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  1. Bullet«In quest’epoca dell’intelligenza artificiale incoraggio tutti a impegnarsi nel promuovere forme di comunicazione sempre rispettose della verità dell’uomo, alla quale orientare ogni innovazione tecnologica.» «Ci sono da tempo molteplici evidenze del fatto che algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento sui social media – redditizio per le piattaforme – premiano emozioni rapide e penalizzano invece espressioni umane più bisognose di tempo come lo sforzo di comprendere e la riflessione. Chiudendo gruppi di persone in bolle di facile consenso e facile indignazione, questi algoritmi indeboliscono la capacità di ascolto e di pensiero critico e aumentano la polarizzazione sociale. (...) Negli ultimi anni i sistemi di intelligenza artificiale stanno assumendo sempre di più anche il controllo della produzione di testi, musica e video. Gran parte dell’industria creativa umana rischia così di essere smantellata e sostituita con l’etichetta “Powered by AI”, trasformando le persone in meri consumatori passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità, senza amore. Mentre i capolavori del genio umano nel campo di musica, arte e letteratura vengono ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine. (...) A ciò si aggiunge il problema della mancata accuratezza. Sistemi che spacciano una probabilità statistica per conoscenza stanno in realtà offrendoci al massimo delle approssimazioni alla verità, che a volte sono vere e proprie “allucinazioni”. Una mancata verifica delle fonti, insieme alla crisi del giornalismo sul campo che comporta un continuo lavoro di raccolta e verifica di informazioni svolte nei luoghi dove gli eventi accadono, può favorire un terreno ancora più fertile per la disinformazione, provocando un crescente senso di sfiducia, smarrimento e insicurezza. (...) Dietro questa enorme forza invisibile che ci coinvolge tutti, c’è solo una manciata di aziende, quelle i cui fondatori sono stati recentemente presentati come creatori della “persona dell’anno 2025”, ovvero gli architetti dell’intelligenza artificiale. Ciò determina una preoccupazione importante riguardo al controllo oligopolistico dei sistemi algoritmici e di intelligenza artificiale in grado di orientare sottilmente i comportamenti, e persino riscrivere la storia umana – compresa la storia della Chiesa – spesso senza che ce ne si possa rendere realmente conto. La sfida che ci aspetta non sta nel fermare l’innovazione digitale, ma nel guidarla, nell’essere consapevoli del suo carattere ambivalente. Sta a ognuno di noi alzare la voce in difesa delle persone umane, affinché questi strumenti possano veramente essere da noi integrati come alleati. Questa alleanza è possibile, ma ha bisogno di fondarsi su tre pilastri: responsabilità, cooperazione e educazione. Innanzitutto la responsabilità. Essa può essere declinata, a seconda dei ruoli, come onestà, trasparenza, coraggio, capacità di visione, dovere di condividere la conoscenza, diritto a essere informati.  Ma in generale nessuno può sottrarsi alla propria responsabilità di fronte al futuro che stiamo costruendo. Per chi è al vertice delle piattaforme online ciò significa assicurarsi che le proprie strategie aziendali non siano guidate dall’unico criterio della massimizzazione del profitto, ma anche da una visione lungimirante che tenga conto del bene comune, allo stesso modo in cui ognuno di essi ha a cuore il bene dei propri figli. Ai creatori e agli sviluppatori di modelli di IA è chiesta trasparenza e responsabilità sociale riguardo ai principi di progettazione e ai sistemi di moderazione alla base dei loro algoritmi e dei modelli sviluppati, in modo da favorire un consenso informato da parte degli utenti. La stessa responsabilità è chiesta anche ai legislatori nazionali e ai regolatori sovranazionali, ai quali compete di vigilare sul rispetto della dignità umana. Una regolamentazione adeguata può tutelare le persone da un legame emotivo con i chatbot e contenere la diffusione di contenuti falsi, manipolativi o fuorvianti, preservando l’integrità dell’informazione rispetto a una sua simulazione ingannevole» (Leone XIV per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali). Esattamente il contrario delle fake news promosse dall'Espresso contro un innocente nella più volgare operazione di mascariamento – killeraggio mediatico – della storia (avallato dal Vaticano)

  2. BulletPapa Leone XIV, Magnifica humanitas: «L’uso delle piattaforme digitali e dei sistemi di IA accelera i profondi cambiamenti nella comunicazione pubblica e politica. Strumenti che potrebbero favorire il confronto e la partecipazione vengono spesso impiegati per costruire narrazioni distorte e confondere i confini tra vero e falso, mescolando dati e opinioni. La disinformazione non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente. La possibilità di manipolare contenuti, immagini e filmati espone i cittadini a prospettive parziali o fuorvianti. Il problema riguarda la dimensione culturale e morale, poiché la qualità della comunicazione pubblica dipende direttamente dalla fiducia sociale e incide su di essa. Un’informazione veritiera, infatti, non nasce da un controllo centralizzato o automatizzato. Nel discorso pubblico, la verità dei fatti possiede una dimensione razionale, poiché richiede verifica, riscontro delle fonti e responsabilità argomentativa; ma è ancor più relazionale: si costruisce attraverso legami di fiducia e pratiche condivise, in un confronto onesto con gli altri e con il mondo. Solo la ricerca condivisa della verità dei fatti, assunta come bene comune, può fondare una comunicazione giusta.» (132) «Coloro che dispongono di potenti risorse tecniche ed economiche – e, con esse, anche di molte risorse umane per intervenire – hanno un’importante capacità di indurre cambiamenti culturali e, in ultima analisi, di convincere un numero significativo di persone su quale sia la verità sull’essere umano, sul mondo, sul senso dell’esistenza, sulla famiglia, persino su Dio. Questo è puro potere privo di verità, che impone sottilmente o apertamente ciò che vuole che gli altri considerino vero. Dietro tutto ciò vi è una radice malata difficile da riconoscere: il fatto che "l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società. È questa una presunzione, conseguente alla chiusura egoistica in se stessi". Perciò egli pensa di poter costruire la realtà e che ciò che meglio si adatta alle sue pretese sia valido» (133). «La ricerca della verità è un elemento essenziale per la democrazia, che è essa stessa uno strumento di partecipazione al bene comune. Quando la domanda su ciò che è vero perde di interesse e prende piede un pragmatismo che si accontenta di ciò che appare utile o efficace, la vita democratica si indebolisce. Essa, infatti, non vive soltanto di regole e procedure, ma anzitutto di un rapporto leale con i fatti e di un reale orientamento al bene delle persone e del corpo sociale. Il disinteresse per la verità porta lentamente ma inesorabilmente a scivolare verso il totalitarismo, per il quale, come ha scritto la filosofa Hannah Arendt, i sudditi ideali non sono tanto quelli ideologicamente convinti, ma «la gente per la quale la distinzione tra fatto e finzione (cioè, la realtà dell’esperienza) e la distinzione tra vero e falso (cioè, i canoni del pensiero) non esistono più» (134). ... «la verità è un bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità. Occorre quindi promuovere un’ecologia della comunicazione: sul versante delle regole pubbliche, ciò significa stabilire norme che rendano più trasparenti le logiche con cui i contenuti vengono selezionati e amplificati e che tutelino i dati personali; sul versante sociale e culturale, invece, implica il rafforzamento dei corpi intermedi, un giornalismo serio e luoghi di confronto in cui contino l’argomentazione e la verifica più che la reazione immediata» (137). «Anche le comunità cristiane devono impegnarsi in una comunicazione trasparente e nella ricerca leale dei fatti. Purtroppo, non sempre è stato così. Abbiamo assistito con vergogna alla faticosa scoperta di verità dolorose anche su membri della Chiesa e su realtà ecclesiali. In particolare, alcuni giornalisti appassionati della verità hanno avuto un ruolo fondamentale nel portare alla luce ingiustizie e abusi. A loro vorrei ripetere la parole che ha detto Papa Francesco parlando ai vaticanisti: "Vi ringrazio anche per quanto raccontate su ciò che nella Chiesa non va, per quanto ci aiutate a non nasconderlo sotto il tappeto e per la voce che avete dato alle vittime di abuso". Tuttavia, la vigilanza e la trasparenza sono anzitutto una grave responsabilità della Chiesa stessa e non dobbiamo attendere che altri ci costringano ad affrontare verità scomode su noi stessi» (138). «In un tempo in cui la verità viene spesso piegata agli interessi e alle strategie comunicative, il mondo dell’educazione assume un rilievo decisivo. Ma le rapide trasformazioni tecnologiche mettono in luce quanto siamo impreparati sul piano educativo. La pervasività dei media digitali genera una cultura dell’immediatezza e dell’iperstimolazione, che alimenta stanchezza, noia e apatia di fronte alla fatica necessaria per cercare la verità» (139). La pace «è vera solo se fondata sulla giustizia» (159). «Abbiamo una possibilità reale di contribuire al bene ogni volta che diciamo la verità, che diamo un consiglio saggio, che sosteniamo chi ha bisogno di conforto, che denunciamo un’ingiustizia, che diamo voce a chi non ne ha» (214).

  3. Bullet«Nicodemo faceva parte del Sinedrio, il Consiglio dei capi d’Israele. Quando nel Sinedrio sentì parole di disprezzo verso Gesù, invitò tutti ad ascoltarlo prima di condannarlo» (Leone XIV, 31 maggio 2026). Contro la violazione del diritto umano alla presunzione d'innocenza, da parte di chi condanna precipitosamente, impulsivamente e in modo disinformato. E condannando anche innocenti!

  4. BulletNico Spuntoni, Comunicazione vaticana, papa Leone inizia la rivoluzione, in «La Nuova Bussola Quotidiana», 3 giugno 2026.

  5. BulletSante Cavalleri, Una giovane donna, Maria Montserrat Alvarado, guiderà il Dicastero per la Comunicazione al posto di Paolo Ruffini che va in pensione. È stata anchorman e poi Ceo di EWTN, impero mediatico cattolico in USA spesso critico su Papa Francesco, in «Faro di Roma», 3 giugno 2026. La situazione – nella (mala)giustizia e nella (mala)informazione vaticane – è effettivamente gravissima. Attenzione, comunque, a non buttare il bambino con l'acqua sporca!

  6. BulletD.N.I e F.V., La cricca di Tornielli demonizzava EWTN. Oggi Leone XIV la mette sopra di lui, in «Silere non possum», 4 giugno 2026. «Poi è arrivato il processo d’appello del caso Sloane Avenue. Tornielli aveva scritto, durante il pontificato di Francesco, un editoriale in difesa del processo di primo grado; lui, che faceva spettacoli di magia a Chioggia, si è messo a parlare di diritto in un editoriale delirante. La Corte d’Appello ha poi smontato quella sentenza battendo proprio sui punti che Tornielli difendeva. È così che, piano piano, ha iniziato a sgretolarsi il castello di sabbia.» Un episodio in cui il giornalismo – cattolico e non – ha toccato il fondo della propria volgare decadenza.

  7. Bullet Andrea Paganini (FB 25 giugno 2026): «Oggi sono passate esattamente 300 settimane. Esattamente 2'100 giorni dal 24 settembre del 2020, il giovedì in cui un uomo innocente è stato brutalmente condannato dal Papa, dalla Chiesa, dal mondo intero, sull'onda della campagna di diffamazione – killeraggio mediatico, character assassination, mascariamento mafioso – più violenta della storia. Ormai è chiaro come la luce del sole: il card. Becciu è completamente innocente, vittima di un perverso complotto. Io, certo che la verità vale più della ragion di Stato e che anzi ci farà liberi, non mi stancherò di lavorare perché la verità venga alla luce. Un cristiano non può aver paura della verità, e tanto meno nasconderla. Quanto durano 300 settimane? Quanto vale la vita di un uomo?»

  8. BulletAndrea Caldart, Becciu, Marogna e il grande silenzio: chi doveva essere davvero protetto?, in «Gazzetta dell'Emilia», 8 luglio 2026. «La richiesta della Corte di acquisire integralmente gli atti, senza tagli e senza omissioni, e il mancato deposito di documenti decisivi aprono un fronte che va oltre il destino processuale di Becciu. Perché se mancano pezzi fondamentali, allora viene meno la credibilità stessa dell’intera accusa. (...) Dietro ogni inchiesta ci sono persone, vite, famiglie, madri, e troppo spesso questo dettaglio viene sacrificato sull’altare del clamore. La gogna mediatica non si cancella con una sentenza. Il marchio resta. La reputazione distrutta resta. Il dolore subito resta. (...) Perché tanta violenza giudiziaria e comunicativa? Perché concentrare tutto su Becciu e su chi gli stava intorno? Nel grande gioco del potere, colpire un uomo può servire a proteggere un sistema. Isolare un nome può servire a evitare che altri nomi emergano. Creare uno scandalo può servire a spostare lo sguardo altrove. E allora il sospetto si fa largo: e se tutto questo fosse stato un enorme meccanismo di copertura? Se il bersaglio non fosse stato scelto solo per punire, ma per contenere? Chi ha tratto vantaggio reale dall’operazione londinese? Chi ha orientato certe ricostruzioni? Chi ha guadagnato politicamente, economicamente o istituzionalmente? Sono domande che oggi pesano più delle accuse. Il nuovo corso vaticano di Papa Leone XIV sembra voler riportare il diritto al centro, chiedendo trasparenza piena e atti completi. È un passaggio fondamentale. Perché senza verità documentale non può esistere giustizia, e senza giustizia, resta soltanto il potere. Forse il caso Becciu non è solo la storia di un cardinale travolto, forse è il racconto di come si costruisce un colpevole quando ci potrebbe essere il bisogno di nascondere altro.»

  9. BulletAldo Grasso, Ranucci e il paradosso di invocare (ora) il segreto: non è questo il "metodo Report"?, in «Corriere della Sera», 14 luglio 2026. «Il paradosso è evidente: chissà che fra quei «soggetti» non vi siano proprio alcune di quelle fonti che in questi anni hanno alimentato il cosiddetto «metodo Report». Quello stile giornalistico, cioè, fatto di insinuazioni, tesi precostituite, audio carpiti («Audio esclusivi venuti in possesso di Report!»), telecamere nascoste, pedinamenti ostentati e un bel po’ di fango spacciato per reportage. Da tempo sosteniamo che, nelle sue inchieste, Ranucci parte spesso da una conclusione già definita e costruisce il racconto per confermarla, invece di lasciare che siano i fatti a determinarne l’esito. (...) Il nodo non è l’uso delle fonti riservate: ogni giornalismo d’inchiesta vive di quelle. Il problema nasce quando il rapporto con la fonte diventa opaco e il metodo si confonde con l’obiettivo. Se per sostenere una tesi si ricorre sistematicamente a strumenti borderline, non è più chiaro se sia il giornalista a governare la fonte o la fonte a governare il giornalista.»

  10. BulletAndrea Paganini, A un amico di Coccia, da Facebook, 16 luglio 2026. Il mio impegno per la verità sul "caso Becciu" è iniziato quando, quasi sei anni fa, ho capito che un famosissimo giornalista del quotidiano dei vescovi italiani, «Avvenire», forse il giornalista più famoso della testata, era amico del sedicente giornalista che ha lanciato su «L'Espresso» la violentissima campagna di diffamazione contro il card. Becciu: Massimiliano Coccia...

  11. BulletMichele Zanzucchi, Caso "Report" e giornalismo d'inchiesta, in «Città Nuova», 17 luglio 2026. «E non manca neppure chi nota come lo scandalo sia scoppiato all’indomani della sentenza che sconfessava le inchieste di Report a proposito del caso Becciu, che Ranucci aveva impudentemente attaccato. (...) L’ardua operazione-verità che è l’identità stessa del giornalismo d’inchiesta è stata ulteriormente affossata dall’atteggiamento di tanti, troppi giornalisti, che considerano le semplici ipotesi già come verità. Così l’AI prende il posto della verifica rigorosa, accontentandosi di avvelenare i pozzi delle informazioni o di offrire banalità indigeste. Sono ormai purtroppo numerosi i casi in cui anche stampa e tv, senza dimenticare la radio, e il web fanno a meno di verificare le parole e i fatti, e presentano come verità dei puzzle inesplicati di notizie non diligentemente investigate, talvolta pure accompagnandole con illegittime estrapolazioni di dati e fatti.»

  12. BulletAndrea Paganini (Facebook, 27 luglio 2026): «Esattamente cinque anni fa, il 27 luglio 2021, iniziava il processo più assurdo e grottesco della storia. Cosa ha ottenuto l'accusa in cinque volte 365 giorni di persecuzione mediatico-giudiziaria? Un buco nell'acqua. E una sentenza di primo grado senza un briciolo di prova, emessa da un giudice ricattabile e indagato per favoreggiamento alla mafia; sentenza ormai dichiarata praticamente nulla dalla Corte d'Appello, perché il processo non ha rispettato i requisiti minimi di rispetto dei diritti umani alla difesa: i promotori di (in)giustizia – disobbedendo agli ordini di cinque anni fa – hanno nascosto le prove decisive, che potevano tornare utili agli imputati, a proprio piacimento, e inoltre papa Francesco ha firmato delle leggi ad hoc (altro che "La legge è uguale per tutti"!) mantenute segrete (leggi che non si possono leggere!). Non è che l'opinione pubblica mondiale – e lo stesso Papa – sia stata vittima di un'opera di distrazione di massa, anzi di diffamazione e di calunnia, di cui è diventata compice, ai danni di un capro espiatorio innocente? E intanto un innocente è ancora appeso alla croce. PS: Il Papa, dopo un anno di processo, diceva: "La Chiesa guarisca, non si difenda dalla verità". E invece... che orrore e che macchia sulla storia della Chiesa!»

  13. BulletGian Domenico Caiazza, Il metodo Ranucci davanti allo specchio dei propri errori, in «Il Foglio», 27 luglio 2026. «... facciamo tutti un tifo sfrenato perché queste querele ranucciane centrino l’obiettivo: smascherare le fonti della illecita fuga di notizie investigative. Sarebbe, diciamoci la verità, la prima volta, non ci risultano precedenti. E’ un reato abrogato de facto, nel senso che le indagini sulle possibili gole profonde nemmeno vengono mai avviate dalle competenti procure (e sì che sarebbero investigazioni molto semplici, la cerchia dei sospettati sarebbe naturalmente ristrettissima). Ma non siamo né gelosi né invidiosi, anzi! La scoperta e la condanna, per la prima volta, delle fonti che hanno consegnato a organi di stampa copie di atti investigativi coperti da segreto, per mano del comandante in capo del giornalismo investigativo italiano, beh, concedetemelo, sarebbe un evento di travolgente, impagabile bellezza.» E che dire delle "fonti investigative" (zeppe di bufale) fatte uscire all'"Espresso" da dentro il Vaticano? Uno schifo!

  14. BulletLa comunicazione promuova il bene comune dell'umanità, in «L'Osservatore Romano», 4 agosto 2026. Papa Leone XIV sollecita i giornalisti e i comunicatori a trovare «modalità per promuovere strategie e strumenti di comunicazione ispirati alla ricerca della verità e al rispetto della dignità umana» (Messaggio a Signis, 4 agosto 2026). Praticamente il contrario di ciò che hanno fatto i media – cattolici e no – del mondo intero, bugiardi, servili e calunniosi, nel "caso Becciu".

  15. BulletBruno Desi, Maria Grazia Tufariello, Stefania Pettinacci e Giusepe Cherubino, Presunzione d'innocenza imposta ai pm: inutile, finché i media ne saranno esentati, in «Il Dubbio», 4 agosto 2026. Che fare quando l'andazzo in Italia è ben diverso? Non mollare.

  16. BulletMarco Bonet, Ranucci e il metodo Report, i tamponi rapidi per il Covid e l'esposto di Crisanti. Tutta la verità del dottor Rigoli: «Mio padre è morto prima che mi fosse restituita la dignità», in «Corriere della Sera», 6 agosto 2026. Toh! E da dove arrivavano le bufale e le calunnie per far fuori un innocente? «Report è una trasmissione bellissima, finché non parla di qualcosa che conosci. O non ci finisci in mezzo. Mandarono in onda la puntata, che guarda caso aveva tra gli autori proprio il giornalista autore degli articoli sull’Espresso, qualche giorno prima dell’udienza preliminare in cui si doveva decidere sul mio rinvio a giudizio. Rinvio che, nel montare dell’indignazione generale, puntualmente arrivò.» Dall'«Espresso» e da Report, esattamente come nel caso Becciu.

  17. BulletFilippo Di Giacomo, È tempo di rivoluzione per i media vaticani, in «La Repubblica», 7 agosto 2026. «... un pettegolo e malevolo topolino che intristisce la vita della Chiesa e delle centinaia di professionisti del dicastero che sperano di poter lavorare per il Papa e per l'evangelizzazione.» Beh, negli ultimi sei anni certamente abbiamo assistito al fallimento completo del "giornalismo cattolico", che non ha saputo né dire la verità, né rispettare le persone, ma solo asservirsi supinamente, vigliaccamente e clericalmente alla menzogna. Il giornalismo – fatte salve pochissime e nobilissime eccezioni – non serve la verità, ma la manipolazione, la lusinga, la menzogna, la calunnia. Un servilismo che entrerà nella storia per la mancanza di spina dorsale. Manca il coraggio della verità. La stampa cattolica, per esempio, non ha ancora detto adesso che il giudice del Vaticano è indagato per favoreggiamento alla mafia (da due anni!), e quindi era ricattabile quando ha condannato un innocente senza un briciolo di prova. Che vigliaccheria! Una macchia indelebile sulla storia della Chiesa! Ah se solo vi fossero stati giornalisti con la schiena dritta, liberi e forti!

  18. BulletPiero Sansonetti ("4 di sera", Rete4, 20 agosto 2026): «Report non era un grande giornalismo di inchiesta. Report era un luogo fondamentalmente di linciaggio». Ci racconta poi delle buste gialle che arrivavano sulle scrivanie di certi giornalisti, che tutti sapevano provenire da servizi segreti o da certi magistrati, i quali chiedevano la pubblicazione. Prosegue Sansonetti: «È un giornalismo in cui dominano pezzi minoritari di magistratura corrotta e servizi segreti». C'è una levata di scudi assurda della "categoria giornalistica", forse da parte di quei "tutti" di cui Sigfrido Ranucci dice di conservare le chat. Piero Sansonetti è uno dei pochi giornalisti seri, che ha il coraggio di dire la verità: Report non è giornalismo d'inchiesta.

  19. BulletP.L.C. e M.P., Che fina ha fatto Enzo Bianchi nel racconto dell'Osservatore Romano, in «Silere non possum», 6 settembre 2026.

  20. BulletNico Spuntoni, Il «pontiere» di Elly respinto in Vaticano: Damilano depennato, in «Il Giornale», 10 settembre 2026. Un altro imbroglione leccapiedi smascherato. Che passino alla cassa, lui e i suoi complici dentro e fuori il Vaticano (dei quali mi aspetto le immediate dimissioni).

  21. BulletStamattina anche Paolo Mieli, su Radio24, ha commentato l'articolo di Nico Spuntoni sulla cacciata dell'impostore Marco Damilano.

  22. BulletMarco Damilano non lo vogliamo: così il Vaticano lo ha respinto, in «Libero», 10 settembre 2026.

  23. BulletD.A.L., Nel Dicastero per la Comunicazione è cominciato il fuggi fuggi, in «Silere non possum», 10 settembre 2026.

  24. BulletNico Spuntoni, E  Damilano si "imbuca" per salutre Papa Leone, in «Il Giornale», 17 settembre 2026. Lo squallore!

  25. BulletFranca Giansoldati, Caso Becciu, sei anni dopo si torna al punto di partenza: il test del giusto processo per Leone XIV, in «Il Messaggero», 22 settembre 2026. «Sei anni dopo, il caso Becciu torna al punto dal quale era partito: la giustizia. Era il 24 settembre 2020 quando papa Francesco convocò il cardinale Angelo Becciu e ne provocò la clamorosa uscita di scena dalla Curia, accettandone la rinuncia alla guida della Congregazione delle Cause dei Santi e ai diritti connessi al cardinalato. Quella sera cominciava una vicenda destinata a trasformarsi nel più importante processo finanziario mai celebrato nello Stato pontificio e nel primo con un cardinale sul banco degli imputati. Sul tavolo papale c'era anche un'inchiesta giornalistica destinata a pesare enormemente sul clima che accompagnò l'esplosione del caso. L'«Espresso», allora diretto da Marco Damilano, aveva già chiuso il numero che sarebbe arrivato in edicola il 27 settembre con una copertina dedicata alle finanze vaticane e il titolo «Fuori i mercanti dal tempio». L'inchiesta anticipava accuse sulla gestione dei fondi vaticani e sui finanziamenti finiti in Sardegna. Lo stesso settimanale sostenne che la notizia dell'inchiesta avesse contribuito ad accelerare gli eventi. Becciu arrivò successivamente a citare in giudizio l'«Espresso», sostenendo, tra l'altro, che Francesco avesse avuto tra le mani una copia anticipata del giornale durante l'udienza che segnò la sua caduta. Anche questo passaggio finì così dentro lo scontro tra il cardinale, il settimanale e il pontificato bergogliano. (...) Il procedimento è diventato un banco di prova per l'intero sistema giudiziario vaticano e, inevitabilmente, anche per Leone XIV, che della giustizia, del rispetto della persona e della trasparenza ha fatto temi ricorrenti del pontificato. Le perplessità, del resto, non sono nuove. Nel corso degli anni autorevoli canonisti e giuristi hanno sollevato interrogativi sulle garanzie del giusto processo, mentre le difese hanno contestato aspetti relativi al contraddittorio, all'accesso agli atti e alla parità tra accusa e imputati. (...) Nel marzo scorso la Corte ha infatti riconosciuto una «nullità relativa» del primo grado e disposto la rinnovazione di una parte del dibattimento, accogliendo alcune eccezioni relative al mancato deposito integrale degli atti istruttori. La sentenza non è stata cancellata nel suo complesso, ma è stato stabilito che le difese debbano poter conoscere il materiale sul quale si fonda l'accusa. (...) Nel marzo scorso i magistrati, accogliendo le eccezioni delle difese e riconoscendo la «nullità relativa» del primo grado, avevano ordinato «la rinnovazione del dibattimento», imponendo al Promotore di Giustizia di depositare integralmente tutti gli atti e i documenti del procedimento istruttorio. Un adempimento che ancora non è stato completato. Il processo riporta così in superficie una storia cominciata sei anni fa sotto Francesco e destinata a trovare il suo approdo sotto Leone XIV. Ed è forse questa la novità istituzionalmente più rilevante. Il nuovo Papa non è chiamato a stabilire se Becciu sia colpevole o innocente: spetta ai giudici. Ma è sotto il suo pontificato che la giustizia vaticana dovrà dimostrare di saper rispondere ai dubbi accumulati attorno a un procedimento eccezionale per durata, dimensioni e modalità. Leone non intende interferire con il lavoro dei magistrati, ma la linea indicata è quella di lasciare parlare il diritto: il diritto canonico e quello processuale, nel rispetto delle regole del giusto processo. Proprio quelle garanzie sulle quali, in questi anni, illustri giuristi e cardinali canonisti hanno sollevato più di una perplessità. (...) Per Leone XIV, che continua a indicare nella giustizia uno dei cardini della vita della Chiesa, è un test che ormai va ben oltre il destino giudiziario di un singolo cardinale.» COSA VALGONO SEI ANNI (E UNA MONTAGNA DI FANGO) NELLA VITA DI UN UOMO INNOCENTE? Che scandalo comporta per la Chiesa una giustizia vaticana corrotta? Anche in francese. E in inglese. E in tedesco. E in spagnolo.
  26. BulletMi viene in mente che quell'imbroglione di Marco Damilano, per giustificare la macchina del fango attivata per crocifiggere un innocente, non aveva saputo far altro che denunciare l'uso del pronome "costui". Con lo scandaloso sostegno del famigerato giornalista di "Avvenire".
  27. BulletFrancesca Matta, Quando la fede torna a parlare: Marco Damilano ad Assemini tra Papa Francesco e l'intuizione di Michela Murgia, in «CagliariToday», 6 ottobre 2026.  Se – come qualche persona disinformata o in malafede scrive – il "processo Becciu" è stato il «banco di prova» del pontificato di Francesco, il pontificato di Francesco è stato un totale fallimento, e allo «spartiacque» il Papa ha sbagliato strada. Per fortuna papa Francesco ha fatto anche cose buone.

 
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