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«Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati?» (Agostino, De Civitate Dei, cap. IV, 4).
Luigi Bisignani, Dalla purga di Bergoglio alla «pulizia» di Prevost. Così Leone XIV potrebbe «congelare» il caso Becciu per riformare la Giustizia, in «Il Tempo», 14 luglio 2025. «Le micce del possibile rinvio? La prima, la più evidente, è il gran pasticcio delle chat scagionanti, una omissata nel primo grado di giudizio e altre emerse solo nelle ultime settimane, e un audio inequivocabile di un inquirente. Protagonista: l’investigatore principale del processo, il gendarme Stefano De Santis, da sempre braccio operativo del promotore di giustizia Alessandro Diddi. Per alcune fonti interne, De Santis potrebbe autosospendersi, anticipando la mossa del Papa e facilitando così un rinvio “mascherato”. E, nel farlo, salverebbe per ora la testa del comandante della Gendarmeria, Gianluca Gauzzi Broccoletti, che – pur essendo umbro – non potrà continuare all’infinito a recitare l’adagio siciliano “nenti sacciu, nenti vitti e nenti vogghiu sapiri”. La seconda miccia riguarda la Corte d’appello vaticana – composta da un prelato della Rota e due uditori rotali – e la Corte di cassazione, formata da tre cardinali. Tutti assai digiuni di diritto civile, penale e procedurale. Il risultato? Confermano in automatico le sentenze, senza reale discussione. Un eventuale appello a Becciu rischia di replicare la sceneggiata del primo grado. Con un’aggravante: raddoppiare il danno economico e mediatico di un processo che doveva rappresentare il simbolo della moralizzazione di Francesco e che, invece, si sta trasformando in un boomerang. Tra il risarcimento già versato al finanziere Raffaele Mincione, che ha ottenuto giustizia nel Regno Unito, e le spese legali, la Santa Sede ha già sborsato circa 12 milioni di euro. E non è che l’inizio. Papa Leone XIV ora pretende vera trasparenza. Ha ordinato un rendiconto dettagliato di tutte le voci di spesa: parcelle agli avvocati, investigazioni, pedinamenti, intercettazioni, sorveglianze, affidate a società esterne. Una macchina costosissima e – secondo fonti vaticane – opaca e imbarazzante. Se Broccoletti, il comandante della Gendarmeria, riuscirà a restare fuori dalla linea di fuoco, De Santis rischia di diventare il primo capro espiatorio del nuovo corso. Ma il bersaglio vero è Alessandro Diddi, sempre più isolato. La favola della “vittoria vaticana” in Inghilterra è evaporata. E anche le residue speranze di rivalsa presso le Nazioni Unite sembrano destinate al naufragio. In gioco non c’è solo il destino di un processo, ma la tenuta economica e politica della Segreteria di Stato. E dopo Londra, Prevost non vuole una condanna Onu sulla coscienza. (...) E restano, sul tavolo, alla luce delle chat emerse negli ultimi tempi, le domande scomode: perché Diddi ha omissato le chat che avrebbero potuto assolvere Becciu?» 15 MILIONI DI EURO DEI FEDELI SPESI PER NON DIMOSTRARE PROPRIO NULLA. SE NON L'ASSOLUTA MANCANZA DI PROVE CONTRO IL CARD. BECCIU, VITTIMA INNOCENTE DI UN BRUTALE COMPLOTTO. PER NON PARLARE DEI MILIONI SPESI DALLA CAMPAGNA DI MASCARIAMENTO MONDIALE; E DELL'INGANNO DI MENZOGNE E CALUNNIE DI CUI È VITTIMA LA CHIESA E L'UMANITÀ INTERA. COSÌ VA SPESO L'OBOLO DI SAN PIETRO, PER UNA MAGISTRATURA CORROTTA? UNA VERGOGNA UNIVERSALE E IRRIMEDIABILE! Basta porcherie da parte della magistratura e della gendarmeria vaticane!
Libro: 'Quer pasticciaccio brutto del processo Becciu', di Alberto Vacca. L'autore conversa con Giuseppe Rippa, in «Agenzia Radicale», 18 luglio 2025. Questa vicenda giudiziaria rappresenta «in pieno il concentrato degli effetti deleteri provocati dal combinato disposto di un’azione penale esercitata al di fuori dell’alveo del diritto, sull’onda travolgente di uno spregiudicato utilizzo mediatico della gogna volta a calpestare le persone in spregio alla verità. (...) Il risultato? Hanno paragonato il caso Becciu a due altre vicende di ingiustizia e di gogna gratuita e ingiusta: il caso Dreyfus e il caso Tortora. Nel caso Becciu, in particolare, sono state ravvisate molte anomalie (nel libro se ne trova un lungo elenco): tra queste il cambio, per quattro volte!, delle regole processuali mentre si svolgeva il processo. “… E la forte impressione di una sentenza già scritta, dato che non era stato riservato alcuno spazio alle circostanze risultate favorevoli al cardinale e comprovanti la sua innocenza. In questo libro, che ha anche risonanze letterarie perché si evocano situazioni e atmosfere da romanzo, pullula una miriade di personaggi… “. (...) “ Il processo Becciu - dice Vacca - ha segnato un punto di svolta nella storia della Chiesa moderna: mai prima d’ora un cardinale era stato giudicato e condannato da un tribunale composto da laici. Un processo viziato sin dall’inizio da un pregiudizio colpevolista. Un impianto accusatorio che si dilata senza rigore, prove inconsistenti e una sentenza che ha fatto discutere per le sue ambiguità e per le forzature giuridiche che l’hanno resa possibile…”. Il libro di Alberto Vacca ricostruisce, con rigore e spirito critico, le tappe fondamentali dell’intero iter processuale, ne analizza le incongruenze e i paradossi, e mette in discussione l’equità di un sistema che appare più intento a giustificare decisioni già prese che a garantire un autentico contraddittorio. Un testo che non si limita a raccontare i fatti, ma li interroga, li smonta, e li ricompone per restituire al lettore una visione completa e inquietante di come la giustizia possa diventare strumento di potere.»
Borsellino 33 anni fa, la verità processuale oscurata dal depistaggio, in «Ansa», 18 luglio 2025. «Attorno a questa tesi, condivisa dalla famiglia Borsellino, si muove adesso la Procura di Caltanissetta che ha aperto un'inchiesta sugli ex pm Giuseppe Pignatone e Gioacchino Natoli e sul generale della Guardia di Finanza Stefano Screpanti. Non avrebbero valorizzato, dice l'accusa, alcune intercettazioni che, dopo essere state a suo tempo archiviate per essere distrutte, sono state ritrovate negli archivi impolverati.»
Egidio Morici, Borsellino. 33 anni dopo, il "nuovo" traditore riaccende la guerra delle piste, in «Tp24», 23 luglio 2025. «L’inchiesta sul dossier Mafia-Appalti è stata invece riaperta nel luglio 2022 dalla Procura di Caltanissetta, 30 anni dopo la sua archiviazione avvenuta nell’agosto 1992, con l’obiettivo di capire se sia stato il vero movente della strage di via D’Amelio. E qui abbiamo Giuseppe Pignatone, ex procuratore di Roma, indagato per favoreggiamento alla mafia, con l’accusa di aver istigato l’archiviazione dell’indagine su delle cave legate a imprenditori mafiosi.»
Alessandro Cucciola, Il tradimento di Borsellino: l'archiviazione del dossier "mafia-appalti", in «L'Opinione», 25 luglio 2025. «Recentemente, insieme a Gioacchino Natoli, già presidente della Corte di appello di Palermo, Giuseppe Pignatone è stato indagato per favoreggiamento a Cosa nostra in relazione a un presunto insabbiamento di una indagine relativa alle infiltrazioni di alcune famiglie mafiose nella gestione delle cave di marmo in Toscana e nella gestione illecita degli appalti pubblici era stato evidenziato nel rapporto del Ros del febbraio 1991.»
Andrea Gagliarducci, Leo XIV and the aftermath of the previous pontificate, in «MondayVatican», 28 luglio 2025. «Se i giudici del Vaticano stesso non considerano la Santa Sede all'interno del suo specifico sistema giuridico, come possono i processi essere considerati equi? (…) l'eredità della stagione dei processi è proprio un malinteso del sistema giuridico del Vaticano. O, in alcuni casi, un attacco implacabile al sistema giuridico vaticano da parte di coloro che avrebbero dovuto difenderlo. L'appello nel cosiddetto "processo Becciu" dovrebbe iniziare il 22 settembre. Il processo, che è un'indagine in tre parti che coinvolge la gestione dei fondi del Segretariato di Stato, riguarda il caso più in generale. Anche quel processo aveva dimostrato diversi difetti nella comprensione della questione da parte del Vaticano. In effetti, era un processo derivante da una denuncia presentata dall'Istituto per le Opere di Religione (la cosiddetta Banca Vaticana) contro la Segreteria di Stato. Durante il processo, l'Istituto stesso aveva persino chiesto che la Segreteria di Stato rimborsasse i fondi destinati al Papa. Questa richiesta era assurda perché, secondo il diritto canonico, il Papa è la Santa Sede, e il Papa e la Segreteria di Stato sono sinonimi. L'appello inizierà dopo che un altro procedimento ha esposto una serie di intercettazioni che hanno mostrato prove di manipolazione nella testimonianza del processo, e dopo che l'Alta Corte di Londra ha stabilito che la Santa Sede deve rimborsare il finanziere Raffaele Mincione il 50 per cento delle sue spese legali. (…) Nel caso del processo Becciu, affrontiamo il paradosso che il Promotore della Giustizia, Alessandro Diddi, che ha impugnato la sentenza di primo grado, fungerà anche da accusa nel procedimento d'appello. Questi sembrano tutti dettagli tecnici, e lo sono. Tuttavia, ci aiutano a capire lo stato delle cose che Papa Leone XIV ha ereditato dal pontificato di Francesco, da qui le sfide che Leone deve davvero affrontare all'inizio del suo. Leone XIV deve ripristinare forza e credibilità a un sistema giudiziario che ha perso entrambe negli ultimi anni. La stagione dei processi ha, in qualche modo, significato la Vaticanizzazione della Santa Sede. È ora di ripristinare un adeguato equilibrio e la priorità della Santa Sede rispetto allo Stato della Città del Vaticano» (traduzione automatica).
Rafael Tavares, El desafío canónico heredado por León XIV, in «Gaudium Press», 31 luglio 2025.
Enrica Riera, Chaouqui-Becciu, i pm indagano per truffa. Così l'inchiesta può inguaiare il Vaticano, in «Domani», 1° agosto 2025. «Truffa, estorsione ed esercizio abusivo della professione. La procura capitolina accelera. E dopo la denuncia presentata da Angelo Becciu, il cardinale “licenziato” da Bergoglio, nei confronti della lobbista Francesca Immacolata Chaouqui, indaga ora sulle presunte «macchinazioni» messe in piedi per inchiodare il porporato sardo, condannato in primo grado dalla giustizia vaticana a cinque anni e sei mesi per truffa e peculato. L’inchiesta italiana, oltre alla posizione di Chaouqui, potrebbe rispondere a una serie di domande a cui il Vaticano non vuole rispondere. Come venne gestito davvero quel processo? In che modo furono raccolte le prove “regine” che incastrarono l’ex braccio destro di papa Francesco? (...) Chat e audio, pubblicati nei mesi scorsi da Domani, depositati all’Onu dalla difesa del finanziere Raffaele Mincione – altro condannato del “processo del secolo” – in grado di mettere in dubbio la reale terzietà della giustizia d’Oltretevere. Più in particolare, i messaggi e i vocali in questione dimostrerebbero che Chaouqui, nonostante fosse stata condannata nel processo Vatileaks II, avrebbe “imbeccato” il grande accusatore del cardinale, monsignor Alberto Perlasca, attraverso una sodale di quest’ultimo, Genoveffa “Genevieve” Ciferri. E l’avrebbe fatto tramite l’uso di informazioni riservatissime, informazioni che soltanto i promotori di giustizia dell’epoca, Alessandro Diddi e Gian Piero Milani, insieme alla gendarmeria vaticana, potevano conoscere. Per queste ragioni la lobbista, meglio nota come “papessa”, è stata indagata dal tribunale vaticano, con le accuse di traffico di influenze, subornazione e falsa testimonianza resa in dibattimento. Tra le accuse, quella di essersi fatta dare 15mila euro da Ciferri per mediare la posizione di Perlasca (inizialmente indagato, poi salvato dal processo) con i promotori di giustizia. L’inchiesta italiana, più di quella vaticana che controlla, potrebbe essere un problema per il nuovo pontefice, papa Leone XIV. Che dovrà riflettere su che fare rispetto a quel processo Becciu, se l’“inquinamento” venisse confermato dalle indagini. I magistrati di Roma vogliono illuminare molte zone d’ombra della vicenda. Al centro delle loro verifiche non ci sarebbe solo il memoriale di Perlasca, che sarebbe stato costruito ad arte da Chaouqui fintasi un «vecchio magistrato», ma pure l’episodio del ristorante “Scarpone”, una delle prove del legame tra la stessa Chaouqui e gli inquirenti: nelle chat emerge infatti che sarebbe stata la lobbista a prenotare un tavolo e spingere Ciferri a persuadere Perlasca a invitare Becciu a cena: «Per farlo parlare e riferire al riguardo». Ciferri e Perlasca alla fine, al tempo, si erano convinti, ma il monsignore aveva fatto un passaggio preventivo in gendarmeria per avvertirli dell’appuntamento in trattoria. «Io dissi, forse a Stefano De Santis (il commissario della gendarmeria, ndr): “Guardate che io questa sera farò questa cosa qui”… Pensavo che un’azione di intercettazione avrebbero potuto farla», dice Perlasca. «Mi risposero: “Buongiorno, va bene, grazie”. E andai». Giustizia imparziale? Stando alle chat, pertanto, certamente la gendarmeria avrebbe ricoperto un ruolo poco chiaro. Al momento tuttavia i pm, sia quelli del Vaticano sia quelli di Roma, avrebbero acceso un faro contro la sola Chaouqui. Il promotore Alessandro Diddi, a processo ancora aperto, aveva ricevuto da Ciferri le chat compromettenti di Chaouqui. Invece di renderle pubbliche e depositarle, il pm del papa aveva aperto un fascicolo ad hoc, omissando quasi integralmente tutti i messaggi in modo che le difese ne fossero all’oscuro. Non solo. Domani qualche mese fa ha pubblicato un audio del 2020 in cui il commissario della gendarmeria Stefano De Santis istruiva Chaouqui in merito a quanto Perlasca avrebbe dovuto scrivere all’interno del famoso memoriale dell’estate di cinque anni fa. Quello contenente, cioè, le prime e gravi accuse nei confronti del cardinale a cui Francesco, subito dopo, ha tolto ogni diritto connesso al cardinalato. Fonti vaticane dicono ora che sul comportamento del poliziotto che di fatto ha condotto tutta l’inchiesta su Becciu e Mincione il papa ha chiesto una relazione dettagliata, per capire i rischi reali dell’appello, che inizierà il 22 settembre. L’inchiesta romana intanto è invece solo all’inizio. Scaturita dalla denuncia di Becciu e da quelle di Mincione e degli altri condannati del “processo del secolo”, come Enrico Crasso e Fabrizio Tirabassi.» VOGLIAMO LA VERITÀ, FINO IN FONDO; ANCHE SE FA MALE! UNA MEDICINA COME LA VERITÀ PUÒ ESSERE AMARA, MA È L'UNICA CHE PUÒ SALVARE IL CORPO (ECCLESIALE) DAL MARCIUME.
D.R.A., Chaouqui, fine della farsa, in «Silere non possum», 3 agosto 2025. Anche in inglese. E in spagnolo.
Niccolò Magnani, Vaticano smentisce Chaouqui (e 'Domani'): "mai ricevuta da Papa Leone XIV" / Nuova svolta sul processo Becciu, in «Il Sussidiario», 4 agosto 2025. «Il posto in Vaticano non è più “garantito” per la donna che rischia nel processo di appello sul caso del Palazzo di Londra di essere particolarmente coinvolta.(...) Ovviamente il tema non può non avere relazioni con la possibile seconda fase dell’immenso caso-Becciu, specie dopo che il cardinale sardo ha denunciato Chaouqui accusandola di aver macchinato l’intera vicenda dei fondi Segreteria di Stato contro di lui e gli altri indagati. Le famose chat fatte uscire dalla difesa di Mincione (altro indagato e condannato sul caso Becciu, ndr) hanno di fatto scoperchiato un nuovo vaso di Pandora, questa volta contro i pm del processo in Vaticano: vengono accusati di aver omesso chat fondamentali per dettagliare una possibile macchinazione ai danni dell’imputato Angelo Becciu» (NB: in realtà quasi tutto l'articolo di «Domani» era corretto).
Papa Leone XIV affronta l'eredità giudiziaria del precedente pontificato, in «Attualità», 6 agosto 2025. Anche in inglese. E in francese.
Brunella Bolloli, «Le parole del Papa su Gaza sono verso chi soffre. Non si strumentalizzino», in «Libero», 8 agosto 2025. «La vicenda che riguarda il cardinale Becciu (e non solo) è uno degli episodi più travagliati del pontificato di Francesco. La sua buona intenzione di fare giustizia e trasparenza in Vaticano si è scontrata con manovre subdole da parte di persone malintenzionate le cui trame stanno venendo alla luce in questi ultimi mesi. I miei interventi sul caso (peraltro non unici) sono stati motivati dall'intenzione di fare giustizia vera e smascherare gli inquinamenti delle prove con interventi (...) a Papa Francesco sia nel modo di procedere sia nel merito delle accuse. Sono certo che Papa Leone XIV (che è anche buon canonista) saprà agire prontamente per giungere alla verità secondo giustizia e carità» (card. Giuseppe Versaldi).
Nico Spuntoni, Ecco cosa non quadra del caso Becciu, in attesa dell'Appello, in «La Nuova Bussola Quotidiana», 14 agosto 2025. Anche in tedesco. «UNA DELLE PAGINE PIÙ NERE DI UNA GIUSTIZIA AMMINISTRATA "IN NOME DI SUA SANTITÀ"». «... il cardinale Giuseppe Versaldi è sceso pubblicamente in campo per bollare la vicenda che ha visto protagonista il suo confratello sardo come "uno degli episodi più travagliati del pontificato di Francesco". Il prefetto emerito della Congregazione per l'educazione cattolica ha parlato di «manovre subdole da parte di persone malintenzionate le cui trame stanno venendo alla luce in questi ultimi mesi». Il riferimento di Versaldi sembra essere diretto al contenuto delle chat tra Francesca Immacolata Chaouqui e Genoveffa Ciferri che proprio quest'ultima ha consegnato ai legali del broker Raffaele Mincione, anch'egli condannato in primo grado nello stesso processo vaticano ma per riciclaggio, peculato e corruzione. La difesa di Mincione ha fatto causa all'Onu contro il procedimento penale vaticano ed ha depositato anche la corrispondenza ricevuta da Ciferri. Queste chat, relative agli anni dal 2020 al 2024, sono finite inevitabilmente tra i motivi di appello alla sentenza pronunciata dal Tribunale di prima istanza della Città del Vaticano. Per avere un'idea del peso che queste conversazioni potrebbero aver avuto nell'indagine e nel processo basta conoscere la cronologia dei fatti più importanti di questa intricata vicenda. Il primo interrogatorio fatto dall'Ufficio del Promotore di Giustizia a monsignor Alberto Perlasca risale al 29 aprile 2020 e vede l'ex responsabile dell’ufficio amministrativo della Segreteria di Stato difendere l'operato del suo ex superiore Becciu e descrivere i suoi rapporti con lui come «ottimi». Dopo quell'interrogatorio il monsignore apprende di aver perso il lavoro alla Segnatura Apostolica, lo stipendio, la copertura sanitaria e la residenza a Santa Marta. La circostanza induce il prelato comasco a confessare pensieri suicidi allo stesso Becciu in una drammatica conversazione del 3 luglio 2020. L'altra data centrale è il 31 agosto 2020 perché vede Perlasca presentarsi davanti all'Ufficio del Promotore e diventare improvvisamente il grande accusatore dell'ex sostituto con il deposito del famoso memoriale. La prima chat tra Ciferri e Chaouqui avviene il 9 agosto 2020 ed è dunque successiva al primo interrogatorio ma precedente alla consegna del memoriale. È l'ex membro della commissione vaticana Cosea a contattare l'amica di Perlasca e a lanciare l'idea di far collaborare il monsignore con gli inquirenti vaticani attraverso una serie di indicazioni da presentare però come farina del sacco di un ex magistrato in pensione. Chaouqui vuole quindi nascondere il suo nome agli occhi di Perlasca perché ne teme la reazione dal momento che a maggio (quindi dopo il primo interrogatorio a difesa di Becciu) lo aveva contattato scrivendogli di sapere tutto di lui. Nell'agosto di cinque anni fa, mentre gli scambi di messaggi tra le due donne si fa fitto, in Perlasca matura la decisione di accusare il suo ex superiore. Stando alla chat tra Chaouqui e Ciferri, il monsignore confessa il suo intento a Francesco in una lettera del 21 agosto con cui era riuscito a parlare a maggio, dopo il primo interrogatorio. Chaouqui dà l'idea alla sua interlocutrice di essere informata in tempo reale dell'andamento dell'interrogatorio del 31 agosto e le menziona il 16 settembre. Effettivamente in quella data avviene il successivo interrogatorio dell'ex funzionario della Segreteria di Stato. Come faceva a saperlo? Sebbene dica all'amica di Perlasca di avere conservato un filo diretto con Bergoglio e che lui si sarebbe fidato di lei, quel 31 agosto 2020 Chaouqui non è altro che un soggetto destinatario di una condanna del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano pronunciata quattro anni prima per il cosiddetto scandalo Vatileaks 2. Eppure nelle chat l'ex membro Cosea dimostra di conoscere in anticipo informazioni che poi troveranno effettivamente riscontri. Ai primi di settembre, infatti, dà notizia a Ciferri che il Papa avrebbe convocato Becciu per concordare le modalità di uscita dopo l'interrogatorio di Perlasca del 16. Effettivamente, la drammatica udienza in cui Bergoglio costringe il prelato sardo alle dimissioni da prefetto della Congregazione per la causa dei santi e gli impone di rinunciare ai diritti connessi al cardinalato avviene proprio il 24 settembre. (...) la ex collaboratrice scelta in passato da Francesco ha fatto tutto da sola, spinta dall'odio per Becciu? Per "smascherare gli inquinamenti delle prove", come ha detto il cardinale Versaldi, è opportuno chiarire se le previsioni azzeccate dalla donna nelle sue chat con Ciferri siano stati azzardi fortunati o se ci sia stato dell'altro. E al canonista Leone XIV, memore delle discussioni nelle congregazioni generali, non sfugge l'importanza di far sì che sia fatta piena trasparenza su una delle pagine più nere di una giustizia amministrata "in nome di Sua Santità"».
Affaire Becciu: la justice vaticaine a-t-elle été piégée de l'interieur?, in «Tribune Chrétienne», 14 agosto 2025. «SE LA GIUSTIZIA È STATA STRUMENTALIZZATA PER REGOLARE I CONTI PERSONALI, ALLORA IL CASO BECCIU POTREBBE DIVENTARE UNO DEI SIMBOLI PIÙ SCHIACCIANTI DI UNA CRISI MORALE INTERNA.» «... l’affaire Becciu ne serait plus seulement celle d’un cardinal accusé de malversations, mais celle d’un procès faussé par des manœuvres internes, orchestrées par une personne déjà condamnée dans une autre affaire vaticane. (...) le témoin central de l’affaire a-t-il été manipulé ? Les échanges montrent que Chaouqui avait conçu un plan précis, fournir à Perlasca des questions rédigées pour le guider dans ses accusations, mais en les faisant passer pour l’œuvre d’un ancien magistrat. Lors du procès, Perlasca a fini par admettre qu’il avait reçu ces questions de Ciferri, qui les tenait elle-même de Chaouqui. Le Promoteur de justice a reconnu que cela pouvait constituer un motif de poursuite pour faux témoignage. (...) L’Église ne peut se permettre que des procès d’une telle importance soient entachés de soupçons de manipulation. Ce n’est pas seulement l’honneur d’un cardinal qui est en jeu, mais la confiance des fidèles dans l’intégrité des institutions vaticanes. Si la justice a été instrumentalisée pour régler des comptes personnels, alors l’affaire Becciu pourrait devenir l’un des symboles les plus accablants d’une crise morale interne.»
Andrea Gagliarducci, Leo XIV, one step at a time, in «MondayVatican», 22 settembre 2025. «What will be most difficult to absorb is the legal conundrum created by Pope Francis’s ersatz approach to matters of justice, both ecclesiastical and civil, epitomized on the civil side by the trial over the management of funds of the Secretariat of State, the appellate phase of which begins in earnest this week. It’s a difficult business to absorb, because the Pope finds himself having to untangle a tangle of extraordinary and other measures that have not only complicated matters but have also made the Holy See’s system vulnerable. With the sentence appealed, many of the Promotor of Justice’s reconstructions need to be proven; the profiles of guilt are not clearly delineated. Meanwhile, the violation of canon law remains in the four rescripta that Pope Francis had drafted during the investigation, changing the rules of the trial on the fly. In that case, Leo XIV will be called upon to intervene. He will neither be able nor willing to disown his predecessor, and it is unlikely that a pardon granted to the accused would be accepted—the accused wants to be acquitted, not pardoned. But Leo XIV will still have to find a way to restore the Vatican justice system, which has undergone three judicial reforms in the last six years. The “Vaticanization” of the Holy See, the moment when the Vatican State gained the upper hand over the curial bodies, is today the central issue, the major knot to be unraveled. Leo XIV, however, will have to do so by creating a team of direct collaborators. At the moment, that team is not there.» Anche in italiano: «Ciò che sarà più difficile da assimilare è il rompicapo legale creato dall’approccio succedaneo di Papa Francesco alle questioni di giustizia, sia ecclesiastiche che civili, rappresentati, sul versante civile, dal processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato, la cui fase di appello entra nel vivo questa settimana. È una faccenda ardua da assimilare, perché il Papa si trova a dover districare un groviglio di misure straordinarie e di altro tipo che non solo hanno complicato la situazione, ma hanno anche reso vulnerabile il sistema della Santa Sede. Con la sentenza impugnata, molte delle ricostruzioni del Promotore di Giustizia devono essere provate; i profili di colpevolezza non sono chiaramente delineati. Nel frattempo, la violazione del diritto canonico permane nei quattro rescripta di Papa Francesco mentre le indagini erano in corso, modificando le regole processuali al volo. In tal caso, Leone XIV sarà chiamato a intervenire. Non potrà né vorrà rinnegare il suo predecessore, ed è improbabile che una grazia concessa agli imputati venga accettata: gli imputati vogliono essere assolti, non graziati. Ma Leone XIV dovrà comunque trovare un modo per ripristinare il sistema giudiziario vaticano, che ha subito tre riforme giudiziarie negli ultimi sei anni. La “vaticanizzazione” della Santa Sede, il momento in cui lo Stato della Città del Vaticano ha preso il sopravvento sugli organismi curiali, è oggi la questione centrale, il nodo principale da sciogliere. Leone XIV, tuttavia, dovrà farlo creando una squadra di collaboratori stretti. Al momento, quella squadra non c’è.»
Antonio Ingroia e mafia-appalti, in «Progetto San Francesco», 21 agosto 2025.
Santiago Martín, Continuità con Francesco? No, Leone è cauto, ma la svolta c'è stata, in «Aldo Maria Valli», 23 agosto 2025. IL DIRITTO DEVE VALERE, ANCHE NELLA CHIESA! (Mentre sono passati 59 mesi dall'inizio della brutale persecuzione di un uomo innocente; tra un mese saranno cinque anni!) «In una democrazia il potere è suddiviso in legislativo, esecutivo e giudiziario. Il parlamento approva le leggi, il governo le esegue e la magistratura vigila affinché sia la legislazione sia la sua applicazione siano corrette. Nella Chiesa cattolica, data la sua peculiarità, queste tre funzioni sono riunite nella persona del vicario di Cristo, il papa. È lui che approva le leggi, è lui che nomina un gruppo di collaboratori – i prefetti dei diversi dicasteri, che sarebbero l’equivalente dei ministeri nei governi – ed è lui che modifica il Codice di diritto canonico e nomina i giudici che devono vigilare affinché tale diritto non venga violato (la Segnatura Apostolica). Ciò non significa che il papa sia un monarca assoluto, che può fare ciò che vuole. Di certo non può legiferare (encicliche, costituzioni apostoliche, esortazioni apostoliche o persino rescritti) contro la Parola di Dio e la Tradizione (intesa come l’interpretazione data a quella Parola di Dio nei venti secoli di esistenza della Chiesa). Né può fare o ordinare che si faccia qualcosa contro quanto stabilito dalla legge (...). E, naturalmente, anche se potesse cambiare il Diritto canonico il Diritto canonico (san Giovanni Paolo II approvò un nuovo Codice e Francesco lo ha modificato più volte), non solo non potrebbe farlo andando contro la Tradizione, ma non potrebbe nemmeno modificarlo (o non dovrebbe poterlo fare) quando è in corso un processo – come è successo nel caso del cardinale Becciu – perché sarebbe come cambiare le regole del gioco quando la partita è già iniziata (...). Apparentemente (Leone XIV) non ha fatto nulla, perché non ha emesso alcun documento, non ha modificato la sua squadra di collaboratori – salvo piccoli cambiamenti – e, naturalmente, non solo non ha modificato il Diritto canonico, ma non ha nemmeno fatto nulla contro di esso. Tutto ciò è interpretato da molti come un segno di assoluta continuità con il suo immediato predecessore (a parte alcuni dettagli di abbigliamento), il che porta alcuni all’euforia e altri allo scoraggiamento. Ma si tratta, dal mio punto di vista, solo di apparenza.Apparentemente non ha fatto nulla, perché non ha emesso alcun documento, non ha modificato la sua squadra di collaboratori – salvo piccoli cambiamenti – e, naturalmente, non solo non ha modificato il Diritto canonico, ma non ha nemmeno fatto nulla contro di esso. Tutto ciò è interpretato da molti come un segno di assoluta continuità con il suo immediato predecessore (a parte alcuni dettagli di abbigliamento), il che porta alcuni all’euforia e altri allo scoraggiamento. Ma si tratta, dal mio punto di vista, solo di apparenza. (...) «Non è lecito modificare questa legge né sottrarle alcuna parte, né è possibile abolirla completamente; né per mezzo del senato né del popolo possiamo liberarcene, né è necessario cercare chi la commenti o la interpreti. E non ci sarà una legge a Roma, un’altra ad Atene, una ora e un’altra poi, ma una sola legge eterna e immutabile che governerà tutti i popoli in tutti i tempi». Questa difesa della legge naturale non è contenuta in un’enciclica, certamente, ma è già magistero, anche se di rango minore, e non c’è alcun dubbio che si ricolleghi direttamente agli insegnamenti di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI (...). Papa Leone non ha ancora pubblicato un’enciclica, né un documento ufficiale di rilievo. Non ha ancora scelto la sua squadra di governo e continua a lavorare con quella precedente. Non ha toccato il Codice di diritto canonico. Sotto questo profilo, apparentemente tutto è continuità, il che rende felici molti e rattrista altri. Ma nella sostanza è davvero così? Il fatto che il suo stile sia discreto e tranquillo non significa che non stia già esercitando il suo ruolo di legislatore ponendo chiaramente le basi del suo programma di governo: Cristo, prima di tutto, e fedeltà alla Parola di Dio e alla Tradizione, con l’obiettivo principale di evangelizzare. Chi non vede la portata del cambiamento, dovrebbe farsi controllare la vista.»
Sante Cavalleri, Promotori di (in)giustizia. Il caso Becciu e la trama di manipolazioni che ha ingannato il Tribunale Vaticano e probabilmente anche Papa Francesco, in «Faro di Roma», 27 agosto 2025. CHI È ONESTO NON PUÒ NON SCHIERARSI DALLA PARTE DI UNA VITTIMA INNOCENTE – IL CARDINALE GIOVANNI ANGELO BECCIU – NEL PIÙ GRAVE SCANDALO DI MALAGIUSTIZIA CHE HA CARATTERIZZATO LA STORIA DELLA CHIESA NEGLI ULTIMI SECOLI. C'È DEL MARCIO – E TANTO! – IN VATICANO. Anche in portoghese. E in spagnolo.
S.C., Il processo Becciu e l'ombra dei "rescripta": le fragilità della sentenza e i rischi per l'appello, in «Faro di Roma», 27 agosto 2025. QUALE FUTURO PER LA GIUSTIZIA VATICANA, SE I PROCESSI POSSONO ESSERE REGOLATI DA LEGGI SEGRETE, SCRITTE A MISURA DI SINGOLO PROCEDIMENTO E SOTTRATTE A OGNI VERIFICA? Una vergogna che non avrei pensato possibile nella Chiesa, 2000 anni dopo la crocifissione dell'Innocente che l'ha fondata! Anche in portoghese. E in spagnolo.
S.C., Quante nubi all'orizzonte della giustizia vaticana che si appresta a celebrare il processo di appello del card. Becciu, condannato pur essendo innocente, in «Faro di Roma», 28 agosto 2025. LA MALAGIUSTIZIA: UNA MACCHIA INDELEBILE NELLA STORIA DELLA CHIESA. NO, NON AL TEMPO DELL'INQUISIZIONE: OGGI!
Franca Giansoldati, Leone XIV lo "sminatore", i primi 4 mesi del suo papato: tutti i segnali per capire dove è diretto e cosa cambierà, in «Il Messaggero», 11 settembre 2025. «... il grande tema delle novità giudiziare introdotte da Francesco: resteranno tali e quali oppure verranno corrette, anche solo per sanare il più grande pasticcio processuale della Chiesa moderna, culminato con il cosiddetto caso Becciu, al punto da diventare un elemento di spaccatura persino all'interno del conclave, nel maggio scorso. Il 22 settembre ci sarà l'appello e sarà un banco di prova.»
Papa Leone XIV, «Beati i perseguitati per la ( = dalla?) giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia» (Mt 5,10-11) «Sono donne e uomini, religiose e religiosi, laici e sacerdoti, che pagano con la vita la fedeltà al Vangelo, l’impegno per la giustizia, la lotta per la libertà religiosa laddove è ancora violata, la solidarietà con i più poveri. Secondo i criteri del mondo essi sono stati “sconfitti”. In realtà, come ci dice il Libro della Sapienza: «Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza resta piena d’immortalità» (Sap 3,4). (Omelia 14 settembre 2025)
D.G.A. e M.G., Sloane Avenue. Le chat di Chaouqui e Ciferri: Diddi sapeva ma le nascose, in «Silere non possum», 15 settembre 2025. QUANDO LA GIUSTIZIA È MARCIA... IN VATICANO! «Chaouqui intratteneva legami con Stefano De Santis, commissario della Gendarmeria Vaticana, rafforzando quella rete di connivenze e relazioni oscure che ha inciso profondamente sull’andamento del procedimento. Quando questi rapporti e queste attività sono emersi ed è stato possibile depositarli in tribunale, Alessandro Diddi non ha scelto di farsi da parte per garantire la regolarità del procedimento; al contrario, ha secretato le chat depositate, impedendo alle difese di accedervi e conoscerne il contenuto. Un comportamento che, in qualsiasi altro Stato, avrebbe comportato l’apertura immediata di un procedimento penale e disciplinare nei confronti del magistrato. In Vaticano, invece, tutto scorre come se fosse normale: nessuno solleva obiezioni sul fatto che, alle porte del secondo grado di giudizio, proprio l’uomo su cui gravano queste ombre continuerà a rappresentare l’accusa. Un’anomalia inconcepibile in uno Stato di diritto, dove un magistrato ha il dovere di astenersi da procedimenti che potrebbero anche solo potenzialmente mettere in discussione la sua attività. Un processo senza credibilità Alla vigilia del secondo grado di giudizio è necessario porre alcune domande: Come può un Promotore di Giustizia che intratteneva rapporti con persone coinvolte nella vicenda garantire serietà e imparzialità? Come è possibile che, nonostante la condanna e la dichiarazione di “persona non grata”, Francesca Chaouqui abbia continuato a esercitare influenza nelle dinamiche interne e a mantenere rapporti con il commissario Stefano De Santis? È stato proprio lui, infatti, a favorire la nota udienza generale in cui la Chaouqui riuscì a presentarsi davanti a Papa Francesco, scatenandone l’ira. Quale credibilità può avere un processo in cui l’accusa è incarnata dalla stessa figura per tutti i gradi di giudizio, senza alcuna parvenza di imparzialità? (...) Ciò che occorre ora è che il Papa riprenda direttamente la competenza sulle cause che riguardano i cardinali di Santa Romana Chiesa, sottraendole al Tribunale Vaticano. Allo stesso tempo, sulla vicenda di Sloane Avenue e sul traffico di influenze legato a Chaouqui deve essere istituita una commissione cardinalizia di inchiesta, che faccia piena chiarezza senza zone d’ombra. È necessario inoltre avviare una stagione di responsabilità: rimuovere chi ha guidato la Gendarmeria Vaticana trasformandola in un corpo da “Texas Rangers”, eliminare coloro che hanno fatto i “commissari” a forza di dossier e indagini illegali su singoli prelati e personaggi di rilievo e sostituire coloro che hanno esercitato funzioni requirenti senza alcuna competenza in diritto vaticano e canonico.»
S.C., Papa Leone è andato a benedire l'aula nuova del Tribunale Vaticano. Il Vangelo suggerisce di non mettere vino vecchio in otri nuovi, in «Faro di Roma», 18 settembre 2025. QUELLE ASSURDE ANOMALIE! «... il promotore di giustizia Alessandro Diddi che, per decisione di Francesco non riformata da Leone, rappresenterà l’accusa anche nell’appello. E questa è solo l’ultima anomalia in una vicenda giudiziaria gestita malissimo dal precedente presidente, Giuseppe Pignatone, che ha pronunciato nel dicembre 2023 una sentenza evidentemente ingiusta condannando senza prove gli imputati, tra i quali il card. Giovanni Angelo Becciu. La insussistenza delle accuse, emersa in dibattimento e riconosciuta da un tribunale a Londra in una causa per la stessa vicenda del Palazzo acquistato dalla S. Sede e poi ceduto con una rilevante perdita economica (nulla tuttavia rispetto al danno di immagine ingenerato dalla ingiusta condanna a un cardinale che era stato il più vicino collaboratore del Papa argentino) è stata confermata dalle chat che provano invece con certezza l’esistenza di una cospirazione in cui sembra coinvolto (quanto meno come inconsapevole strumento) lo stesso Diddi, che inspiegabilmente resta titolare dell’accusa anche nel secondo grado di giudizio. Il 22 si apre il processo e la speranza di una riforma sostanziale della sentenza è molto forte tra quanti stimano Becciu e hanno a cuore la Santa Sede e la sua immagine. Pensiamo che il nuovo Papa sia da annoverare in entrambi i gruppi. Papa Leone proprio questa mattina oltre a visitare la nuova aula ha ricevuto in udienza il decano della Rota Romana mons. Alejandro Arellano Cedillo che presiederà l’appello. Probabile gli abbia chiesto appunto un giusto giudizio. Del resto il cambio di aula ci suggerisce il consiglio del Vangelo che raccomanda di mettere vino nuovo negli otri nuovi… E dunque voltare nettamente pagina rispetto alla opaca gestione del processo di primo grado.»
Andrea Gagliarducci, Processo palazzo di Londra, verso l'appello, in «Acistampa», 19 settembre 2025. LA GIUSTIZIA... SENZA DIRITTO «Non sono mancate, in questi mesi, le critiche al processo, sulla forma, i contenuti, le modalità con cui questo è stato portato avanti, inclusi i vulnera al diritto canonico – e vale la pena qui di ricordare che Papa Francesco è intervenuto con quattro rescritti cambiando in corsa le regole delle indagini. L’ultima, argomentata critica, viene da un libro, “Il Proceso Becciu. Un’analisi critica”. Edito da Marietti, è firmato dalla professoressa Geraldina Boni con Manuel Ganarin e Alberto Tomer. Geraldina Boni è una canonista di grande esperienza, allieva del professor Giuseppe Dalla Torre, che nelle fasi del processo non ha mai mancato di mettere in luce come il modo stesso in cui veniva portato avanti il procedimento aveva delle pecche non indifferenti. Ma il suo ragionamento si era esteso, con il libro Finis Terrae per lo Ius Canonicum, mostrando come, nel corso degli anni, si era proprio abbandonata la via della comprensione giuridica e canonica della Santa Sede. In questo libro con Tomer e Ganarin mette a sistema queste critiche, fino ad arrivare a definire le ripercussioni del processo sul piano della credibilità internazionale della Santa Sede. Gli autori parlano di “una crisi annunciata”, che non riguarda solo il giudizio penale, ma anche “il riflesso che esso ha sulla fiducia internazionale del foro vaticano, sulla validità delle clausole contrattuali, sulla vigilanza in materia economica e finanziaria”. Il risultato del processo, infatti, è che il foro vaticano “non appare più come un foro imparziale e rispettoso delle regole fondamentali del diritto”, con la conseguenza che “sarà un progressivo abbandono di tale clausola nei contratti internazionali”. Gli autori mettono in luce come sia in una fase critica anche l’adesione a Moneyval, il comitato del Consiglio d’Europa che valuta l’aderenza ai principi di trasparenza finanziaria dei Paesi che aderiscono al programma. Moneyval aveva dato rapporti generalmente positivi del percorso della Santa Sede, fino agli ultimi, quando – al di là della narrazione – venivano mostrate luci ed ombre di un sistema vaticano che aveva persino messo a rischio lo scambio di intelligence del Gruppo Egmont. Boni, Ganarin, Tomer non mancano di mettere in luce le responsabilità di Francesco, che ha “potestà suprema, ma non assoluta”, ma che con le sue mosse ha messo in crisi il generale equilibrio tra diritto canonico e diritto vaticano, perché il diritto canonico “non è un corpo estraneo, ma la prima fonte normativa dell’ordinamento vaticano”. E così, il processo diventa “un banco di prova per l’intero assetto istituzionale”, tanto che ci si chiede se “la giustizia vaticana può ancora dirsi conforme ai parametri internazionali condivisi, oppure sta scivolando verso una forma opaca di giurisdizione d’eccezione?”. Infine, gli autori mettono in luce che “non è in discussione la sovranità della Santa ma l’uso che di essa viene fatto. La sovranità non può trasformarsi in arbitrio. Essa deve essere esercitata nel rispetto dei diritti umani, anche perché è proprio la Santa Sede a farsi portatrice, nel mondo, della tutela della dignità della persona”. (...) Tutti si sono appellati alla sentenza, incluso il promotore di Giustizia. Ma allora c’è da entrare nelle pieghe della sentenza. Per esempio, a Becciu viene contestato un peculato, ovvero una erogazione di fondi della Segreteria di Stato, che erano nella disponibilità decisionale del Cardinale quando questi era sostituto della Segreteria di Stato, alla società SPES della Caritas di Ozieri. È stato accertato che, in realtà, nessuno dei fondi destinati alla Caritas sia andato a vantaggio della famiglia del Cardinale o del Cardinale stesso. Eppure, la sentenza arriva a parlare di “un uso illecito dei fondi” anche se non c’era finalità di lucro”, perché – secondo il tribunale – il fatto che non ci sia stato un vantaggio non tocca “la fattispecie di peculato prevista dall’ordinamento vaticano”. È un passaggio che sembra inneggiare ad una sorta di processo morale, in cui viene condannata la “volontà di usare i beni in contrasto con gli interessi della pubblica amministrazione di cui egli appartiene”. (...) La difesa del cardinale Becciu, che depositato quasi 200 pagine di motivazioni aggiunte, ha chiesto di acquisire le chat tra la lobbista Francesca Immacolata Chaouqui e Genoveffa Ciferri, amica di monsignor Alberto Perlasca, in cui Chaoqui anticipava dettagli dell’inchiesta e interrogatori. Le chat hanno portato all’apertura di due inchieste penali, una Roma dopo un esposto del cardinale Becciu contro Chaouqui, e l’altra presso il promotore di Giustizia vaticano, dove Chaouqui è accusata di traffico di influenze, falsa testimonianza e subornazione. (...) la credibilità è a rischio. E, mentre ci si prepara all’appello, si comincia a pensare a come sarà gestito il fatto che ci sarà sempre lo stesso promotore di giustizia. Anche questo rischia di minare la credibilità del processo.»
Nicole Winfield, Texts reveals behind-the-scenes maneuvering of the Vatican's 'trial of the century', in «AP», 20 settembre 2025. IL MONDO INTERO SARÀ SCANDALIZZATO DALLA MALAGIUSTIZIA VATICANA. SE IL VATICANO TACE, PARLERÀ LA STORIA. UNA VERGOGNA INFINITA! «Quando il processo di appello si aprirà lunedì nel "processo del secolo" del Vaticano, migliaia di pagine di messaggi di testo WhatsApp saranno al centro della scena. Le chat, scritte in italiano e tradotte qui dall'Associated Press, suggeriscono che queste due donne hanno contribuito a convincere uno dei principali sospettati originali nel caso, Monsignor Alberto Perlasca, a cambiare la sua storia e accendere il suo ex capo, il cardinale Angelo Becciu. A Perlasca è stata risparmiata l'accusa; Becciu è stato condannato. (…) Chaouqui le assicura che erano d'accordo, ma ha avvertito: "Se viene fuori che siamo tutti d'accordo, è la fine". (…) Chaouqui: “Devi distinguere tra due livelli.” Ciferri: “Non capisco ...” Chaouqui: “Il livello di verità in cui tutti, dal papa in giù, sapevano cosa stavamo facendo. E l'altro livello, che è il livello di prova. Dove dobbiamo affermare che nessuno lo sapeva, perché se lo sapessimo tutti, il processo è nullo ed è una cospirazione. Capito?” (…) Ad aprile, il quotidiano italiano Domani ha prodotto un file audio presumibilmente del commissario di polizia del Vaticano, Stefano De Santis, dando istruzioni a Chaouqui su cosa dovrebbe dire Perlasca nel suo giro di interrogatori rivisto, nell'agosto 2020.»














































