, in «L'Unità», 13 aprile 2026.

  15. BulletStragi '92: PM chiedono archiviazione di un filone dell'inchiesta, in «Rainews», 13 aprile 2026.

  16. BulletGiuseppe Pipitone, La procura di Caltanissetta: "Archiviare l'inchiesta su Mafia e appalti causa delle stragi di Capaci e via D'Amelio", in «Il Fatto Quotidiano», 14 aprile 2026.

  17. BulletAndrea Ossino, Dossieraggi all'Antimafia. Striano spiava il Vaticano "Scandali noti in anticipo", in «La Repubblica», 14 aprile 2026. La domanda è sempre la stessa: chi erano – e sono – i mandanti dentro il Vaticano?

  18. BulletLuca Arnau, Dossieraggi all'Antimafia, Striano spiava anche il Vaticano: i nomi cercati prima degli scandali e il sospetto di una rete che sapeva tutto in anticipo, in «La Capitale», 14 aprile 2026. «Ed è proprio la cronologia a rendere la vicenda potenzialmente devastante. Perché le ricerche, secondo l’accusa, sarebbero iniziate il 19 luglio 2019. Ma il Vaticano annuncerà le perquisizioni solo il primo ottobre. E i nomi coinvolti diventeranno pubblici il giorno seguente. In mezzo c’è un vuoto temporale che pesa come una confessione mancata. (...) Come se qualcuno volesse vedere arrivare il terremoto prima che la terra iniziasse a tremare. E se davvero è andata così, allora il problema non è soltanto giudiziario. È istituzionale. È quasi strutturale. (...) C’è il sospetto che l’accesso alle informazioni non fosse fine a sé stesso, ma servisse a muoversi prima degli altri. Anticipare, conoscere, forse persino orientare. (...) Se i nomi del Vaticano venivano cercati prima che il caso esplodesse, allora qualcuno si muoveva su una linea di vantaggio che non avrebbe mai dovuto esistere. E se questo è successo davvero, non siamo davanti a un’anomalia burocratica o a una semplice deviazione individuale. Siamo davanti a un uso clandestino del sapere, alla privatizzazione del segreto, a un pezzo di apparato che smette di servire lo Stato e comincia a servire altro.» Ma se, come sembra, era tutta una montatura...

  19. BulletVincenzo Bisbiglia, Striano, "spiati" pure i coimputati di Becciu, in «Il Fatto Quotidiano», 14 aprile 2026. Che razza di marciume c'è dietro il complotto che ha incastrato l'innocente Becciu?

  20. BulletStragi del '92, i pm chiedono l'archiviazione dell'indagine mafia-appalti, in «Ansa», 14 aprile 2026. A proposito del giudice vaticano che ha condannato, senza una prova, il card. Becciu. «Secondo gli inquirenti, l'ex pm Natoli, su istigazione di Pignatone, svolgendo una inchiesta solo apparente, avrebbe aiutato gli imprenditori mafiosi Antonino Buscemi e Francesco Bonura, l'imprenditore e politico Ernesto Di Fresco e gli imprenditori Raoul Gardini, Lorenzo Panzavolta e Giovanni Bini (gli ultimi tre al vertice del Gruppo Ferruzzi) a sfuggire alle indagini anche ordinando la distruzione (in realtà mai avvenuta) dei brogliacci di alcune intercettazioni. Una sorta di depistaggio che sarebbe stato organizzato per impedire a magistrati come Paolo Borsellino di andare a fondo sugli interessi di Cosa nostra sui lavori pubblici.»

  21. BulletIl Procuratore capo di Caltanissetta De Luca: "Falcone si era reso conto dell'enorme valore investigativo del dossier mafia e appalti", in «Il Fatto Nisseno», 14 aprile 2026.

  22. BulletIvana Balunco, Mafia e appalti, De Luca: «Indagini apparenti», in «Giornale di Sicilia», 14 aprile 2026. «Pignatone e Natoli sono accusati di favoreggiamento aggravato dall’aver favorito la mafia; per questo reato è intervenuta la prescrizione. Natoli è inoltre accusato anche di calunnia. Secondo gli inquirenti, avrebbero insabbiato il cosiddetto dossier mafia appalti.»

  23. BulletRita Cavallaro, Striano dietro le "spiate" sul Vaticano. L'ex finanziere verso il rinvio a giudizio, in «Il Giornale», 14 aprile 2026. «Dai colloqui sono emersi elementi che hanno spinto i magistrati a richiedere altre verifiche, grazie alle quali è stato accertato come ci siano sempre Striano&Co dietro le spiate sul Vaticano che hanno fatto deflagrare lo scandalo sul cardinale Angelo Becciu per la compravendita del palazzo di Londra, confluito nel processo del secolo. Tra il 2019 e 2020 Striano, in qualità di «tenente della Guardia di Finanza ed ufficiale di polizia giudiziaria in servizio esclusivo presso la Procura Nazionale Antimafia, assegnato al 'Gruppo Sos' ed esecutore materiale degli accessi abusivi», si legge nell'atto, «effettuava accessi su banche date in uso al Corpo della Guardia di Finanza traendo informazioni» su diverse persone coinvolte nell'inchiesta vaticana, tra cui il finanziere Francesco Mincione.»

  24. BulletCaso Striano, nuovo avviso di chiusura indagini dalla Procura di Roma, in «Il Dubbio», 14 aprile 2026.

  25. BulletPm De Luca: "Mafia-appalti concausa della strage di via D'Amelio", in «LiveSicilia», 14 aprile 2026. «De Luca ha denunciato gravi errori investigativi di Pignatone, richiamati con precisione e riguardanti proprio mafia e appalti. De Luca ha poi ricordato gli ingenti acquisti immobiliari di Pignatone e famiglia presso società di persone appartenenti a vere e proprie cosche»

  26. BulletFrancesca Galici, Stragi '92, Gasparri: "Per il pm De Luca l'inchiesta mafia e appalti è stata concausa decisiva", in «Il Giornale», 14 aprile 2026. «De Luca (...) “ha denunciato gravi errori investigativi di Pignatone, richiamati con precisione e riguardanti proprio mafia e appalti” e “ha poi ricordato gli ingenti acquisti immobiliari di Pignatone e famiglia presso società di persone appartenenti a vere e proprie cosche”. (...) La posizione di Pignatone e Natoli, quindi, “è oggetto di altro procedimento, ancora pendente. Un procedimento che riguarda mancate indagini sulla famiglia Buscemi e sul gruppo Ferruzzi. Questo reato di favoreggiamento è ormai prescritto. Tuttavia, il comportamento di Pignatone e Natoli è considerato connesso alla vicenda della strage: l’inerzia investigativa, denunciata ancora una volta in modo circostanziata da De Luca, avrebbe rafforzato l’isolamento di Borsellino, sempre più in pericolo perché era l'unico in Procura intenzionato ad andare in fondo alle indagini sugli appalti, agendo in modo ben diverso rispetto ad altri suoi colleghi”»

  27. BulletRoberto Greco, Stragi del '92: Il "nodo" Mafia-Appalti verso l'archiviazione. Ma la verità resta un puzzle incompleto, in «L'Altroparlante», 14 aprile 2026. «La Procura di Caltanissetta continua infatti a indagare su figure di spicco della magistratura dell’epoca, tra cui l’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e l’ex magistrato Gioacchino Natoli. L’ipotesi al vaglio è pesante: aver favorito l’insabbiamento di parti del dossier mafia-appalti nei primi anni ’90. Questa “inchiesta nell’inchiesta” cerca di chiarire se vi fu una volontà deliberata di “smontare” il lavoro del ROS, omettendo atti o ritardando perquisizioni che avrebbero potuto cambiare la storia della lotta alla mafia.»

  28. BulletFelice Manti, La doppia verità di Scarpinato smontata in Antimafia, in «Il Giornale», 14 aprile 2026. «Le "false indagini, piene di anomalie" portano la firma di Giuseppe Pignatone e Gioacchino Natoli, entrambi indagati per favoreggiamento alla mafia assieme all’ex capo della Procura Pietro Giammanco (oggi deceduto), considerato inaffidabile da Falcone e Borsellino che peraltro sciolse il pool antimafia e a cui Scarpinato era particolarmente legato. Tutti pm di eccezionale livello professionale commettono tutti lo stesso errore: risparmiare imprenditori amici (con cui qualcuno come Pignatone fece anche affari) "attraverso indagini nascoste ai vertici dell’ufficio, intercettazioni ignorate se non smagnetizzate, deleghe alla Finanza anziché al Ros", spiega De Luca.»

  29. BulletAudizione procuratore De Luca, in «Camera dei Deputati», 14 aprile 2026.

  30. BulletFenesia Calluso, Il Procuratore De Luca parla alla Commissione Antimafia, in «Tg1», 14 aprile 2026. Davvero quei magistrati erano "I MIGLIORI"? Figurarsi allora gli altri! Giuseppe Pignatone è il giudice che in Vaticano ha condannato un innocente!

  31. BulletDe Luca in commissione Antimafia: boss impuniti per errori di magistrati eccellenti, in «Rainews», 14 aprile 2026. Errori? Orrori!

  32. BulletRiccardo Lo Verso, L'isolamento, le stragi, il dossier "mafia e appalti": la verità da trovare, in «LiveSicilia», 14 aprile 2026. «L’allora procuratore di Palermo Pietro Giammanco e i pm Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone, indagati per favoreggiamento aggravato dall’aver favorito la mafia (il reato è prescritto, mentre Natoli risponde anche di calunnia), avrebbero fatto poco o nulla per accertare la verità.»

  33. BulletTonino Laghi, Sulle stragi i pm fecero «indagini apparenti», in «La Verità», 15 aprile 2026. Se la giustizia – italiana e vaticana – è nelle mani di personaggi loschi e sospetti...

  34. BulletLaura Distefano, Il fuoco incrociato delle toghe sulle stragi. L'amarezza del legale dei figli di Borsellino: «La verità è un diritto», in «La Sicilia», 15 aprile 2026. Perché papa Francesco si è fidato di un soggetto ricattabile come Giuseppe Pignatone? «La procura di Caltanissetta punta il dito su tre toghe: Giuseppe Pignatone e Gioacchino Natoli, entrambi indagati per favoreggiamento alla mafia (il fascicolo a loro carico, a differenza di quello a carico di ignoti, è ancora aperto) e l'ex capo della procura Pietro Giammanco, nel frattempo deceduto. «Non diciamo che anche il magistrato migliore non possa fare errori - ha detto De Luca - Il punto è che in tutta questa vicenda ci troviamo di fronte a pm di eccezionale livello professionale, ma tutti gli errori vanno nella stessa direzione e cioè verso l’impunità di Buscemi e dei vertici di Ferruzzi che operavano in Sicilia».

  35. BulletMarco Scotto, Il processo Becciu e la fine di una narrazione: perché oggi tutto va riscritto, in «Affari Italiani», 15 aprile 2026. «... la presunzione di innocenza è rimasta schiacciata sotto il peso di una condanna anticipata. Ben prima dell’inizio del dibattimento, infatti, una parte consistente della stampa aveva già emesso il proprio verdetto: quello di un alto prelato che si sarebbe appropriato di denaro della Chiesa per operazioni speculative. Una storia che sembrava già scritta, con un colpevole designato e un’opinione pubblica pronta a seguirne la narrazione. (...) La vera cesura arriva però con il giudizio d’appello. La Corte vaticana ha accolto le eccezioni delle difese, rilevando vizi procedurali gravi: dal mancato deposito integrale degli atti di indagine alle problematiche legate ai Rescripta pontifici.  (...) Il processo dovrà essere rifatto da capo. Non per indulgenza, ma perché l’impianto originario presentava vizi strutturali tali da comprometterne la legittimità. (...) In questo contesto assume un peso particolare l’atteggiamento del cardinale Becciu, che non si è mai sottratto al processo: ha partecipato a tutte le udienze, si è sottoposto a interrogatori lunghi e complessi, ha mantenuto una linea difensiva tecnica e misurata, affidata agli avvocati Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo. Una strategia fondata su un punto fermo: dimostrare l’assenza di condotte appropriative. Una linea sobria, mai urlata, ma sostenuta con assoluta fermezza. Durante il dibattimento sono emerse crepe significative nell’impianto accusatorio, anche grazie all’analisi delle testimonianze e delle comunicazioni tra i soggetti coinvolti. Uno dei momenti più clamorosi fu l’arrivo, nella notte, delle famose chat depositate in aula: messaggi che confermavano le intuizioni della difesa e gettavano nuova luce sul ruolo del testimone chiave, l’ex capo dell’ufficio amministrativo. Siamo lontani dal linciaggio iniziale. Resta un processo da celebrare nuovamente. E soprattutto, resta una verità da accertare — questa volta nel pieno rispetto delle regole.»

  36. BulletDamiani Aliprandi, «La gestione del dossier mafia-appalti garantì un'impunità totale...», in «Il Dubbio», 15 aprile 2026. Di soggetti come Giuseppe Pignatone si è fidato papa Francesco, per amministrare la giustizia in Vaticano? «Fu Borsellino a riceverle e le assegnò a Lo Forte e Pignatone. Da notare che entrambi erano titolari del dossier mafia-appalti. Quelle carte, però, furono trasmesse a Natoli. Alla fine, il procedimento venne archiviato e le bobine smagnetizzate, mentre i brogliacci furono distrutti su ordine scritto dello stesso Natoli: si tratta del primo provvedimento in assoluto di quel tipo depositato nella Dda di Palermo. De Luca lo definisce un meccanismo che può potenzialmente diventare un «buco nero» dove far sparire le intercettazioni senza lasciare traccia. Abbiamo quindi, nello stesso arco temporale, due archiviazioni di due procedimenti che, invece di unirsi, hanno viaggiato su due binari diversi. La terza strada è il procedimento 1500-93, riaperto da Pignatone nel 1993 a seguito di ulteriori trasmissioni da Massa Carrara. Anche qui le indagini ci furono, ma un gravissimo errore procedurale le vanificò. I referenti del gruppo Ferruzzi in Sicilia, Giovanni Bini e Lorenzo Panzavolta, vennero interrogati senza essere iscritti nel registro degli indagati. L’iscrizione arrivò tardivamente, oltre un anno dopo gli interrogatori. Quando il fascicolo passò ai colleghi Saieva e Boccassini, questi trovarono i termini scaduti e le prove inutilizzabili, rendendo inevitabile l’archiviazione. Lo stesso procuratore Patronaggio ha riferito alla Procura di Caltanissetta di essere stato «l’utile idiota» in quella vicenda.»

  37. BulletGiuseppe Bianconi, Il pm accusa: «Così fu insabbiata l'indagine su mafia e appalti. La strage di via D'Amelio fu una concausa», in «Corriere della Sera», 15 aprile 2026. Ancora sul giudice del Vaticano, Giuseppe Pignatone, che – ricattabile! – ha condannato un innocente: «"La gestione del rapporto mafia-appalti, e in generale il tema mafia-appalti, è una delle concause della strage di via D’Amelio", l’autobomba che il 19 luglio 1992 uccise il procuratore aggiunto di Palermo Paolo Borsellino e 5 agenti di scorta; e il procuratore dell’epoca Pietro Giammanco (morto nel 2018), spalleggiato dagli allora sostituti procuratori Giuseppe Pignatone che era uno dei suoi principali collaboratori e Gioacchino Natoli che ne trasse vantaggi nella carriera in magistratura, insabbiarono l’inchiesta che invece stava tanto a cuore a Borsellino.»

  38. BulletSalvo Palazzolo, De Luca su via D'Amelio: "La fine di Borsellino decisa sopo Casa Professa", in «La Repubblica», 15 aprile 2026.

  39. BulletEnnesima audizione di De Luca in antimafia nazionale, Strage di Via D'Amelio e dossier Mafia & Appalti, in «Videosicilia», 15 aprile 2026.

  40. BulletPiero Sansonetti, Accusa tremenda della Procura: la gestione di mafia-appalti fu la causa dell'uccisione di Borsellino, in «L'Unità», 15 aprile 2026.

  41. BulletDamiano Aliprandi, Mafia-Appalti: l'atto che scuote il passato delle toghe di Palermo, in «Il Dubbio», 15 aprile 2026. «Francesco Pignatone, padre del magistrato Giuseppe, uno dei titolari dell’indagine, era presidente dell’Espi, l’unico socio azionista della Sirap, la società al centro dell’inchiesta. Nonostante questo, Pignatone rimase titolare del procedimento e firmò provvedimenti che riguardavano direttamente la Sirap, incluse le proroghe delle intercettazioni sulle sue utenze. Il gip nisseno fu preciso: «Una più attenta valutazione di opportunità» avrebbe dovuto spingere il magistrato a non occuparsi di quella vicenda. Prima di consegnare l’informativa ai giudici del riesame, circa un terzo del rapporto venne omissato. Lo ha confermato Lo Forte in una dichiarazione del 2025: «Un terzo dell’informativa del febbraio 1991 venne omissato, prima del deposito degli atti al riesame, da me e Pignatone con l’ausilio del cancelliere». Il problema però è quello che rimase leggibile: nelle parti depositate al riesame erano visibili le posizioni di Antonino e Salvatore Buscemi, comprese le loro cointeressenze con il Gruppo Ferruzzi. I Buscemi non erano tra gli arrestati. Nessuno dei titolari del procedimento è riuscito a spiegare per quale ragione quella parte non fosse stata coperta. Il gip aveva già rilevato nel 2000 che quella scelta aveva avuto «la conseguenza, diretta ed immediata, di sminuire le possibili aspettative di futuri e concreti sviluppi investigativi», avendo messo sull’avviso soggetti ancora indagati. Nel 2024 l’ex ufficiale Umberto Sinico, sentito il 18 aprile, raccontò di aver relazionato personalmente a Pignatone dei legami tra il gruppo Ferruzzi e i Buscemi, e di aver avanzato richiesta di perquisizioni nei confronti di Siino, Lipari e Buscemi. La richiesta non fu accolta. E spiegò che il suo gruppo aveva chiuso le proprie attività investigative perché, intercettando la segretaria di Siino, aveva appreso che quest’ultimo «aveva saputo in procura di essere intercettato». Una frase che, nel contesto di quella stagione, pesa come un macigno. Il countdown verso Via d’Amelio L’anomalia più clamorosa, quella che lo stesso Pignatone avrebbe poi definito un reato, riguarda però il procuratore Giammanco. Il 6 agosto 1991, un giorno dopo le udienze al riesame in cui era stata depositata la versione parzialmente omissata, Giammanco trasmise all’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli la versione integrale dell’informativa del Ros. Non con una nota ufficiale: il rapporto era accompagnato da un appunto non sottoscritto e da un biglietto manoscritto indirizzato alla «Carissima Livia», presumibilmente Livia Pomodoro, con i saluti per le ferie estive. Non solo il dossier, ma anche tutti gli allegati e la lista di alcuni onorevoli attenzionati dall’indagine. Martelli restituì tutto al mittente, «nel rilevare la singolarità dell’inoltro» di atti coperti da segreto. Falcone era furioso: disse che Giammanco «aveva trascurato o insabbiato quell’indagine» e che, «anziché sviluppare le indagini devolveva l’intera questione al mondo politico», non solo al ministro della Giustizia, ma anche a quello degli Interni e alla Presidenza della Repubblica. Lo stesso Pignatone, interrogato nel luglio 2025, fu categorico: «Se era tutto il rapporto mandato al ministero, era un reato».

  42. BulletGiacomo Amadori, Per i pm il giudice più potente d'Italia era contiguo alla mafia: media muti, in «La Verità», 16 aprile 2026. Ancora su Giuseppe Pignatone, il giudice vaticano indagato per favoreggiamento alla mafia (e quindi ricattabile) che ha condannato un innocente. «Ciò che stupisce è che sulle presunte relazioni pericolose, anzi pericolosissime, di colui che è stato per quasi tre lustri il magistrato più potente d’Italia (con la benedizione del presidente Giorgio Napolitano) e del Vaticano (Francesco lo volle come presidente del Tribunale della Santa sede) giornali e trasmissioni tv non si scaldano. Preferiscono sorvolare. Forse perché per troppo tempo la stampa progressista (su cui Pignatone firmava dotti editoriali) si è ben guardata dal metterne in discussione il lavoro (…). E anche quando scoppiò il caso di Luca Palamara, di cui Pignatone era una sorta di fratello maggiore, i cronisti tennero ben distinte le due posizioni. Ma a tirare giù dal piedistallo il magistrato siciliano ci stanno pensando i colleghi della Procura di Caltanissetta. Per esempio con le 385 pagine di richiesta di archiviazione della Procura di Caltanissetta del 10 aprile 2026 del fascicolo contro ignoti che ha investigato la causa delle stragi del 1992, giungendo alla conclusione che, tra queste, ci sia anche la cattiva gestione del procedimento Mafia e appalti. Nel riferire l’altro ieri in Commissione Antimafia il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca ha parlato di «un gravissimo errore» commesso dall’allora sostituto procuratore di Palermo Pignatone, ammesso da lui stesso, che avrebbe «vanificato l’80% dell’indagine Mafia e appalti». Per coloro che conoscono gli atti è ben chiaro che De Luca abbia fatto riferimento all’omessa iscrizione di indagati eccellenti (sentiti come semplici testimoni) riferita dai pubblici ministeri Ilda Boccassini e Roberto Saieva. Oggi gli inquirenti hanno maturato la convinzione che non di «errore» si sia trattato, ma di atti ben ponderati al punto che gli stessi pubblici ministeri nisseni hanno sottolineato «alcune contiguità» di Pignatone «con soggetti appartenenti al mondo mafioso/imprenditoriale dell’epoca», evidenziando come «questo elemento ha certamente inciso rispetto alla sovraesposizione dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino», considerata prodromica alla loro eliminazione da parte della Piovra mafiosa. Una vicinanza che sarebbe dimostrata non solo dagli «errori» compiuti da Pignatone nel più importante procedimento di mafia a lui assegnato, ma anche dai 24 immobili acquistati dalla famiglia Pignatone nella palermitana via Turr dalla società Raffaello degli imprenditori mafiosi Vincenzo Piazza, Francesco Bonura e Salvatore Buscemi. La Procura evidenzia che «Piazza, suo cognato Aurelio Giovanni Chiovaro, i fratelli Salvatore e Antonino Buscemi e Bonura sono stati, negli anni, tutti condannati per associazione mafiosa con pene definitive» e che Piazza, Bonura e Salvatore Buscemi erano massoni della loggia Dante Alighieri. Sui legami tra Pignatone e questi signori gli inquirenti valorizzano le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Angelo Siino, Giovanni Brusca (lodato, per il suo ruolo, da Pignatone sulla Repubblica) e Salvatore Cancemi che, a partire dagli anni Novanta, hanno iniziato a riferire ai magistrati che l’ex giudice del Papa era «a disposizione» dei fratelli Buscemi o «nelle mani» di Vincenzo Piazza. Un’ipotesi negata con forza dalla difesa di Pignatone, ma ritenuta attendibile da De Luca e dai suoi colleghi. Nella richiesta di archiviazione si legge che «non si può in alcun modo convenire sul fatto che gli accertamenti svolti abbiano smentito le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia» e ciò perché «non soltanto sono stati acclarati rapporti patrimoniali di Giuseppe Pignatone sia con i Buscemi che con Piazza, ma le contiguità del nucleo familiare del magistrato con quest’ultimo soggetto iniziano ben prima dell’acquisto dell’immobile di via Turr, atteso che […] fin dal 1964, il nucleo familiare di Francesco Pignatone, padre di Giuseppe, ha vissuto in un immobile costruito da Rosolino Piazza, padre di Vincenzo». (…) La Procura di Caltanissetta, come in tutte le indagini di mafia, ha svolto investigazioni sulla famiglia di origine di Pignatone accertando che alle nozze del padre Francesco, celebratesi a San Cataldo il 12 novembre 1947, era stato testimone di nozze Calogero Volpe futuro deputato della Democrazia cristiana per circa un ventennio e definito da Wikipedia «politico, medico e mafioso italiano». La Procura di Caltanissetta ricorda che nella relazione d’opposizione del 4 febbraio 1976 in Commissione parlamentare Antimafia «Calogero Volpe veniva indicato come estremamente vicino a contesti mafiosi» e veniva definito «il cervello politico del si stema di potere mafioso in provincia di Caltanissetta». Tra i grandi elettori del parlamentare ci sarebbe stato anche il boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, morto ammazzato nel 1978. Nel documento veniva anche puntualizzato che Volpe «sarebbe stato presente a un comizio tenuto dall’onorevole Pignatone e voluto da don Calò Vizzini, perché si celebrasse l’ideale e le virtù della mafia-politica». Nel 1964, quando Pignatone ha 15 anni, la sua famiglia si trasferisce a Palermo, nella palazzina dei Piazza. Dei 14 appartamenti divisi su sette piani quattro risultavano di pertinenza della famiglia Pignatone, sei della famiglia Piazza e soltanto i restanti quattro appartenevano a soggetti diversi. Quasi una comune politico-mafiosa. Nel 1980 i Pignatone si spostano in via Turr. In un’intercettazione del 2024 Bonura ha esclamato: «Se ne sono comprate proprietà da Piazza, da noi… ma proprio un mare! Oltre l’appartamento che aveva Pignatone c’ha magazzini, c’ha uffici, ha tante cose!». Confutando la difesa di Pignatone, i pm nisseni annotano che già all’epoca degli acquisti «era evidente che le figure di Vincenzo Piazza e dei soci Francesco Bonura e Salvatore Buscemi, fossero, già al tempo, accostate alla criminalità organizzata». Per quelle compravendite, alla fine degli anni Novanta, Pignatone è stato indagato e archiviato. Anche grazie alla consegna delle matrici degli assegni con cui avrebbe effettuato il pagamento del suo immobile (un pentito aveva parlato di regalo della mafia). Dopo oltre 25 anni i magistrati nisseni non sembrano condividere la scelta del gip che aveva archiviato il caso: «Non si comprende la ragione per la quale Pignatone abbia conservato documentazione totalmente non probante, come le matrici, e non, invece, copia dei titoli che a esse corrispondono o, addirittura, una quietanza dei pagamenti effettuati». E sottolineano «le discrasie tra gli importi delle fatture» emesse dalla società immobiliare Raffaello, controllata dalla mafia, e «le somme indicate nelle matrici», quasi sempre diverse. Addirittura per due assegni da 14 e 6 milioni non si sono trovati i corrispondenti documenti contabili. Senza contare che alcuni pagamenti sarebbero stati emessi in favore di Salvatore Buscemi e non della società venditrice. Una scelta così stigmatizzata nella richiesta di archiviazione: «Non si comprende a che titolo 2 dei 7 assegni emessi a saldo del prezzo pattuito dovessero essere intestati a Salvatore Buscemi, se si considera che la società venditrice degli immobili era una società di capitali che, come tale, è un soggetto giuridico diverso sia dal suo amministratore che dai soci che ne detengono il capitale». Secondo una consulenza ordinata dalla Procura, alla fine, «Pignatone avrebbe pagato, per l’appartamento acquistato in via Turr, un prezzo sensibilmente inferiore (di circa un terzo) a quello di mercato» e una parte, come ammesso dallo stesso Pignatone nell’interrogatorio, di tale incongruo prezzo sarebbe stata versata in nero. (…) Una scelta borderline che secondo i magistrati avrebbe portato a conseguenze nefaste per il buon nome dell’ex collega: «Pignatone ammette, palesemente, di essersi prestato a consentire un’evasione fiscale ad una società la cui compagine e i cui rappresentanti erano da anni considerati “in odore di mafia”; evasione fiscale concordata con Salvatore Buscemi, capo mandamento di Passo di Rigano. La circostanza assume sicuramente estremo rilievo in relazione all’immagine del dottor Pignatone “agli occhi di Cosa nostra”, con tutto ciò che ne poteva conseguire circa le “chiacchiere” che circolavano sul suo conto in ambito mafioso». Ma da Caltanissetta altre bordate sono state riservate alla gestione del procedimento Mafia e appalti. L’aspetto forse più inquietante emerso è la disposizione di smagnetizzare le intercettazioni e di distruggere i brogliacci impartita da Pignatone e da Gioacchino Natoli (i due restano indagati per favoreggiamento della mafia in un fascicolo stralciato da quello per cui è stata chiesta l’archiviazione) nel procedimento relativo alle infiltrazioni del clan Buscemi/Bonura nella gestione della cave di marmo di Carrara. La Procura di Caltanissetta in questi mesi ha accertato che, in realtà, l’ordine di distruzione di Pignatone e Natoli, per un caso fortuito, non è stato eseguito dagli uffici e ciò ha consentito il riascolto di quelle conversazioni che fornivano elementi utili perfino alla ricostruzione di un duplice omicidio che coinvolgeva Bonura, vale a dire l’uomo che aveva venduto 24 immobili ai Pignatone. Gli inquirenti sono arrivati alla conclusione che la distruzione delle intercettazioni per liberare spazio sulle bobine non fosse una prassi consolidata e che, comunque, per farlo sarebbe bastato distruggere il materiale collegato a fascicoli passati in giudicato e proveniente da procedimenti ordinari. Invece a Palermo il solo Pignatone in tutta la Procura del capoluogo siciliano, tra il 1991 e il 1993, avrebbe fatto distruggere prove di inchieste di mafia archiviate e non concluse in modo definitivo. Nella richiesta di archiviazione la preoccupante ricostruzione viene suggellata con le dichiarazioni rilasciate nel giugno 1992 dalla giornalista Liana Milella. Falcone, prima di morire, le aveva consegnato i suoi diari «per dimostrare il suo “isolamento” nel periodo di permanenza alla Procura di Palermo» dove non poteva più «lavorare efficacemente […] a causa della contrapposizione che si era venuta a creare con il procuratore Giammanco e con i sostituti procuratori più vicini a quest’ultimo, tra i quali in particolare il dottor Lo Forte e il dottor Pignatone». Tutto questo non è bastato a evitare che Pignatone diventasse, per usare le parole di unsuo giovane collega perugino, «un monumento della magistratura italiana». E Pignatone era editorialista del gruppo Gedi...


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