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Sull'«Espresso», «Report», «The Pillar», «Huffpost» e simili (sesta parte)
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«Il primo passo di ogni dittatura è la manipolazione senza scrupoli della libera comunicazione, attraverso la seduzione degli scandali e le calunnie, per indebolire la vita democratica e condannare persone e istituzioni.» (...) «La storia di Nabot è paradigmatica di tanti martiri della storia», ha affermato papa Francesco: «È paradigmatica del martirio di Gesù; è paradigmatica del martirio di Stefano; è paradigmatica pure, dall’Antico testamento, di Susanna; è paradigmatica di tanti martiri che sono condannati grazie a una messa in scena calunniosa». Ma «questa storia – ha spiegato ancora il Pontefice – è anche paradigmatica del modo di procedere nella società di tanta gente, di tanti capi di Stato o di governo: comunicano una bugia, una calunnia e, dopo aver distrutto sia una persona sia una situazione con quella calunnia, giudicano quella distruzione e condannano». «Anche oggi, in tanti Paesi – ha fatto presente il Papa – si usa questo metodo: distruggere la libera comunicazione». E ha continuato: «Per esempio, pensiamo, c’è una legge dei media, di comunicazione, si cancella quella legge; si dà tutto l’apparecchio della comunicazione a una ditta, a una società che calunnia, dice delle falsità, indebolisce la vita democratica». Poi «vengono i giudici a giudicare queste istituzioni indebolite, queste persone distrutte, condannano, e così va avanti una dittatura». Del resto, ha aggiunto Francesco, «le dittature, tutte, hanno incominciato così, con l’adulterare la comunicazione, per mettere la comunicazione nelle mani di una persona senza scrupolo, di un governo senza scrupolo». Ma «anche nella vita quotidiana è così» ha fatto notare il Papa. Tanto che «se io voglio distruggere una persona, incomincio con la comunicazione: sparlare, calunniare, dire degli scandali». Oltretutto, ha aggiunto, «comunicare scandali è un fatto che ha una seduzione enorme, una grande seduzione». Così facendo, «non si giudicano alla fine le persone, si giudicano le rovine delle persone o delle istituzioni, perché non possono difendersi». In questa prospettiva Francesco ha suggerito di pensare «a Susanna, per esempio, che dice: “ma io sono nell’angolo, se io cedo alla seduzione e pecco, avrò la condanna del Signore; se io rimango nella mia fede avrò la condanna della gente”». «A me colpisce tanto — ha confidato il Pontefice — vedere come Stefano fa quel lungo discorso per difendersi da quelli che lo accusavano: non ascoltavano e, nel frattempo, sceglievano le pietre per lapidarlo». Per loro, infatti, «era più importante lapidare Stefano che sentire la verità». Proprio «questo è il dramma dell’avidità umana: che anche l’avidità è debole, perché questo re ha voglia di tante cose, ma è un debole, e quando vede che non ce la fa va a letto». Ma ecco che «c’è la crudeltà» di «chi parla all’orecchio e gli dice cosa deve fare: distruggere». E «così abbiamo visto tante persone distrutte per una comunicazione malvagia come questa che ha fatto la regina Gezabèle» ha riconosciuto Francesco, sottolineando: «Tante persone, tanti Paesi distrutti per dittature malvagie e calunniose: pensiamo, per esempio, alle dittature del secolo scorso». In particolare, ha detto il Papa, «pensiamo alla persecuzione degli ebrei: una comunicazione calunniosa contro gli ebrei e finivano ad Auschwitz perché non meritavano di vivere». E questo «è un orrore, ma un orrore che succede oggi: nelle piccole società, nelle persone e in tanti Paesi». Sempre, ha riaffermato il Pontefice, «il primo passo è appropriarsi della comunicazione e, dopo la distruzione, il giudizio e la morte». Dunque «non era un’idea peregrina quella dell’apostolo Giacomo, quando parlò della lingua e della capacità distruttiva della comunicazione malvagia: lui sapeva di cosa parlava». Papa Francesco, 18 giugno 2018
Il 24 settembre 2020 qualcuno – CHI? – recapitò tra le mani di papa Francesco, prima ancora che la rivista arrivasse nelle edicole, una copia dell’«Espresso» con uno scritto di Massimiliano Coccia (alias don Andrea Andreani) – il primo di una lunga serie – e una copertina fabbricata ad arte per provocare la cacciata del cardinale Becciu. Era l’inizio di una vera e propria martellante campagna di diffamazione – altrimenti detta macchina del fango, killeraggio mediatico, mascariamento o character assassination – contro un uomo che, fino a prova contraria, è completamente innocente, vittima della più grave persecuzione a mezzo stampa orchestrata nella storia contro un essere umano.
Papa Francesco ha detto: «Il lawfare inizia attraverso i mass media, che denigrano [l'obiettivo] e insinuano il sospetto di un reato. Si creano indagini enormi e per condannare basta il volume di queste indagini, anche se non si trova il reato». E ancora: «La disinformazione è uno dei peccati del giornalismo, che sono quattro: la disinformazione, quando un giornalismo non informa o informa male; la calunnia – tante volte si usa quello; la diffamazione, che è diversa dalla calunnia ma distrugge; e il quarto è la coprofilia, cioè l’amore per lo scandalo, per le sporcizie. Lo scandalo vende. E la disinformazione è il primo dei peccati, degli sbagli – diciamo così – del giornalismo». Fra l'altro gli accusatori imbrattacarte hanno sputato veleno a comando e a vanvera, tant'è vero che Massimiliano Coccia e l'acida e astiosa Maria Antonietta Calabrò ad esempio, che si tengono su promuovendo a vicenda i propri mal scritti in cui non ne azzeccano una (una mano lava l'altra), hanno puntato più volte i loro strali contro «Angelo Maria Becciu» – letterale!, e probabilmente rivelatore della comune fonte che gli passa le veline in un losco baratto – dimostrando di non conoscere nemmeno il nome della loro vittima designata (figurarsi la realtà dei fatti!), e asservendosi a una perversa campagna di diffamazione fondata sul nulla, se non sulla malizia dei suoi ideatori. La peggiore decadenza del giornalismo s'è realizzata nell'ignobile violazione dei più basilari principi dei diritti umani, come quello alla presunzione d'innocenza, diritti che dovrebbero essere contemplati anche dalla deontologia professionale dei giornalisti, i quali invece si sono prestati oscenamente alla menzogna e al più deleterio dei clericalismi (vedi Calabrò e co.).
Questa tristissima vicenda è la rappresentazione plastica della peggiore decadenza del giornalismo disonesto dell’epoca nostra, in cui le lusinghe e le adulazioni vanno a braccetto con le menzogne e le calunnie per manipolare la realtà in un losco e immorale "do ut des". E ancora una volta i giornalisti don Abbondio hanno dato man forte ai giornalisti don Rodrigo. E poi c'è chi, ad esempio su «The Pillar», spara bufale a raffica e si illude di potersi vigliaccamente nascondere dietro l'anonimità. Avranno ottenuto una brutale – ma autosqualificante – gogna mediatica senza precedenti. Una domanda rimane: COME MAI il sistema mediatico italiano e mondiale non ha avuto gli anticorpi – fatte salve pochissime lodevoli eccezioni – per reagire alle polpette avvelenate?

(Vignetta di Giovanni Berti ritoccata da Andrea Paganini)
Qualcuno, in Vaticano, ha sottoscritto un losco baratto, un "do ut des", con l'"Espresso" ai fini di imbastire una campagna di diffamazione senza precedenti, un ignobile killeraggio mediatico. E questo qualcuno è ancora lì, a fare danni. Fa poi impressione il silenzio assordante (omertà?) degli organi di stampa "cattolici", succubi di un'informazione giustizialista e priva di spirito evangelico, che volenti o nolenti fanno il gioco della disinformazione e dei manipolatori. Perché Andrea Tornielli non ha scritto che quelle contro Becciu erano «accuse assurde e infamati» (come scriverà con deprecabile ritardo quando lo stesso promotore di giustizia Diddi darà credito ad accuse altrettanto assurde e anche più infamanti su Giovanni Paolo II)? Il giornalismo "cattolico" è costituito unicamente da abietti e codardi "yes-man" incapaci di parresia? Problemi con la libertà di stampa? O con la verità tout court? Con poche meritevolissime eccezioni, va detto. In ogni caso è grave! La verità ci farà liberi.

Pino Nano, "Becciu non prese neanche un centesimo", forte la presa di posizione del suo collegio di difesa, in «Prima Pagina News», 14 ottobre 2025. «La sofferenza è palese ma temperata e sostenuta dalla forza dell'innocenza. Spera che al più presto si entri nel merito delle questioni per poter ottenere giustizia. Quella che attende da ormai cinque anni. La grande fede, di cui offre quotidiana dimostrazione anche a noi, lo ha certamente aiutato in questo doloroso cammino. (...) Di macchinazione ai suoi danni il Cardinale parlò fin dal primo momento. Sia quanto emerso nel processo che quanto scoperto successivamente attraverso le note chat dimostra che qualcuno ha utilizzato l'indagine per colpirlo. C'è stato chi voleva ad ogni costo che il Cardinale Becciu risultasse il capro espiatorio, a prescindere dalle concrete responsabilità che invece per essere accertate necessitano di contributi sempre genuini per non mandare fuori strada chi ha il compito di verificare. Ma oggi si è accertato che non si appropriò di alcuna somma. Neanche di un centesimo. Che cosa si sarebbe scritto sui giornali di tutto il mondo cinque anni fa se si fosse partiti da questo dato? Ci sarebbe stata una gogna della stessa portata?»
Sante Cavalleri, Calunnie contro il cardinale Becciu: il Tribunale vaticano condanna Nicola Gianpaolo. Un caso che interroga l'informazione e il servizio pubblico, in «Faro di Roma», 30 ottobre 2025. «La sentenza arriva dopo anni di illazioni e campagne mediatiche che hanno contribuito a gettare un’ombra sul nome del cardinale Becciu, accusato pubblicamente di condotte mai dimostrate e oggi riconosciute proprio come false. (...) La vicenda solleva inevitabilmente interrogativi sulla qualità del giornalismo d’inchiesta e sulla responsabilità del servizio pubblico. (...) È quanto ha voluto ricordare sul sito Korazym.org anche Mario Becciu, fratello del cardinale, docente universitario e psicoterapeuta, che dopo aver espresso solidarietà a Sigfrido Ranucci per il recente attentato subito, ha però stigmatizzato il metodo e il tono dell’inchiesta televisiva: «L’inchiesta condotta servendosi di un burattino condannato in primo grado dal tribunale Vaticano dimostra la faziosità, il senso di impunità e un uso patologico del servizio pubblico. Questa condanna dimostra la colossale calunnia ordita con un dispiegamento di forze massmediatiche incredibili per distruggere una persona innocente. Vorrei ricordare a Ranucci che, come cita il Libro del Siracide (28,18), ‘ne uccide più la lingua che la spada!’». (...) La sentenza odierna segna dunque un momento di verità, che richiama tutti — magistrature, media e opinione pubblica — a una più rigorosa cultura della responsabilità e della giustizia.»
Luis Badilla e Roberto Calvaresi, Comunicato del Dicastero delle Cause dei Santi sulla condanna del Tribunale vaticano a Nicola Giampaolo, calunniatore del card. Becciu e altri. La stampa odierna però tace. Perché?, in «Osservazioni casuali», 91, 25 ottobre-1° novembre 2025. «Allora una parte rilevante della stampa italiana era molto entusiasta, con impegno ed efficacia, a propagandare la leggenda del Papa "giustiziere" che lavorava giorno e notte "contro la corruzione in Vaticano". Di questa iconografia, che piaceva molto allo stesso Papa Bergoglio e anche al suo ampio entourage, e che era il perno della dicitura "pontificato riformista", faceva parte il "caso Becciu" iniziato e aperto da L'Espresso guidato allora dall'attuale giornalista Rai Marco Damilano. L'affabulazione calunniosa dell'avvocato Giampaolo, seppure clamorosamente menzognera, venne accreditata come attendibile e dunque inflazionata. Perché? Perché era utile alla campagna in corso contro il cardinale Becciu. Per questa stampa "ben informata" oggi è meglio tacere evitando così di riconoscere di aver mentito.»
M.P., Italia. L'arbitrio come prassi: anatomia di una giustizia fuori controllo, in «Silere non possum», 14 novembre 2025. «In Italia, il rapporto fra magistratura requirente e stampa è diventato un territorio poroso, ambiguo, dove gli atti riservati circolano con una velocità che ha poco a che fare con la legalità e molto con gli equilibri interni del potere. I documenti secretati finiscono sui giornali prima che nelle mani degli avvocati. (...) Le strategie investigative vengono pilotate attraverso i media, che diventano megafoni di ciò che le procure vogliono far trapelare. Non è un’opinione, sono fatti che osserviamo ogni giorno sui giornali, nelle aule di giustizia e nelle televisioni dello Stato. Ma in Italia l’idea che la giustizia si regga su rapporti non trasparenti non scandalizza più nessuno. Si è smarrita persino la percezione del problema. (...) «Le sentenze finali del tribunale non vengono pubblicate, non sono accessibili neppure ai giudici». Una dinamica che oggi trova inquietanti somiglianze nei labirinti delle nostre procure. Il parallelo con Kafka non è una figura retorica: è un richiamo necessario. Perché quando un Paese permette che l’arbitrio diventi prassi, il risultato non è solo una giustizia inefficiente, ma una democrazia svuotata del proprio senso. E allora la domanda torna, inevitabile, come un’eco della vicenda di Josef K.: cosa resta della legalità, quando chi è chiamato a garantirla vive fuori dalla legge? Non è una questione tecnica. È la ferita più delicata della nostra civiltà giuridica. E finché continueremo a fingere che non sia così, continueremo a camminare in quel mondo dove — come accade nel romanzo — le colpe si decidono in stanze opache, e l’innocenza non è un diritto, ma una concessione.» Solo in Italia?
Felice Manti, Lo strano silenzio dell'antimafia rossa su De Luca, in «Il Giornale», 11 dicembre 2025. «Neanche una riga sull’intemerata di De Luca in comissione Antimafia, neanche un pezzo in difesa di Pignatone - in passato più volte autore di commenti ed editoriali sul quotidiano fondato da Eugenio Scalfari - né alcun ragionamento sul dossier mafia-appalti, colpevolmente affossato per salvaguardare quella borghesia mafiosa con cui alcuni magistrati facevano affari. D’altronde, il corto circuito è evidente: sono così abituati a fare copia-incolla delle suggestioni giudiziarie che di fronte a una ricostruzione che fa a pezzi trent’anni di narrazione mainstream non sapevano come comportarsi.»
Marco Damilano, Gedi muore. Ma non è solo colpa di Elkann, in «Domani», 14 dicembre 2025. Pure i carnefici muoiono. Ed È colpa anche di Marco Damilano; noi non dimentichiamo come ha brutalmente crocefisso – in carta patinata imbrattata di menzogne – un innocente.
D.E.V., d.L.C. e M.P., La verità su CL. Il bersaglio, il Papa e la regia nascosta, in «Silere non possum», 16 dicembre 2025. «Su questo terreno, una parte dell’informazione “di retroscena” si salda con ambienti ecclesiastici interessati a delegittimare leadership e figure ritenute concorrenti o ostili. Non è un dettaglio: è un metodo. Ed è dentro questo metodo - tra pressione mediatica, suggestioni, ricostruzioni orientate e contatti costruiti a monte - che matura la stagione dei dossier e delle campagne contro singoli prelati»
Lucas Alonso, Becciu exige rectificaciones a Religión Digital, in «Iglesia Noticias», 9 gennaio 2026. A volte è necessario rispondere alle farneticazioni – menzogne, insinuazioni, calunnie – di certi pseudo giornalisti. Evidentemente l'arte mafiosa del mascariamento è diffusa anche nella penisola iberica.
Andrea Caldart, Processo Becciu: tra giustizia vaticana, ingerenze e vicende personali, in «QuotidianoWeb», 22 gennaio 2026. UN MASCARIAMENTO COMMISSIONATO? «Ma il nodo più delicato resta un altro, ed è quello che molti evitano di affrontare apertamente: il ruolo di Papa Francesco nelle fasi iniziali della vicenda. Il Pontefice scelse di intervenire prima che un giudice si pronunciasse, assumendo come base una ricostruzione giornalistica e traducendola in un atto disciplinare immediato e irreversibile. (...) La domanda che si impone è semplice e al tempo stesso dirompente: perché un Papa ha ritenuto più affidabile una narrazione mediatica rispetto a un accertamento giudiziario? Perché imprimere una svolta drastica quando i fatti erano ancora tutti da verificare? In quel momento, la presunzione di innocenza è stata sacrificata sull’altare dell’opportunità comunicativa. (...) Le successive modifiche normative intervenute a procedimento avviato hanno ulteriormente aggravato questa percezione, alimentando il sospetto che le regole non fossero uguali per tutti, ma adattabili in base al contesto e al clima del momento. Un’impostazione che mal si concilia con qualsiasi idea moderna di giustizia.»
Giornalisti 2.0, un premio che unisce memoria e futuro: a Roma una cerimonia che ha fatto comunità, in «Il Tempo», 23 gennaio 2026. Un esempio positivo.
Papa Leone XIV, Messaggio di Sua Santità papa Leone XIV per la LX giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 24 gennaio 2026. «Sistemi che spacciano una probabilità statistica per conoscenza stanno in realtà offrendoci al massimo delle approssimazioni alla verità, che a volte sono vere e proprie “allucinazioni”. Una mancata verifica delle fonti, insieme alla crisi del giornalismo sul campo che comporta un continuo lavoro di raccolta e verifica di informazioni svolte nei luoghi dove gli eventi accadono, può favorire un terreno ancora più fertile per la disinformazione, provocando un crescente senso di sfiducia, smarrimento e insicurezza.» Come no! L'abbiamo visto plasticamente nelle perversioni e nelle manipolazioni giornalistiche degli ultimi anni.
Andreas Thonhauser, Vatican: Pope Leo warns against "Fake News", in «EWTN», 30 gennaio 2026.
Ermes Antonucci, "Io, magistrato, chiedo scusa per aver ignorato i danni del correntismo e della gogna mediatica". Parla Padalino, in «Il Foglio», 30 gennaio 2026. «Mi scuso per aver ignorato le vittime innocenti della malagiustizia: indagati e imputati, persone comuni e celebri, colpiti dal maglio di una giustizia di parte, autoreferenziale e proiettata verso un delirio di onnipotenza, in grado di distruggere vite e professionalità, calpestando esseri umani, rappresentati come colpevoli e messi alla berlina su giornali e media compiacenti. Mi scuso per aver creduto soltanto nel mio lavoro, ignorando un sistema correntizio che non privilegia il merito, ma il compromesso, la scarsa efficienza, la mediocrità. Mi scuso per aver ignorato i mali e le devastazioni che un sistema fuori controllo ha fatto e continua a fare a troppe persone oneste e perbene”. Aggiungo il commento di Mario Becciu, il fratello del cardinale crocifisso da innocente: «Come non provare profonda empatia e affettuosa solidarietà al magistrato Padalino! La distruzione delle vite altrui, la gogna mediatica quotidiana, il marchio di corrotti cucito addosso da stampa e magistratura collusi sappiamo bene cosa siano. Se poi tutto ciò avviene con l’imprimatur papale, il danno è irreversibile.» Ovviamente a me non interessa la campagna referendaria in corso in Italia (sono svizzero). Ma ricordo che in Vaticano non esiste nemmeno la separazione dei poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario. Per cui basta ingannare il Papa, magari con una campagna stampa di mascariamento ben orchestrata e mettertelo contro – anche se tu gli sei sempre stato fedelissimo – per essere condannato dalla massima Autorità legislativa (che quindi può modificare le leggi contro di te a suo piacimento), esecutiva (che quindi può licenziarti su due piedi senza motivazione alcuna, e sottoponendoti alla più violenta gogna mediatica mai vista) e giudiziaria (per cui i giudici sono suoi subalterni, da lui scelti e da lui in ogni istante licenziabili, e non possono non confermare la condanna, anche se non emerge un briciolo di prova contro di te). Una barbarie senza precedenti!
Vendita Gedi: l'ordine chiede chiarezza e trasparenza sulle trattative in corso, in «Ordine dei Giornalisti», 5 febbraio 2026. Ricordo che il Gruppo Gedi è quello che ha imbastito – su commissione – la campagna di diffamazione mondiale, altrimenti detta macchina del fango, mascariamento, character assassination, contro un uomo innocente. Ricevendo tutti gli onori da papa Francesco.
Filippo Caleri, Notizie infondate sul palazzo di Londra. La Corte inglese dà ragione a Mincione. E gli Elkann pagano un conto salato, in «Il Tempo», 5 febbraio 2026. Conosco qualcuno che dal Vaticano ha incaricato il Gruppo Gedi di assassinare – inchiodare a una croce – un innocente. 2000 anni dopo Cristo. E sapete cosa ha ricevuto in cambio in un loschissimo "do ut des"? Ah, se anche il card. Becciu possedesse la cittadinanza inglese, «L'Espresso» e co. dovrebbero risarcire anche lui per le loro montagne di fango e di veleno. E intanto papa Francesco stendeva il tappeto rosso a Elkann e co... E pensare che Antonio Spadaro mi ha tolto la pluriennale amicizia perché io gli ho detto che era inopportuno che lui scrivesse per «L'Espresso»!
Mincione vince anche con Elkann: via gli articoli di Repubblica sul caso Vaticano a Londra, in «Piccasilly Uomo», 11 febbraio 2026. «L’affondo su Elkann arriva dopo la semi-vittoria dello scorso anno sullo stesso Vaticano: i giudici inglesi hanno riconosciuto che Mincione non mise in piedi un complotto contro la Santa Sede, imponendo alla Curia di rimborsare le spese legali, una cifra enorme di 4 milioni di Euro (...) i vari successi, questo ormai è il terzo, ridimensionano notevolmente la cattiva fama che si era costruita attorno a Mincione». Se non c'era truffa, i truffatori veri non sono forse coloro che hanno montato – dentro e fuori il Vaticano – la Character assassination, il mascariamento in stile mafioso? Se non c'era truffa, i truffatori non sono forse coloro che hanno montato – dentro e fuori il Vaticano – la Character assassination, il mascariamento in stile mafioso? E intanto papa Francesco accoglieva GEDI con il tappeto rosso...!
«Le spiego una cosa fondamentale per capire cosa è successo in Italia negli ultimi vent'anni: Un procuratore della Repubblica in gamba, se ha nel suo ufficio un paio di sostituti svegli, un ufficiale di polizia giudiziaria che fa le indagini sul campo altrettanto bravo e ammanicato con i Servizi segreti, e se questi signori hanno rapporti stretti con un paio di giornalisti di testate importanti - e soprattutto con il giudice che deve decidere i processi, frequentandone magari l'abitazione... Ecco, se si crea una situazione del genere, quel gruppo e quella procura, mi creda, hanno più potere del Parlamento, del premier e del governo intero. Soprattutto perché fanno parte di un "Sistema" che lì li ha messi e per questo li lascia fare, oltre ovviamente difenderli». Tratto dal libro Il Sistema, di Luca Palamara. In Italia? O in Vaticano? «Ipoteticamente, cosa potrebbero realizzare, agendo in sinergia, figure come il Promotore Diddi, il Commissario De Santis e un esponente della Guardia di Finanza Pasquale Striano?» (Fari Pad) E una gerarchia di giornalisti servili.
Pierluigi Battista, Tortora, cronaca di un linciaggio, in «Il Foglio», 7 marzo 2026. Non solo malagiustizia. Ma uno schifoso giornalismo, servile e mafioso. Ieri con Enzo Tortora come oggi con Angelo Becciu.
Alexis Tereszcuk, Fact Check: The Vatican Did NOT Close Secret Archives Over Epstein Files, in «Yahoo!news», 13 marzo 2026. E intanto continua la volgarissima e bugiardissima campagna di diffamazione, altrimenti detta mascariamento o character assassination. Schifo!
Papa Leone XIV: l'informazione deve guardarsi dal rischio di trasformarsi in propaganda, in «Acistampa», 16 marzo 2026. Fischieranno le orecchie ai diffusori di calunnie come «L'Espresso» e Report?