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«Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati?» (Agostino, De Civitate Dei, cap. IV, 4).
C'È UN GIUDICE A BERLINO (E PARE ANCHE IN VATICANO)! IL PROMOTORE DI INGIUSTIZIA ALESSANDRO DIDDI SPEDITO A CASA CON LA CODA FRA LE GAMBE, PER INTANTO. A QUESTO PUNTO SARÀ LA STORIA A GIUDICARE LO SCHIFO CHE HA PARTORITO. Dopo cinque o sei anni di scandalosa malagiustizia e di persecuzione di un innocente, ora la Chiesa – dopo lunghissimo letargo, nel migliore dei casi – comincia ad aprire gli occhi. Meglio tardi che mai. Avanti!
Franca Giansoldati, Vaticano, via il Promotore di Giustizia: Diddi f amarcia indietro e si «astiene» dal processo Becciu, era ormai incompatibile, in «Il Messaggero», 12 gennaio 2026. «E' la sua uscita di scena definitiva. IN questo modo Diddi offre la possibilità al processo vaticano di riprendere l'iter in appello senza subire ulteriori contraccolpi, senza le tensioni continue e la montagna di sospetti che sinora si erano intrecciati in questa ingarbugliata vicenda processuale che ha portato alla condanna - in primo grado - di nove persone tra cui il cardinale Angelo Becciu il quale si era però sempre proclamato innocente. Per certi versi la decisione della Cassazione (composta dai cardinali Farrell, Zuppi e Artime) costituiva una sorta di test collaterale sul pontificato in corso, e sulla sua capacità effettiva di garantire in Vaticano processi giusti, cosa che finora è sempre stata contestata con forza non solo dalle difese degli imputati ma da una folta schiera di giuristi, canonisti e cardinali. L'appello del processo per il Palazzo di Londra si era aperto in ottobre in modo piuttosto scoppiettante. Le difese di quattro degli imputati, il cardinale Angelo Becciu, i finanzieri Enrico Crasso e Raffaele Mincione e l'ex funzionario della Segreteria di Stato, Fabrizio Tirabassi avevano ricusato il Promotore di Giustizia, Alessandro Diddi per avere avuto «un interesse nel procedimento» come si evince dai tanti messaggi intercorsi tra la pr Francesca Chaouqui e Genoveffa Ciferri, le due donne che hanno ispirato ispirato su differenti livelli, il memoriale di monsignor Alberto Perlasca, principale accusatore del cardinale Becciu. In pratica Chaouqui, avrebbe manipolato il monsignore (per il tramite di Ciferri) agendo dietro le quinte e in contatto con il Promotore di Giustizia Diddi. Per la Corte d'Appello, formata dallo spagnolo monsignor Alejandro Arellano Cedillo (proveniente dai vertici della Rota Romana) e da due giudici laici, la richiesta era stata giudicata ammissibile e ora a Corte di Cassazione (formata dai cardinali, Zuppi, Lojudice, Gambetti, Farrell e da Artime) pronunciarsi in merito. (...) Dentro e fuori la Chiesa l'appello del cosiddetto processo Becciu viene considerato il primo, consistente, test del nuovo corso per misurare trasparenza e coerenza nell'amministrazione della giustizia da parte di Leone XIV. Il Papa ha in un paio di circostanze fatto sapere che non si sarebbe intromesso in alcun modo, cosa che, invece, non fece il suo predecessore entrando a gamba tesa con quattro rescripta per modificare la gestione delle indagini a processo in corso, ai danni del le difese e del cosiddetto “giusto processo”. La vicenda era partita dalla richiesta di un prestito della Segreteria di Stato allo Ior per un totale di 150 milioni di euro per riacquistare le quote della società che controllava un immobile di pregio a Londra. Da lì si è sviluppata una vicenda carica di zone d'ombra, giochi di potere, opacità. In primo grado sono affiorate persino false testimonianze, con agenti segreti più volte tirati in ballo, ipotesi di registrazioni illegali sul suolo italiano da parte di gendarmi vaticani, la presenza di suggeritori dietro le quinte per manipolare il principale accusatore del cardinale Becciu, un tempo responsabile dell'ufficio finanziario: monsignor Alberto Perlasca. Il primo legale che ha voluto commentare questo evento è Cataldo Intrieri che assieme a Massimo Bassi, difensori di Tirabassi, ritengono «saggia la decisione del professor Diddi, a conferma della legittimità delle questioni poste dalla difesa sulle oscure trame di depistaggio durante le indagini volute per la vicenda di Sloane avenue. Ora non resta che trarne le dovute conseguenze . Una pagina buia che confidiamo si chiuda presto e definitivamente». Anche in francese. E in tedesco. E in spagnolo. E in inglese.
Enrica Riera, Processo Becciu, il promotore Diddi fa un passo indietro, in «Domani», 12 gennaio 2026. «Dietro la decisione di Diddi, ci sarebbero evidentemente le famose conversazioni su WhatsApp, pubblicate da Domani e intercorse fra Giovanna Ciferri, Francesca Immacolata Chaouqui e il promotore: le chat, secondo le difese, avrebbero avuto lo scopo di condizionare uno dei testimoni chiave del processo, monsignor Alberto Perlasca, ex direttore dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di stato, nelle sue accuse contro il cardinale Becciu. Cosa che, avevano affermato sempre i legali della difesa nella richieste di ricusazione, confermerebbe un «ineliminabile interesse personale» del promotore che ne minerebbe «totalmente la terzietà», requisito indefettibile affinché Diddi possa svolgere correttamente la sua funzione di «ricercare la verità dei fatti». (...) Per quanto emerso nelle chat la giustizia d’Oltretevere, come già raccontato, ha aperto un fascicolo contro Chaouqui: la lobbista è accusata di traffico di influenze perché avrebbe ricevuto denaro da Ciferri, nella specie 15mila euro, ma anche per subornazione per la presunta induzione di Perlasca a dare false dichiarazioni nel processo del secolo e, ancora, per falsa testimonianza resa in dibattimento.» Alessandro Diddi – vigliaccamente – ha aspettato l'ultimo giorno per fare un passo indietro dal processo, avendo nel frattempo ritardato di ulteriori tre mesi l'iter giudiziario: una vergogna!
Felice Manti, Processo a Becciu, Diddi si astiene per non farsi cacciare, in «Il Giornale», 12 gennaio 2026. «Meglio un passo di lato che una sconfessione definitiva. Il Promotore di Giustizia Alessandro Diddi non rappresenterà più l'accusa nel processo d'appello a monsignor Angelo Becciu: lo ha deciso lui stesso offrendo alla Cassazione vaticana la sua astensione. Una scelta last minute inaspettata alla vigilia del verdetto atteso per venerdì scorso, che ha sollevato la Corte dall'onere di doverlo dichiarare incompatibile, dopo la mole di conversazioni avute con la "Papessa" Francesca Chaouqui - nemica di Becciu dopo la sua condanna nel caso Vatileaks - e Genevieve Ciferri, amica del superteste Alberto Perlasca, vero regista nella Segreteria di Stato dell'operazione immobiliare a Sloane Avenue che ha causato un buco da 200 milioni nelle casse vaticane. Becciu è stato condannato a 5 anni e sei mesi per peculato senza essersi messo in tasca un euro anche a causa di un memoriale che, stando a 3mila pagine di chat tra Diddi, la Ciferri, la Chaouqui e alcuni gendarmi vaticani, sarebbe stato concordato per scagionare Perlasca e incastrare al suo posto Becciu, che per questa condanna è stato costretto ad auto escludersi dal Conclave che ha eletto Papa Leone XIV. (...) La Cassazione vaticana ha anche demolito il ricorso di Diddi contro alcune assoluzioni in primo grado del 16 dicembre 2023. La verità su Becciu e l'intero processo si avvicina: si riparte in aula il prossimo 3 febbraio, a rappresentare l'accusa sarà l'aggiunto Roberto Zannotti.»
Comunicato stampa della Sala stampa vaticana, 12 gennaio 2026.
Processo Becciu: Pg Diddi si astiene, respinto suo ricorso, in «Agi», 12 gennaio 2026.
Cassazione vaticana su processo Becciu, inammissibile il ricorso del pg, in «Ansa», 12 gennaio 2026.
Sante Cavalleri, Il pg Diddi fuori dal processo Becciu. Coraggiosa decisione della Cassazione Vaticana che ha respinto il suo appello, in «Faro di Roma», 12 gennaio 2026. «... la Suprema Corte – presieduta dal cardinale Kevin Farrell e composta dai cardinali Matteo Zuppi e Ángel Fernández Artime, affiancati dai giudici applicati Chiara Minelli e Patrizia Piccialli – ha dichiarato inammissibile il ricorso del Promotore di Giustizia e ha sancito la definitività della sentenza del Tribunale vaticano del 16 dicembre 2023 nella parte in cui non riconosce la responsabilità penale degli imputati, persone fisiche e giuridiche. Si tratta di una decisione di grande peso giuridico e simbolico. La Corte, infatti, ha ribadito con chiarezza che l’azione penale, pur necessaria e doverosa, non può mai prevalere sulle regole del processo, né può forzare i limiti posti dall’ordinamento e dalle garanzie fondamentali. Il richiamo all’articolo 520 del Codice di procedura penale e l’esclusione di qualsiasi “abnormità” nella decisione della Corte di Appello mostrano una Cassazione attenta al diritto, non alle pressioni. (...) In un contesto mediatico spesso incline a leggere i processi vaticani in chiave politica o simbolica, la Cassazione ha invece scelto la strada più difficile: quella dell’autonomia e del rigore giuridico. Dichiarare inammissibile il ricorso dell’accusa e rendere definitiva una decisione assolutoria parziale non è mai un atto comodo, soprattutto in procedimenti così esposti all’attenzione pubblica e internazionale. Proprio per questo la pronuncia va letta come un atto di coraggio istituzionale. I giudici supremi hanno dimostrato che nello Stato della Città del Vaticano la giustizia non è orientata al risultato, ma al rispetto delle regole; non al consenso, ma alla legalità; non alla forza dell’accusa, ma all’equilibrio tra accusa e difesa.» Anche in portoghese. E in francese. E in spagnolo.
Vaticano: Legali, 'soddisfatti da Cassazione, ora piena innocenza per Becciu', in «Ansa», 12 gennaio 2026. «Da cinque anni e mezzo aspettiamo verità e giustizia. E un innocente è stato appeso a una croce. I metodi dell'Inquisizione che abbiamo visto nel "Nome della Rosa" contro Guglielmo di Baskerville (veri o falsi che fossero) erano acqua di rose in confronto alla bestialità della malagiustizia vaticana vista negli ultimi anni.»
Il passo indietro di Diddi e la prova decisiva per la giustizia vaticana, in «Infovaticana», 12 gennaio 2026. «Il ritiro di Diddi: un gesto obbligato. Come ha riferito Il Messaggero, Alessandro Diddi ha fatto un passo indietro. Non per una questione minore, ma per evitare che il processo collassi sotto il peso delle ricusazioni, sospetti e tensioni accumulate. La sua astensione nel procedimento relativo al Palazzo di Londra comporta, di fatto, la sua uscita definitiva dal caso più controverso della giustizia vaticana recente. (...) Un processo carico di anomalie (...) Durante il processo sono emersi elementi inquietanti: testimonianze contraddittorie, ipotesi di registrazioni illegali sul suolo italiano, l’intervento di personaggi che agivano dietro le quinte e il sospetto persistente che l’istruzione fosse stata guidata più da obiettivi politici che da una rigorosa ricerca della verità. Tutto ciò è stato aggravato dagli interventi diretti del pontificato precedente, che ha modificato le regole del processo mediante rescritti, a detrimento delle garanzie della difesa. Quella eredità pesa oggi sulla giustizia vaticana. La Cassazione come test del nuovo pontificato. Per questo la decisione della Corte di Cassazione —composta da cardinali— è stata percepita dentro e fuori la Chiesa come una prova decisiva del nuovo corso sotto Leone XIV. Non si tratta solo di un adempimento giuridico: in gioco c’è la credibilità del sistema giudiziario del Vaticano. (...) Ciò che si è ottenuto è qualcosa di precedente e fondamentale: ripristinare un minimo di ordine processuale affinché l’appello possa celebrarsi con garanzie.» Anche in spagnolo.
Salvatore Cernuzio, Processo vaticano, la Cassazione prende atto della astensione di Diddi, in «Vatican News», 12 gennaio 2026. Anche in spagnolo.
Iacopo Scaramuzzi, Processo Becciu, il procuratore fa un passo indietro: l'appello prosegue senza Diddi, in «La repubblica», 12 gennaio 2026. «Accusa sotto accusa. (...) Al cuore dell’istanza di ricusazione sono i messaggi whatsapp scambiati tra Diddi e Genoveffa Ciferri o tra quest’ultima e Francesca Immacolata Chaouqui, testimoni al processo di primo grado, dai quali emerge, secondo gli avvocati, che “durante la fase delle indagini relative al presente procedimento, dopo il primo interrogatorio di Mons. Alberto Perlasca (collaboratore di Becciu nella compravendita del palazzo di Londra, ndr.) del 29 aprile 2020 e durante il processo dinanzi al Tribunale, è stata compiuta un’attività volta a dirigere e influenzare Mons. Perlasca, dapprima quale indagato e successivamente quale teste dell’Accusa, affinché rendesse dichiarazioni contro S.E.R. Cardinale Angelo Becciu e gli altri odierni indagati, con la promessa/prospettazione che solo in tal modo non avrebbe subito il processo e la sua posizione sarebbe stata archiviata (come poi effettivamente è avvenuto)”. (...) Oltre all’istanza di ricusazione, la Cassazione ha analizzato una seconda ordinanza relativa all’appello che lo stesso Diddi aveva presentato avverso la sentenza di primo grado pronunciata dall’allora presidente del tribunale Giuseppe Pignatone, che aveva parzialmente smontato l’impianto accusatorio del promotore di giustizia. La corte d’appello aveva già respinto l’appello della pubblica accusa, inoltrando però la certificazione di questa decisione al supremo tribunale. La doppia decisione. Ora la sala stampa della Santa Sede riferisce in un comunicato che la corte di Cassazione “si è pronunciata con due ordinanze in merito ai ricorsi proposti dal Promotore di Giustizia, in un caso prendendo atto della dichiarazione di astensione nel procedimento del Prof. Alessandro Diddi e nell’altro confermando l’inammissibilità dell’appello del Promotore pronunciata dalla Corte di Appello”.» Sono passati ti tempi della campagna di mascarimanento promossa dal Gruppo Gedi?
Paolo Ardovino, Processo Becciu, colpo di scena: il Promotore di giustizia si astiene e fa un passo indietro, in «La Nuova Sardegna», 12 gennaio 2026. Iai: «Decisione eclatante che avrà conseguenze anche sul processo di Sassari» «Tutti gli sviluppi che provengono dal tribunale vaticano sono influenti sul nostro processo – sostiene Ivano Iai, avvocato di quattro degli imputati –. Un intervento così eclatante come l'astensione di Diddi ci dà maggiore serenità, ci permette di continuare nel processo sardo con un atteggiamento diverso, dove le possibili ambiguità sono sopite dal fatto che le parti che gestiranno il processo sono oggi affrancate da qualsiasi elemento di incompatibilità. Sapere che la situazione in Vaticano non è più coperta da veli di ambiguità ha importanti conseguenze a livello emotivo». Sulle motivazioni che possano aver portato Alessandro Diddi alla dichiarazione di astensione, Iai sostiene: «A mio avviso è stata fatta una riflessione da parte del Promotore di Giustizia che potesse probabilmente preservare i rapporti istituzionali e la memoria del papa defunto che lo aveva nominati. Esporsi al possibile rischio di una ricusazione accolta avrebbe potuto determinare anche una sconfessione del vecchio pontefice, mentre un’astensione è un atteggiamento diplomaticamente più severo ed equilibrato per una ricomposizione delle posizioni».
Vatican City high appeal court rejects prosecutor's appeal in Becciu case, in «Crux», 13 gennaio 2026. «A lower court of appeal had already dismissed Diddi’s request, and the higher court has confirmed that decision, removing pressure from defendants and – observers say – casting further shadow on Diddi, whose conduct throughout the protracted and Byzantine legal saga has been the subject of intense scrutiny and occasionally searing criticism. A three-judge panel led by Spanish Archbishop Alejandro Arellano Cedillo is hearing the Becciu appeal. Arellano is the dean of the Roman Rota, the Vatican’s highest ordinary judicial tribunal in the Church’s canonical court system. (...) Becciu has consistently maintained his innocence and continues to do so now. For purposes of the appeal, the charges against him have been phrased as “embezzlement” and “fraud,” even though in the first trial the judges conceded there was no evidence Becciu ever profited personally from the disputed transactions.»
Mario Farina, Il Pdg Diddi: l'acrobata della procedura che si rifugia nel cavillo per salvare se stesso, in «Facebook», 13 gennaio 2026. «C'è chi la chiama strategia e chi, più propriamente, la vede come una manovra per nascondere possibili responsabilità dietro il paravento dell'architettura giudiziaria. Il Promotore di Giustizia Diddi è riuscito a evitare la ricusazione con un’acrobazia procedurale degna di nota: prima si rivolge alla Cassazione, poi fa marcia indietro, togliendo di fatto alla Corte di Cassazione il potere di decidere sulla sua 'ricusazione'. Perché questa fuga? La risposta è semplice: una ricusazione confermata sarebbe stata fatale. Avrebbe demolito l'intera accusa contro il Cardinale Becciu, rendendola invalida non solo nella forma, ma anche nella sostanza. Rifugiarsi dietro i tempi e i tecnicismi può servire a salvare la propria posizione nel breve periodo, ma non cancella le ombre. L'uso del tempo a danno dell'imputato e della verità pur anche allontanata, con aggravio di credibilità e spese per la Santa Sede. L'evitamento del giudizio sulla propria imparzialità. Il sospetto di una complicità o di responsabilità personali che la procedura può posticipare, ma non cancellare. La giustizia dovrebbe essere una casa di vetro, non un labirinto di specchi dove l'accusa gioca a nascondino con la verità.» Lo squallore della malagiustizia vaticana!
D.M.E., Sloane Avenue. Diddi travolto dalla Cassazione: ricorso respinto e astensione obbligata, in «Silere non possum», 12 gennaio 2026. «La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso proposto dal Promotore di Giustizia e dichiara la definitività della sentenza pronunciata dal Tribunale dello Stato». Parole taglienti che scendono come una lama sul capo del Promotore di Giustizia Alessandro Diddi. Il 9 gennaio 2026 la Corte di Cassazione dello Stato della Città del Vaticano ha chiuso uno dei capitoli più delicati e controversi della recente stagione giudiziaria vaticana. La decisione è contenuta nell’ordinanza n. 25/25, adottata dal Collegio presieduto dal cardinale Kevin Farrell e composto dal cardinale Matteo Zuppi, dal cardinale Ángel Fernández Artime, dalla giudice Chiara Minelli e dalla giudice Patrizia Piccialli. (...) Una bocciatura senza attenuanti. La Cassazione non entra nel merito delle imputazioni, ma colpisce il cuore dell’azione dell’accusa: la totale assenza di motivi di impugnazione specifici. Nell’ordinanza si legge che il Promotore di Giustizia «si è limitato ad allegare alla dichiarazione di appello la requisitoria svolta dinanzi al Tribunale, senza “presentare” i motivi di impugnazione, come previsto dall’art. 131 c.p.p.». Un passaggio particolarmente significativo chiarisce che la specificità dei motivi «è essenziale per circoscrivere i temi di fatto e di diritto sui quali dovrà svolgersi la discussione tra le parti e l’esame del giudice di appello». Non si tratta, dunque, di un vizio formale, ma di una carenza strutturale dell’impugnazione, che impedisce al giudice di comprendere quali punti della sentenza siano contestati e perché. È umiliante, per lo Stato della Città del Vaticano, dover osservare che il proprio organo di accusa dimostri in questo modo di non aver conoscenza del codice di procedura penale dello Stato. La Corte sottolinea inoltre che i cosiddetti motivi “aggiunti” sono stati depositati fuori termine, quando ormai ogni possibilità di sanatoria era preclusa. Da qui la conclusione: l’appello del Promotore di Giustizia è inammissibile e non può essere riesaminato. (...) Il risultato è definitivo: la sentenza del Tribunale dello Stato del 16 dicembre 2023, nella parte in cui non ha riconosciuto la responsabilità penale degli imputati, diventa irrevocabile. Si tratta di una sconfitta senza precedenti per l’organo d’accusa dello Stato, ma soprattutto di una constatazione amara e difficile da eludere: ingenti risorse economiche sono state impiegate per sostenere iniziative processuali prive di un adeguato fondamento giuridico, con un impatto rilevante e tutt’altro che marginale sul bilancio dello Stato della Città del Vaticano. Alessandro Diddi fuori dal processo. (...) Anche qui la decisione è istruttiva. La Corte prende atto che, proprio il giorno fissato per la decisione sulla ricusazione, Diddi ha depositato una dichiarazione di astensione. Un atto che, come afferma la Corte, «esime questa Corte, allo stato, dall’assumere ogni decisione in ordine alla ricusazione». In altre parole: nessuna valutazione nel merito in quanto Diddi ha provveduto ad abbandonare il processo da solo. «Qualcuno ha fatto capire al Promotore di uscire dal processo per il bene dell’Istituzione. Questo teatro non poteva più andare avanti», ha commentato un porporato facendo intendere che Diddi non goda più delle protezioni che aveva con Papa Francesco. (...) consapevole dell’esito prevedibile davanti alla Cassazione, il Promotore ha preferito depositare l’astensione, sottraendosi a una pronuncia che avrebbe compromesso in modo definitivo la sua credibilità. Un problema di credibilità istituzionale. Questi due provvedimenti, letti insieme, restituiscono un quadro preoccupante. Non si tratta solo di una sconfitta processuale, ma della conferma di una inadeguatezza strutturale nel ruolo di Promotore di Giustizia. Errori gravi, come la mancata formulazione dei motivi di appello, hanno un costo altissimo in termini di economia processuale e producono un danno diretto alla credibilità dello Stato della Città del Vaticano. Il nodo, però, è ancora più profondo. Alessandro Diddi non è titolato a ricoprire il ruolo che esercita: non ha mai conseguito alcun titolo in diritto canonico né in diritto vaticano. Eppure, gli è stata affidata una funzione che richiede competenze altamente specialistiche e una conoscenza rigorosa dell’ordinamento in cui si opera. L’esito di queste vicende mostra con chiarezza quanto sia deleterio affidare ruoli chiave a professionisti privi di un’adeguata formazione. La giustizia vaticana paga oggi il prezzo di scelte che hanno privilegiato altri criteri rispetto alla competenza, producendo anni di contenziosi, costi elevati e un logoramento della fiducia internazionale nelle istituzioni dello Stato. La Cassazione, con la sobrietà che le è propria, non pronuncia giudizi politici. Ma le sue ordinanze parlano da sole. E raccontano una stagione in cui l’improvvisazione e l’inadeguatezza hanno lasciato segni profondi, difficili da cancellare.»
Felice Manti, In Vaticano il processo riparte senza Diddi. E ora Becciu spera, in «Il Giornale», 13 gennaio 2026. «Il "processo del secolo" ai fondi della Segreteria di Stato vaticana ricomincia da zero in appello. La Cassazione composta dai cardinali Kevin Farrel (presidente del collegio), Matteo Zuppi e Angel Artime, con le due giudici applicate Chiara Minelli e Patrizia Piccialli, ha demolito il castello accusatorio del Promotore di giustizia Alessandro Diddi, che si dimostra ancora una volta digiuno di diritto canonico, e ha confermato le assoluzioni del primo grado contro cui l'avvocato romano si era opposto, senza ragione e fuori tempo massimo. Una sconfitta per Diddi, che all'ultimo secondo ha comunicato alla corte di volersi astenere dal rappresentare l'accusa anche in appello. Una mossa inaspettata, un passo di lato improvviso che serve a evitare una ricusazione data per certa e serve soprattutto a seppellire l'ipotesi del complotto per far condannare monsignor Angelo Becciu (che in primo grado si è beccato cinque anni e sei mesi per peculato "senza aver intascato un quattrino"), escludendo dal processo le chat tra Francesca Chaoqui, Genevieve Ciferri e alcuni gendarmi vaticani. Per la difesa del cardinale, autoesclusosi dal Conclave che ha eletto Papa Leone XIV è un segnale importante che apre alla possibilità di una sostanziale revisione della condanna che lui e i legali Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo reputano ingiusta. Complici i quattro rescripta voluti da Papa Francesco che hanno cambiato in corsa le regole processuali, Diddi era riuscito a far condannare l'ex numero due della Segreteria di Stato già "scomunicato" da Bergoglio e costretto alla rinuncia cardinalizia per alcune accuse rivelatesi - da sentenza - del tutto false, contenute in un'inchiesta dell'Espresso ripresa anche da Report. Come l'aver dato soldi dell'Obolo di San Pietro alla coop del fratello in Sardegna, colpa più grave agli occhi del Papa rispetto alla voragine da 200 milioni nelle casse vaticane, prosciugate dallo sciagurato affare del palazzo di Sloane Square, strapagato e venduto in perdita dopo una complicata alchimia finanziaria tra Roma e Londra e alcune spregiudicate operazioni comunque "benedette" dal Santo Padre e autorizzate dal segretario di Stato Pietro Parolin su consiglio di monsignor Perlasca, trasformato da imputato a testimone chiave attraverso un discusso memoriale scritto a più mani anche dalla Chaouqui e dalla Ciferri. Becciu è rimasto l'unico capro espiatorio di un processo nel quale altri personaggi sono stati infangati ingiustamente, come il broker Raffaele Mincione, che ha ottenuto dall'Alta corte di Londra un risarcimento da 3,5 milioni di euro già liquidati dal Vaticano o monsignor Mauro Carlino, ex collaboratore di Becciu ormai assolto in via definitiva. "Accogliamo con soddisfazione la decisione della Cassazione che rende definitive le assoluzioni per le accuse già ritenute infondate in primo grado. Confidiamo che l'appello possa affermare l'innocenza del cardinale Becciu in modo completo, anche per le residue contestazioni", recita la nota dei legali del cardinale. Il "processo del secolo" che avrebbe dovuto ripulire l'immagine del Vaticano dagli scandali finanziari e da una gestione allegra delle finanze si sta rivelando un boomerang per la Chiesa.»
Andrea Gagliarducci, Processo Palazzo di Londra, il promotore si fa da parte, il processo continua, in «Acistampa», 13 gennaio 2026. «Alessandro Diddi ha deciso di astenersi dal processo, uscendo di scena proprio quando probabilmente molto di ciò che era avvenuto in primo grado sarebbe stato considerato inaccettabile nel secondo. (...) Si era arrivati alle udienze dell’appello con un pregresso complesso da gestire presso la Santa Sede. Prima di tutto, c’era la spada di Damocle della decisione della Commercial Court di Londra, sollecitata da Raffaele Mincione. Questi aveva chiesto alla Commercial Court londinese di pronunciarsi in merito alla sua buona fede, alla sua presunta condotta fraudolenta, alla sua presunta truffa. E la Corte ha accettato le tesi di Mincione in 29 dichiarazioni su 31 (...). Quindi, in estate erano state pubblicate alcune intercettazioni che avevano mostrato se non altro una pressione su uno dei testimoni, monsignor Alberto Perlasca, e che coinvolgevano il promotore di Giustizia Diddi. Questi era stato ricettore lui stesso dei messaggi. (...) Le sentenze saranno ribaltate? Oppure si arriverà a dichiarare persino nullo il processo di primo grado?»
T.G., Diddi piange in Cassazione ma il processo non è il suo show, in «Silere non possum», 13 gennaio 2026. «... la sua permanenza nel procedimento era del tutto incompatibile con l’esercizio sereno e imparziale delle funzioni requirenti: in un processo in cui tali rapporti e interlocuzioni assumono rilievo, Diddi non può continuare a operare come Promotore di Giustizia. Che l’avvocato romano fosse pienamente consapevole della gravità di quelle conversazioni lo conferma un dato preciso: alle difese venne di fatto impedito di accedere a quegli atti. In coordinamento con Giuseppe Pignatone, oggi coinvolto in procedimenti penali italiani nei quali vengono ipotizzati legami con la criminalità organizzata, il contenuto delle chat fu reso praticamente inaccessibile perché omissato quasi integralmente, privando le parti della possibilità di verificarne portata e implicazioni. (...) Alessandro Diddi ha trasformato il ruolo di Promotore di Giustizia di uno Stato peculiarissimo in un palcoscenico inaccettabile. (...) Un Promotore di Giustizia non è un protagonista ferito. Non è un imputato della reputazione. Non è una parte che chiede tutela emotiva. È un organo che esercita una funzione pubblica, in nome dello Stato, e la sua credibilità sta nella sobrietà, nell’impersonalità, nella distanza dal narcisismo processuale. Qui invece si legge l’opposto: l’istituzione piegata al carattere, il ruolo confuso con l’ego, la procedura percepita come un affronto. E il risultato è un atto che - al netto delle formule - suona come una supplica: “guardate cosa mi state facendo”. La Cassazione, con l’Ordinanza 24/25, prende atto dell’astensione e sospende, di fatto, la decisione sulla ricusazione perché l’astensione rende superfluo quel passaggio. Ma le carte restano. E restano come fotografia di un metodo: quando chi dovrebbe rappresentare lo Stato del Papa porta davanti al Collegio, composto in maggioranza da cardinali, la categoria dell’“amarezza”, non sta solo sbagliando tono. Sta mostrando di non aver compreso che la legge non è il suo palcoscenico e che un Promotore di Giustizia non è la star del processo penale. È chiaro che, alla luce di quanto sta accadendo, il Santo Padre Leone XIV dovrà presto mettere mano anche a questo ufficio.» Anche in inglese.
Andrea Gagliarducci, Fiscal del Vaticano se aparta mientras avanza la apelación del juicio por propiedad en Londres, in «Aciprensa», 14 gennaio 2026. Anche in inglese.
Solarino Antonino, Nella giustizia in Vaticano si può tornare a credere, in «Facebook», 14 gennaio 2026. «Dopo anni di ingiustizia e di sofferenza inflitta ad innocenti, dopo quattro rescripta con norme retroattive a vantaggio dell'accusa e a danno degli imputati, dopo le prove occultate a danno degli imputati, dopo le promozioni di colpevoli in cambio di bugie, dopo le testimonianze messe in bocca a testimoni da parte dei vertici della gendarmeria (a proposito a quando la rimozione?), dopo le scorrettezze di promotori di giustizia preoccupati di mettere in scena show personali e di presidenti di tribunali indagati per mafia, dopo l'assurdita di condanne senza prove a persone a cui viene negato, dal papa precedente, il sacro diritto ad appellarsi, la corte di appello e la cassazione stanno provando a ricostruire dalle macerie " grazie anche ad un Papa che non interferisce e rispetta l'autonomia dei giudici. Attendiamo con fiducia il processo di appello al cardinale Becciu. Siamo sicuri che la sua innocenza verrà fuori, dopo la ridicola condanna che gli è stata inflitta per peculato nonostante lo stesso tribunale abbia ammesso che mai il cardinale si sia appropriato di un solo euro.»
Mario Mossa, Facebook, 14 gennaio 2026. «Il Promotore di Giustizia del Vaticano è stato cacciato a pedate nel sedere. Certo non lo leggerete scritto proprio così, ma siccome posso evitare l'etichetta e sono in grado di ridurre alla sintesi estrema le determinazioni della Corte di Cassazione (composta, fra gli altri, dal cardinale Zuppi), la sostanza è questa. Il Promotore di Giustizia, Alessandro Diddi, dopo aver ottenuto la condanna del cardinale Becciu a 5 anni e mezzo, voleva fare l'accusatore anche in appello, forse nella speranza di ottenere quanto aveva chiesto in primo grado: 7 anni e 3 mesi. I cardinali della suprema corte vaticana, nella forma che si addice alla loro veste, in pratica gli hanno detto: ti diamo l'opportunità di andartene prima che ti mandiamo via noi. E così ha fatto. Indubbiamente intendeva ottenere una nuova condanna. Solo che nel frattempo sono risultate chiarissime alcune cose (già evidenti per alcuni, fra i quali mi onoro di essere) con cui Diddi è riuscito a eseguire un disegno che non aveva come obiettivo la verità, ma spazzar via un alto prelato che aveva alzato un po' troppo la cresta. E come? Inventando reati inesistenti, come la questione della speculazione milionaria di Sloane Avenue. Per quello sciagurato investimento il cardinale Becciu è stato condannato per peculato. E quale peculato, visto che lo stesso giudice Pignatone ha scritto (in stridente contrasto perfino con la logica) che il porporato di Pattada non ha intascato un soldo? Peculato per omessa vigilanza. Viene da ridere, vero? E con quali prove? Semplice. Inventate quelle a favore dell'accusa e nascoste quelle che avrebbero favorito la difesa. Come le oltre 100 chat omesse, in cui risultava chiara l'architettura fasulla dell'accusa. Con testimoni discutibili e ben istruiti e con un imputato, monsignor Perlasca, diventato l'arma più potente del Promotore. Queste cose le scrivo da un paio d'anni. Ora confido nel trionfo della verità. Anche se il disegno inquinato è stato ormai compiuto ugualmente. Ma almeno sarà salva la dignità, così malamente infangata, di don Angelino, come non hanno mai smesso di chiamarlo a Pattada e a Ozieri. Manca un pezzo. Perché? Questo lo sanno lassù e qualcuno quaggiù. È molto improbabile che si giunga un giorno alla risposta. Posso azzardare un'ipotesi. C'è stato almeno un mandante. Diddi ha più l'aria del sicario.»
Séisme judiciaire au Vatican: la Cour de cassation verrouille le dossier Becciu, in «Actualités», 15 gennaio 2026. «Au-delà des individus, c’est la crédibilité du système judiciaire du Vatican qui est en jeu. Le pape François avait investi un fort capital politique dans ce procès, souhaitant en faire le symbole d’une « maison propre » et d’une tolérance zéro envers la corruption financière. Cependant, l’agressivité procédurale du Promoteur de justice avait fini par susciter un malaise, même au sein de la Curie. En bloquant l’appel du procureur, la Cour suprême envoie un message clair : la lutte contre la corruption ne peut se faire au détriment des normes du droit.»
Francesco Bechis, Dossieraggi, il "j'accuse" della destra, in «Il Messaggero», 15 gennaio 2026. Chi sono i mandanti dentro il Vaticano?
Filomena Indaco, Diddi si astiene dal processo d'appello: svolta nel caso Becciu, in «Il Giornale Popolare», 16 gennaio 2025. «Cadono le maschere? Si astiene chi non ha argomenti. O chi vede che i propri argomenti menzogneri si frantumano al contatto con la verità, e teme una bocciatura su tutta la linea da parte della Corte superiore. E se ne va alla chetichella, con la coda fra le gambe, chi ha parecchi scheletri nell'armadio» (AP).
Luis Badilla e Robert Calvaresi, Corte di Cassazione del Vaticano: decisioni sul Procuratore di giustizia Alessandro Diddi e sull'inammissibilità del suo appello. "Ora piena innocenza pe ril card. Becciu", in «Osservazioni Casuali», 102, 10-17 gennaio 2026. E ORA, DOPO L'ALLONTANAMENTO DI DIDDI? «Questo breve comunicato, in sostanza, è un primo solido indizio che il “caso Becciu”, la cui sentenza in primo grado è in appello, con alta probabilità sarà indirizzato verso criteri e metodi di verità e giustizia e ciò dovrebbe mettere fine alle accuse architettate contro il porporato e fare entrare in questa storia la luce della trasparenza. È il momento di chiedersi: ma cosa c’era dietro a questo strano processo? Anzi, su quali basi Alessandro Diddi ha potuto spadroneggiare con acrobazie di ogni tipo? Chi e come condizionò negativamente alcune decisioni di Papa Francesco? Qual è il vero ruolo che hanno avuto il famigerato mons. Alberto Perlasca, il sostituto mons. Edgardo Peña Parra nonché lo stesso Segretario di Stato, card. Pietro Parolin? In questa storia non basta dichiarare senza equivoci la piena innocenza del cardinale Giovanni Angelo Becciu. Non basta qualsiasi tipo di risarcimento, soprattutto morale ed ecclesiale. Occorre dare alla giustizia vaticana una credibilità convincente e universalmente accettata. Occorre riformare l’ordinamento giudiziario vaticano. Quindi servono risposte precise a molte delle domande proposte.»
Aldo Bianchini, Palestina & terrorismo: è il momento del prof. Diddi, in «Il Quotidiano di Salerno», 17 gennaio 2026. È il momento del prof. Diddi? Dovrebbe essere il momento del prof. Diddi! Alessandro Diddi dovrebbe essere su tutte le prime pagine dei giornali. Tutti dovrebbero parlarne. Perché Diddi è l’esempio perfetto di come un magistrato NON dovrebbe MAI agire! Diddi è un disgraziato che, per condannare un innocente, ha nascosto le prove della sua innocenza, ha raccontato al mondo una montagna di menzogne, ha manipolato la giustizia servendosi di metodi illeciti, ha fatto firmare leggi oscene al Papa, è in combutta – se quanto emerge dalle nuove prove sarà confermato – con pregiudicati e delinquenti per montare il più clamoroso caso di malagiustizia della storia moderna. E ora, questa settimana, Diddi se l’he data a gambe, e con la coda fra le gambe, vergognosamente, fuggendo dal processo vaticano “del secolo”, perché i suoi teoremi si sono frantumati al contatto con la verità. Già, Diddi dovrebbe essere su tutte le prime pagine dei giornali. Già, questo è il momento di Diddi.
IL METODO DIDDI. È un metodo: quando sai che i tuoi assurdi teoremi si stanno frantumando contro il muro della verità, dopo aver causato tanti danni malvagi per anni e anni, anziché ammettere d'aver avuto torto, fai un passo indietro, ti nascondi dietro il paravento, passi la mano, vigliaccamente. Oggi come 5 anni fa. È un metodo, il metodo Diddi, di Alessandro Diddi: una resa senza onore, espressione del peggiore andazzo che ha amministrato la malagiustizia negli ultimi sei anni in Vaticano!
Alberto Vacca, Perché il cardinale Becciu va assolto. Le accuse non reggono alla prova dei fatti, 17 gennaio 2026. «Un dato preliminare, spesso oscurato nel dibattito pubblico, è decisivo: tutte le otto accuse formulate dal promotore di giustizia nella loro originaria impostazione sono state giudicate infondate dal Tribunale. Nessuna di esse ha retto nella forma in cui era stata costruita dall’accusa. Solo tre capi di imputazione sono stati ritenuti astrattamente rilevanti, ma esclusivamente dopo una profonda e radicale riqualificazione giuridica operata dal Tribunale, che ha sostituito alle contestazioni originarie un diverso inquadramento normativo dei fatti. Questo dato, da solo, certifica il fallimento dell’impianto accusatorio del promotore di giustizia e ridimensiona fortemente la portata della condanna pronunciata in primo grado. (...) Il promotore di giustizia aveva costruito l’azione penale su otto capi d’imputazione, ampliando progressivamente il perimetro del processo ben oltre le contestazioni iniziali. Tuttavia, il Tribunale ha dichiarato cinque accuse del tutto infondate, pronunciando assoluzioni con formula piena. Le restanti tre accuse – relative al palazzo di Londra, alle donazioni alla Caritas di Ozieri e ai fondi destinati alla liberazione di suor Gloria Cecilia Narváez – non sono state accolte nella formulazione del promotore, ma sono state completamente riscritte dal Tribunale, che ha abbandonato le qualificazioni originarie per costruire un nuovo impianto giuridico funzionale alla condanna. È un passaggio cruciale: se il Tribunale si fosse limitato alle imputazioni proposte dal promotore di giustizia, nessuna condanna sarebbe stata possibile. (...) Di conseguenza, la Corte d’Appello è ora chiamata a pronunciarsi esclusivamente sui tre capi di imputazione residui, così come riqualificati dal Tribunale, e non sulle otto accuse originarie, ormai definitivamente smentite. (...) Resta tuttavia il nodo centrale: il canone 1284 disciplina obblighi di corretta amministrazione e responsabilità di natura gestionale, ma non tipizza una fattispecie penale né consente di fondare una responsabilità criminale in assenza di un dolo specifico, di un danno certo e di una violazione puntuale di norme penali determinate. La valutazione del rischio dell’investimento è stata inoltre compiuta ex post, sulla base dell’esito negativo dell’operazione, trasformando una scelta amministrativa discrezionale in una responsabilità penale retroattiva, in evidente contrasto con i principi fondamentali del diritto penale. Quanto alle donazioni alla Caritas di Ozieri è pacifico che i fondi siano stati destinati a un ente ecclesiastico e utilizzati per finalità caritative. Non è mai stata provata alcuna appropriazione né un vantaggio personale per Becciu o per i suoi familiari. (...) Infine, nel caso dei fondi destinati alla liberazione della suora rapita in Mali, il Tribunale ha escluso il peculato ma ha riqualificato il fatto come truffa aggravata, ipotizzando che Becciu abbia indotto in errore i vertici vaticani. Anche qui, però, manca qualsiasi prova del dolo, così come qualsiasi evidenza di un interesse personale. Tutti i pagamenti furono effettuati nel contesto di un’operazione autorizzata ai massimi livelli e finalizzata a salvare una vita. (...) In tutti e tre i casi, la responsabilità penale è stata affermata facendo ricorso a formule congetturali – come il noto principio «non poteva non sapere» – che sostituiscono la prova con la presunzione e ribaltano l’onere probatorio sull’imputato. Un approccio incompatibile con i principi fondamentali del giusto processo. Assolvere il cardinale Becciu non significa negare l’esigenza di trasparenza nella gestione delle finanze vaticane. Significa, al contrario, riaffermare un principio essenziale di civiltà giuridica: non si condanna per deduzione, per opportunità o per equilibrio politico, ma solo sulla base di prove certe e di qualificazioni giuridiche corrette. È ora che il processo d’appello restituisca centralità al diritto e ai fatti. Ed è per questo che, oggi più che mai, l’assoluzione di Becciu non appare solo possibile, ma necessaria.»














































