Sul "caso Becciu" in generale
Quarantaduesima parte
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Fenesia Calluso, Il Procuratore De Luca parla alla Commissione Antimafia, in «Tg1», 14 aprile 2026. Davvero quei magistrati erano "I MIGLIORI"? Figurarsi allora gli altri! Giuseppe Pignatone è il giudice che in Vaticano ha condannato un innocente! -
Tonino Laghi, Sulle stragi i pm fecero «indagini apparenti», in «La Verità», 15 aprile 2026. Se la giustizia – italiana e vaticana – è nelle mani di personaggi loschi e sospetti... -
Laura Distefano, Il fuoco incrociato delle toghe sulle stragi. L'amarezza del legale dei figli di Borsellino: «La verità è un diritto», in «La Sicilia», 15 aprile 2026. Perché papa Francesco si è fidato di un soggetto ricattabile come Giuseppe Pignatone? «La procura di Caltanissetta punta il dito su tre toghe: Giuseppe Pignatone e Gioacchino Natoli, entrambi indagati per favoreggiamento alla mafia (il fascicolo a loro carico, a differenza di quello a carico di ignoti, è ancora aperto) e l'ex capo della procura Pietro Giammanco, nel frattempo deceduto. «Non diciamo che anche il magistrato migliore non possa fare errori - ha detto De Luca - Il punto è che in tutta questa vicenda ci troviamo di fronte a pm di eccezionale livello professionale, ma tutti gli errori vanno nella stessa direzione e cioè verso l’impunità di Buscemi e dei vertici di Ferruzzi che operavano in Sicilia». -
Marco Scotto, Il processo Becciu e la fine di una narrazione: perché oggi tutto va riscritto, in «Affari Italiani», 15 aprile 2026. «... la presunzione di innocenza è rimasta schiacciata sotto il peso di una condanna anticipata. Ben prima dell’inizio del dibattimento, infatti, una parte consistente della stampa aveva già emesso il proprio verdetto: quello di un alto prelato che si sarebbe appropriato di denaro della Chiesa per operazioni speculative. Una storia che sembrava già scritta, con un colpevole designato e un’opinione pubblica pronta a seguirne la narrazione. (...) La vera cesura arriva però con il giudizio d’appello. La Corte vaticana ha accolto le eccezioni delle difese, rilevando vizi procedurali gravi: dal mancato deposito integrale degli atti di indagine alle problematiche legate ai Rescripta pontifici. (...) Il processo dovrà essere rifatto da capo. Non per indulgenza, ma perché l’impianto originario presentava vizi strutturali tali da comprometterne la legittimità. (...) In questo contesto assume un peso particolare l’atteggiamento del cardinale Becciu, che non si è mai sottratto al processo: ha partecipato a tutte le udienze, si è sottoposto a interrogatori lunghi e complessi, ha mantenuto una linea difensiva tecnica e misurata, affidata agli avvocati Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo. Una strategia fondata su un punto fermo: dimostrare l’assenza di condotte appropriative. Una linea sobria, mai urlata, ma sostenuta con assoluta fermezza. Durante il dibattimento sono emerse crepe significative nell’impianto accusatorio, anche grazie all’analisi delle testimonianze e delle comunicazioni tra i soggetti coinvolti. Uno dei momenti più clamorosi fu l’arrivo, nella notte, delle famose chat depositate in aula: messaggi che confermavano le intuizioni della difesa e gettavano nuova luce sul ruolo del testimone chiave, l’ex capo dell’ufficio amministrativo. Siamo lontani dal linciaggio iniziale. Resta un processo da celebrare nuovamente. E soprattutto, resta una verità da accertare — questa volta nel pieno rispetto delle regole.» -
Damiani Aliprandi, «La gestione del dossier mafia-appalti garantì un'impunità totale...», in «Il Dubbio», 15 aprile 2026. Di soggetti come Giuseppe Pignatone si è fidato papa Francesco, per amministrare la giustizia in Vaticano? «Fu Borsellino a riceverle e le assegnò a Lo Forte e Pignatone. Da notare che entrambi erano titolari del dossier mafia-appalti. Quelle carte, però, furono trasmesse a Natoli. Alla fine, il procedimento venne archiviato e le bobine smagnetizzate, mentre i brogliacci furono distrutti su ordine scritto dello stesso Natoli: si tratta del primo provvedimento in assoluto di quel tipo depositato nella Dda di Palermo. De Luca lo definisce un meccanismo che può potenzialmente diventare un «buco nero» dove far sparire le intercettazioni senza lasciare traccia. Abbiamo quindi, nello stesso arco temporale, due archiviazioni di due procedimenti che, invece di unirsi, hanno viaggiato su due binari diversi. La terza strada è il procedimento 1500-93, riaperto da Pignatone nel 1993 a seguito di ulteriori trasmissioni da Massa Carrara. Anche qui le indagini ci furono, ma un gravissimo errore procedurale le vanificò. I referenti del gruppo Ferruzzi in Sicilia, Giovanni Bini e Lorenzo Panzavolta, vennero interrogati senza essere iscritti nel registro degli indagati. L’iscrizione arrivò tardivamente, oltre un anno dopo gli interrogatori. Quando il fascicolo passò ai colleghi Saieva e Boccassini, questi trovarono i termini scaduti e le prove inutilizzabili, rendendo inevitabile l’archiviazione. Lo stesso procuratore Patronaggio ha riferito alla Procura di Caltanissetta di essere stato «l’utile idiota» in quella vicenda.» -
Giuseppe Bianconi, Il pm accusa: «Così fu insabbiata l'indagine su mafia e appalti. La strage di via D'Amelio fu una concausa», in «Corriere della Sera», 15 aprile 2026. Ancora sul giudice del Vaticano, Giuseppe Pignatone, che – ricattabile! – ha condannato un innocente: «"La gestione del rapporto mafia-appalti, e in generale il tema mafia-appalti, è una delle concause della strage di via D’Amelio", l’autobomba che il 19 luglio 1992 uccise il procuratore aggiunto di Palermo Paolo Borsellino e 5 agenti di scorta; e il procuratore dell’epoca Pietro Giammanco (morto nel 2018), spalleggiato dagli allora sostituti procuratori Giuseppe Pignatone che era uno dei suoi principali collaboratori e Gioacchino Natoli che ne trasse vantaggi nella carriera in magistratura, insabbiarono l’inchiesta che invece stava tanto a cuore a Borsellino.» -
Giacomo Amadori, Per i pm il giudice più potente d'Italia era contiguo alla mafia: media muti, in «La Verità», 16 aprile 2026. Ancora su Giuseppe Pignatone, il giudice vaticano indagato per favoreggiamento alla mafia (e quindi ricattabile) che ha condannato un innocente. «Ciò che stupisce è che sulle presunte relazioni pericolose, anzi pericolosissime, di colui che è stato per quasi tre lustri il magistrato più potente d’Italia (con la benedizione del presidente Giorgio Napolitano) e del Vaticano (Francesco lo volle come presidente del Tribunale della Santa sede) giornali e trasmissioni tv non si scaldano. Preferiscono sorvolare. Forse perché per troppo tempo la stampa progressista (su cui Pignatone firmava dotti editoriali) si è ben guardata dal metterne in discussione il lavoro (…). E anche quando scoppiò il caso di Luca Palamara, di cui Pignatone era una sorta di fratello maggiore, i cronisti tennero ben distinte le due posizioni. Ma a tirare giù dal piedistallo il magistrato siciliano ci stanno pensando i colleghi della Procura di Caltanissetta. Per esempio con le 385 pagine di richiesta di archiviazione della Procura di Caltanissetta del 10 aprile 2026 del fascicolo contro ignoti che ha investigato la causa delle stragi del 1992, giungendo alla conclusione che, tra queste, ci sia anche la cattiva gestione del procedimento Mafia e appalti. Nel riferire l’altro ieri in Commissione Antimafia il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca ha parlato di «un gravissimo errore» commesso dall’allora sostituto procuratore di Palermo Pignatone, ammesso da lui stesso, che avrebbe «vanificato l’80% dell’indagine Mafia e appalti». Per coloro che conoscono gli atti è ben chiaro che De Luca abbia fatto riferimento all’omessa iscrizione di indagati eccellenti (sentiti come semplici testimoni) riferita dai pubblici ministeri Ilda Boccassini e Roberto Saieva. Oggi gli inquirenti hanno maturato la convinzione che non di «errore» si sia trattato, ma di atti ben ponderati al punto che gli stessi pubblici ministeri nisseni hanno sottolineato «alcune contiguità» di Pignatone «con soggetti appartenenti al mondo mafioso/imprenditoriale dell’epoca», evidenziando come «questo elemento ha certamente inciso rispetto alla sovraesposizione dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino», considerata prodromica alla loro eliminazione da parte della Piovra mafiosa. Una vicinanza che sarebbe dimostrata non solo dagli «errori» compiuti da Pignatone nel più importante procedimento di mafia a lui assegnato, ma anche dai 24 immobili acquistati dalla famiglia Pignatone nella palermitana via Turr dalla società Raffaello degli imprenditori mafiosi Vincenzo Piazza, Francesco Bonura e Salvatore Buscemi. La Procura evidenzia che «Piazza, suo cognato Aurelio Giovanni Chiovaro, i fratelli Salvatore e Antonino Buscemi e Bonura sono stati, negli anni, tutti condannati per associazione mafiosa con pene definitive» e che Piazza, Bonura e Salvatore Buscemi erano massoni della loggia Dante Alighieri. Sui legami tra Pignatone e questi signori gli inquirenti valorizzano le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Angelo Siino, Giovanni Brusca (lodato, per il suo ruolo, da Pignatone sulla Repubblica) e Salvatore Cancemi che, a partire dagli anni Novanta, hanno iniziato a riferire ai magistrati che l’ex giudice del Papa era «a disposizione» dei fratelli Buscemi o «nelle mani» di Vincenzo Piazza. Un’ipotesi negata con forza dalla difesa di Pignatone, ma ritenuta attendibile da De Luca e dai suoi colleghi. Nella richiesta di archiviazione si legge che «non si può in alcun modo convenire sul fatto che gli accertamenti svolti abbiano smentito le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia» e ciò perché «non soltanto sono stati acclarati rapporti patrimoniali di Giuseppe Pignatone sia con i Buscemi che con Piazza, ma le contiguità del nucleo familiare del magistrato con quest’ultimo soggetto iniziano ben prima dell’acquisto dell’immobile di via Turr, atteso che […] fin dal 1964, il nucleo familiare di Francesco Pignatone, padre di Giuseppe, ha vissuto in un immobile costruito da Rosolino Piazza, padre di Vincenzo». (…) La Procura di Caltanissetta, come in tutte le indagini di mafia, ha svolto investigazioni sulla famiglia di origine di Pignatone accertando che alle nozze del padre Francesco, celebratesi a San Cataldo il 12 novembre 1947, era stato testimone di nozze Calogero Volpe futuro deputato della Democrazia cristiana per circa un ventennio e definito da Wikipedia «politico, medico e mafioso italiano». La Procura di Caltanissetta ricorda che nella relazione d’opposizione del 4 febbraio 1976 in Commissione parlamentare Antimafia «Calogero Volpe veniva indicato come estremamente vicino a contesti mafiosi» e veniva definito «il cervello politico del si stema di potere mafioso in provincia di Caltanissetta». Tra i grandi elettori del parlamentare ci sarebbe stato anche il boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, morto ammazzato nel 1978. Nel documento veniva anche puntualizzato che Volpe «sarebbe stato presente a un comizio tenuto dall’onorevole Pignatone e voluto da don Calò Vizzini, perché si celebrasse l’ideale e le virtù della mafia-politica». Nel 1964, quando Pignatone ha 15 anni, la sua famiglia si trasferisce a Palermo, nella palazzina dei Piazza. Dei 14 appartamenti divisi su sette piani quattro risultavano di pertinenza della famiglia Pignatone, sei della famiglia Piazza e soltanto i restanti quattro appartenevano a soggetti diversi. Quasi una comune politico-mafiosa. Nel 1980 i Pignatone si spostano in via Turr. In un’intercettazione del 2024 Bonura ha esclamato: «Se ne sono comprate proprietà da Piazza, da noi… ma proprio un mare! Oltre l’appartamento che aveva Pignatone c’ha magazzini, c’ha uffici, ha tante cose!». Confutando la difesa di Pignatone, i pm nisseni annotano che già all’epoca degli acquisti «era evidente che le figure di Vincenzo Piazza e dei soci Francesco Bonura e Salvatore Buscemi, fossero, già al tempo, accostate alla criminalità organizzata». Per quelle compravendite, alla fine degli anni Novanta, Pignatone è stato indagato e archiviato. Anche grazie alla consegna delle matrici degli assegni con cui avrebbe effettuato il pagamento del suo immobile (un pentito aveva parlato di regalo della mafia). Dopo oltre 25 anni i magistrati nisseni non sembrano condividere la scelta del gip che aveva archiviato il caso: «Non si comprende la ragione per la quale Pignatone abbia conservato documentazione totalmente non probante, come le matrici, e non, invece, copia dei titoli che a esse corrispondono o, addirittura, una quietanza dei pagamenti effettuati». E sottolineano «le discrasie tra gli importi delle fatture» emesse dalla società immobiliare Raffaello, controllata dalla mafia, e «le somme indicate nelle matrici», quasi sempre diverse. Addirittura per due assegni da 14 e 6 milioni non si sono trovati i corrispondenti documenti contabili. Senza contare che alcuni pagamenti sarebbero stati emessi in favore di Salvatore Buscemi e non della società venditrice. Una scelta così stigmatizzata nella richiesta di archiviazione: «Non si comprende a che titolo 2 dei 7 assegni emessi a saldo del prezzo pattuito dovessero essere intestati a Salvatore Buscemi, se si considera che la società venditrice degli immobili era una società di capitali che, come tale, è un soggetto giuridico diverso sia dal suo amministratore che dai soci che ne detengono il capitale». Secondo una consulenza ordinata dalla Procura, alla fine, «Pignatone avrebbe pagato, per l’appartamento acquistato in via Turr, un prezzo sensibilmente inferiore (di circa un terzo) a quello di mercato» e una parte, come ammesso dallo stesso Pignatone nell’interrogatorio, di tale incongruo prezzo sarebbe stata versata in nero. (…) Una scelta borderline che secondo i magistrati avrebbe portato a conseguenze nefaste per il buon nome dell’ex collega: «Pignatone ammette, palesemente, di essersi prestato a consentire un’evasione fiscale ad una società la cui compagine e i cui rappresentanti erano da anni considerati “in odore di mafia”; evasione fiscale concordata con Salvatore Buscemi, capo mandamento di Passo di Rigano. La circostanza assume sicuramente estremo rilievo in relazione all’immagine del dottor Pignatone “agli occhi di Cosa nostra”, con tutto ciò che ne poteva conseguire circa le “chiacchiere” che circolavano sul suo conto in ambito mafioso». Ma da Caltanissetta altre bordate sono state riservate alla gestione del procedimento Mafia e appalti. L’aspetto forse più inquietante emerso è la disposizione di smagnetizzare le intercettazioni e di distruggere i brogliacci impartita da Pignatone e da Gioacchino Natoli (i due restano indagati per favoreggiamento della mafia in un fascicolo stralciato da quello per cui è stata chiesta l’archiviazione) nel procedimento relativo alle infiltrazioni del clan Buscemi/Bonura nella gestione della cave di marmo di Carrara. La Procura di Caltanissetta in questi mesi ha accertato che, in realtà, l’ordine di distruzione di Pignatone e Natoli, per un caso fortuito, non è stato eseguito dagli uffici e ciò ha consentito il riascolto di quelle conversazioni che fornivano elementi utili perfino alla ricostruzione di un duplice omicidio che coinvolgeva Bonura, vale a dire l’uomo che aveva venduto 24 immobili ai Pignatone. Gli inquirenti sono arrivati alla conclusione che la distruzione delle intercettazioni per liberare spazio sulle bobine non fosse una prassi consolidata e che, comunque, per farlo sarebbe bastato distruggere il materiale collegato a fascicoli passati in giudicato e proveniente da procedimenti ordinari. Invece a Palermo il solo Pignatone in tutta la Procura del capoluogo siciliano, tra il 1991 e il 1993, avrebbe fatto distruggere prove di inchieste di mafia archiviate e non concluse in modo definitivo. Nella richiesta di archiviazione la preoccupante ricostruzione viene suggellata con le dichiarazioni rilasciate nel giugno 1992 dalla giornalista Liana Milella. Falcone, prima di morire, le aveva consegnato i suoi diari «per dimostrare il suo “isolamento” nel periodo di permanenza alla Procura di Palermo» dove non poteva più «lavorare efficacemente […] a causa della contrapposizione che si era venuta a creare con il procuratore Giammanco e con i sostituti procuratori più vicini a quest’ultimo, tra i quali in particolare il dottor Lo Forte e il dottor Pignatone». Tutto questo non è bastato a evitare che Pignatone diventasse, per usare le parole di unsuo giovane collega perugino, «un monumento della magistratura italiana». E Pignatone era editorialista del gruppo Gedi... -
Giulia Sorrentino, Gasparri tuona: "La Commissione Antimafia vada avanti e indaghi sul ruolo ambiguo di Natoli e Scarpinato ma anche su Caselli e Pignatone", in «Il Giornale», 16 aprile 2026. «... comportamenti inquietanti di Pignatone. Accusato di aver acquistato degli immobili da persone appartenenti a delle cosche. De Luca ha parlato degli errori di Pignatone che non possono essere attribuiti ad imperizia vista la sua competenza.» -
Laura Mendola, Le 389 pagine che riscrivono la storia delle stragi: mafia, appalti e misteri irrisolti, in «La Sicilia», 18 aprile 2026. ««"Non diciamo che anche il magistrato migliore non possa fare errori - ha detto il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca in antimafia -Il punto è che in tutta questa vicenda ci troviamo di fronte a pm di eccezionale livello professionale, ma tutti gli errori vanno nella stessa direzione e cioè verso l’impunità di Buscemi e dei vertici di Ferruzzi che operavano in Sicilia". (...) "Quando ho avuto la delega su questo tipo di procedimenti a Palermo ho subito segnalato al dottor Caselli che, nel corso dell’attività, avevamo costatato che esistevano diverse trascrizioni nei registri immobiliari dai quali risultava che dal gruppo Piazza erano stati venduti molti appartamenti alla famiglia Pignatone; a lui, alla moglie al padre, ai fratelli". Eppure il nome di Vincenzo Piazza era noto negli uffici giudiziari palermitani perché ritenuto un imprenditore vicino a Cosa nostra. E quel rapporto di conoscenza con il magistrato che è stato a capo del tribunale del Vaticano era a conoscenza anche dei collaboratori di giustizia.» -
Il Vaticano indaga su Chaouqui e riapre i dubbi sul caso Becciu, in «Infovaticana», 19 aprile 2026. L'inchiesta era stata aperta tanto tempo fa. Ma poi non se n'è più saputo nulla. Speriamo che non sia stata un paravento e che non si sia arenata. Anche in spagnolo. E in inglese. E in francese. E in tedesco. E in portoghese. -
Roberto Scarpinato, Antimafia e procuratore fanno strage delle leggi, in «Il Fatto Quotidiano», 19 aprile 2026. «Come è noto, costituisce illecito disciplinare e penale il comportamento del pm che nel processo penale occulti alla difesa le prove a favore dell’indagato. Prove che tuttavia possono essere messe a disposizione degli indagati solo dopo l’avviso di conclusione delle indagini, quando si verifica la discovery e le difese possono acquisire piena cognizione di tutto il materiale probatorio, mettendo in luce dinanzi a un giudice terzo gli elementi che smentiscono, contraddicono o depotenziano la tesi accusatoria». Toh! Varrà anche in Vaticano? Tra il 2020 e il 2025, sotto il giudice Pignatone, indagato per favoreggiamento alla mafia, no. E adesso? Mah, lo sapremo presto. -
Cataldo Intrieri, Il caso Borsellino, e la subordinazione del processo penale alla valutazione politica, in «Linkiesta», 20 aprile 2026. «L'ASSURDA GIRAVOLTA DEL GIUDICE PIGNATONE «De Luca ha parlato di abusi e malefatte ascrivibili a Pignatone e al collega Natoli, che archiviarono pretestuosamente una fondamentale inchiesta su “mafia e appalti”, relativa alle connessioni tra criminalità organizzata siciliana e il gruppo Ferruzzi, e ha sostenuto che l’ostinazione solitaria di Borsellino nel continuare l’indagine gli valse la condanna a morte. Pignatone e Natoli sono indagati per il reato di favoreggiamento aggravato dalla finalità di agevolare la mafia. Un’accusa grave, con una sua particolarità: il reato è prescritto da tempo e il fatto che comunque si indaghi sembra sottendere l’individuazione di una responsabilità morale che si ritiene non debba cadere nell’oblio, oltre a costituire un provocatorio invito a rinunciare alla scappatoia del decorso del tempo, pena l’ostracismo sociale. In altri casi e con altri indagati si sprecherebbero articoli e reclami contro la violazione del diritto di difesa. Ma da tempo su Pignatone, ex magistrato più potente d’Italia, sembra essere calata una coltre di disagio e imbarazzo così fitta che rischia di oscurare alcuni aspetti cruciali su cui invece vale la pena soffermarsi. L’uomo ha una personalità sfaccettata: è stato il grande inquisitore di Massimo Carminati nel cupo affresco criminale di un’indagine denominata pomposamente “Mafia Capitale” e poi, in una sorprendente impersonificazione, giudice vaticano nello storico processo al cardinale Giovanni Angelo Becciu. (...) Da giudice nel processo Becciu, ha colto subito la fragilità e l’inconsistenza delle accuse, senza trarne però le conseguenze radicali e dolorose che si sono delineate e disvelate compiutamente nel processo di appello (inquinamenti e depistaggi di vario genere), ma cercando di salvare il salvabile di qualche residua marginale imputazione. Forse il senso di una missione o il condizionamento del vecchio ruolo di inquisitore, chissà.» (C.I.) In realtà, nel processo vaticano, Pignatone aveva perfettamente rilevato l'anomalia dell'accusa che occultava e copriva di "omissis" gran parte del materiale probatorio; tanto che nel 2021 e nel 2022 aveva ripetutamente ordinato a Diddi di consegnare tutte le prove, anche quelle utili alle difese («non cominceremo l’esame delle questioni di questo processo finché la difesa non avrà conoscenza completa degli atti»). La domanda è piuttosto questa: cosa è successo nel 2022 che gli ha fatto "dimenticare" tale determinazione, per cui sette mesi dopo l'inizio del processo Pignatone, contraddicendosi, ha avallato la scorrettezza dell'accusa e ha compiuto un'assurda inversione a U? Qualcuno ha forse dato un ordine a un giudice ricattabile (che ha comprato case da mafiosi e che ha compiuto ciò che il procuratore De Luca ha evidenziato)? Come spiegare l'assurda giravolta di un giudice come Giuseppe Pignatone? -
D.L.E., Francesco, un anno dopo: oltre le lacrime dei giornalai, il peso di un'eredità lacerata, in «Silere non possum», 21 aprile 2025. È un articolo eccessivamente duro. Ma contiene anche qualche verità. E della verità non dobbiamo avere paura. «I quattro rescritti segreti firmati fra 2019 e 2020 – quelli che portarono alla luce l'esistenza di un regime giudiziario speciale dentro lo Stato della Città del Vaticano – rimangono il simbolo di una stagione in cui il principio di legalità fu piegato alla volontà del monarca. E il sistema mediatico, che in questa giornata celebra il proprio Dio, aveva fatto quadrato in cambio di qualche contentino. Il Papa agiva come un despota che i giornalisti denunciano nelle repubbliche orientali, ma in Vaticano si erano fatti papisti. (...) Qui occorre pronunciare quella parola che tanto infastidisce i “professionisti della disinformazione”: ipocrisia. Bernanos, nel Diario di un curato di campagna, osservava che l'ingiustizia fatta in nome della Chiesa ferisce due volte: la vittima e la fede di chi assiste. Sotto il pontificato di Francesco, la distanza fra il discorso ufficiale e la prassi divenne a tratti abissale.» -
Ezio Mauro e Alberto Melloni, Francesco: Cronache di un papato, in «LA7», 20 aprile 2026. «L'investimento, che dal punto di vista tecnico è difficile ritenere azzardato, perché un palazzo nel centro di Londra, se anche lo paghi molto, dipende quando lo vendi...»; «è emerso molto chiaramente che nel formare alcune di queste commissioni papa Francesco o chi l'ha consigliato ha fatto errori di casting piuttosto clamorose (cfr. Chaouqui)». (Alberto Melloni). -
Papa Leone, 'da Francesco il Vangelo di sempre con un linguaggio nuovo', in «Ansa», 21 aprile 2026. E, mentre ormai sono emerse le prove del complotto montato contro di lui, innocente, don Angelino – uno che il Vangelo lo prende sul serio fino alle estreme conseguenze – ha concelebrato la Messa per papa Francesco, ha pregato per lui. Come sempre. -
Is a Vatican office 'investigating' Benedict's resignation?, in «The Pillar», 22 aprile 2026. «... la cosa di Alessandro Diddi è che è stato conosciuto per godere di un po’ di attenzione dei media. È stato una specie di avvocato difensore della mafia in Italia prima di trasferirsi nella procura della Città del Vaticano, e la sua gestione del processo per crimini finanziari in Vaticano è apparsa ad alcuni osservatori come più efficace alle pubbliche relazioni rispetto all'azione penale vera e propria. Infatti, il suo lavoro su quel cosiddetto “processo del secolo” in Vaticano ha più volte visto la sua condotta cadere sotto esame, fino al punto in cui è stato costretto a ricusarsi dal caso in appello. È anche noto per aprire file su casi destinati a portare titoli, anche se quasi certamente non un risultato. (...) Una fonte ha osservato che “se c’è un circo, [Diddi] deve essere in ogni anello”. Essendo stato rimbalzato dal suo caso più famoso dalla corte d'appello dello stato della città, che ora si sta proponendo di dare un nuovo sguardo forense alla sua condotta del caso, alcuni osservatori - solo alcuni, intendiamoci - potrebbero chiedersi se Diddi stia cercando un modo per tornare sotto i riflettori con la teoria del complotto "Benevacantismo".» Adesso se ne rendono conto gli sparafango di «Pillar», che hanno contribuito in modo determinante a montare il complotto? Che schifo! -
Alessandro Diddi, in «Web Radio Eschilo», 23 aprile 2026. «La giustizia è fatta dagli uomini e riflette anche le debolezze degli uomini. Questa è la cosa più difficle da far affiorare», dice Alessandro Diddi. E noi in questo caso concordiamo. Ma quanta ipocrisia, incarnata da uno – Diddi – che ha nascosto colpevolmente gran parte delle prove del "processo del secolo" e che qui parla di trasparenza e ricerca della verità! «Le sanzioni giuste per gli errori procedurali, assolutamente sì», dice Diddi. «Chi sbaglia deve pagare!» Aspettiamo quindi che Diddi venga severamente sanzionato per i suoi gravissimi errori e per le sue scorrettezze! -
Marco Scotti, Processo Becciu, la svolta dell'appello: "Violato il diritto di difesa, processo da rifare", in «Affari Italiani», 24 aprile 2026. Malagiustizia in salsa vaticana (o mafiosa?). -
Ermes Antonucci, Gli scandali sugli accessi abusivi sono figli della cultura dello sputtanamento, in «Il Foglio», 24 aprile 2026. «Sarebbe superficiale ridurre i casi Striano, Equalize, “squadra Fiore” e i tanti altri episodi di accessi abusivi a una mera questione di infedeltà da parte di militari o agenti dei servizi. Analizzati da una prospettiva più ampia, infatti, questi casi (in attesa dei dovuti accertamenti giudiziari) mostrano di avere un elemento in comune: sono figli della cultura dello sputtanamento che da oltre trent’anni domina il paese.» Tutto vero. Ma nel caso che ha preso di mira l'innocente card. Becciu c'è di più: ci sono dei mandanti ben precisi, dentro il Vaticano. E quindi ci sono dei corrotti dentro il sistema della "giustizia". Almeno un magistrato italiano e un ufficiale della Guardia di finanza in servizio alla Direzione investigativa antimafia, a quanto pare in collaborazione con membri dei Servizi segreti (deviati?), hanno effettuato spionaggi e dossieraggi illeciti contro le persone coinvolte nel "processo del secolo" in Vaticano (chi sono i mandanti dentro il Vaticano? E come mai Diddi si è precipitato affannosamente a Perugia da Cantone?) Uno scandalo epocale! -
Valeria Pacelli, Spioni al lavoro in Vaticano sul caso del palazzo inglese, in «Il Fatto Quotidiano», 24 aprile 2026. I nodi vengono al pettine. Chi ha giocato sporco – e facendo crocifiggere un innocente – in Vaticano? -
Gerri Iar., Stragi del 199, il dossier mafia e appalti e il caso Pignatone: le ombre che trent'anni dopo pesano ancora sulla verità, in «Calabria7», 26 aprile 2026. «La mafia si evolve, magari evita di sparare, ma per potere sopravvivere ha bisogno sempre di quell’area grigia, costituita da uomini di potere che ne assicurano il mantenimento in vita, i cosiddetti “pupari”, per usare un termine siciliano, utilizzato anche dal Procuratore Pignatone quando era a Reggio Calabria. (...) Nessuno avrebbe mai immaginato che un’indagine così importante, condotta dal Ros dei Carabinieri, avesse subìto una sorta di boicottaggio da parte di uomini delle istituzioni. Pur non volendo entrare nel merito delle attività fatte, anzi non fatte, dalla Procura di Palermo, ovvero non avere tenuto conto di alcuni dati di fatto evidenziati nell’informativa, propedeutici ai successivi e necessari approfondimenti, ha fatto scaturire inevitabilmente qualche dubbio. Se a tutto ciò si abbina il fatto che venne archiviata, tra le altre, la posizione di un indagato che aveva venduto una serie di immobili alla famiglia del dottore Pignatone ad un prezzo ribassato, mentre la restante somma, corrispondente al reale valore degli immobili, secondo le affermazioni dello stesso dottore Pignatone fu pagata in “nero”, allora il quadro è particolarmente allarmante. Premesso che vale per tutti la presunzione di innocenza, nella richiesta di archiviazione della Procura di Caltanissetta si legge testualmente: “In altre parole, anche in base ai dati risultanti da una consulenza tecnica di parte del suo dante causa dell’epoca, Giuseppe PIGNATONE avrebbe pagato, per l’appartamento acquistato in via Turr, un prezzo sensibilmente inferiore (di circa un terzo) a quello di mercato”. Sempre nella stessa richiesta di archiviazione è stato evidenziato: “anche supponendo di poter accogliere l’argomentazione, più favorevole al dottore PIGNATONE, secondo la quale il prezzo dichiarato nell’atto di compravendita dell’immobile era, in realtà, inferiore rispetto a quello effettivamente corrisposto, con la stessa il dottore PIGNATONE ammette, palesemente, di essersi prestato a consentire un’evasione fiscale ad una società la cui compagine e i cui rappresentanti erano da anni considerati “in odore di mafia”; evasione fiscale concordata con BUSCEMI Salvatore, capo mandamento di Passo di Rigano. La circostanza assume sicuramente estremo rilievo in relazione all’immagine del dottore PIGNATONE “agli occhi di cosa nostra”, con tutto ciò che ne poteva conseguire circa le “chiacchiere” che circolavano sul suo conto in ambito mafioso”. (...) All’epoca dei fatti il dottore Pignatone era Sostituto Procuratore a Palermo, particolarmente legato al Procuratore di Palermo, Pietro Giammanco. Figlio di Francesco, già Onorevole della Repubblica appartenente al partito della Democrazia Cristiana, il dottore Pignatone ha sviluppato la maggior parte della carriera in Sicilia, per poi approdare come Procuratore a Reggio e successivamente a Roma. A Roma è stato anche presidente del Tribunale del Vaticano dopo aver lasciato la nostra magistratura. E’ stato, insieme ad altri colleghi, il PM che si è interessato del noto rapporto “mafia e appalti” redatto dal Ros. Sul punto il Procuratore di Caltanissetta ha affermato, in commissione antimafia, che l’indagine fu caratterizzata da “errori” ed aggiunge: “ tutti gli errori vanno nella medesima direzione che a conti fatti è l’impunità totale di Buscemi Antonino e del gruppo Ferruzzi”. Dai Buscemi il dottore Pignatone aveva acquistato 4 immobili, mentre altri 20 vennero acquistati da altri familiari del Magistrato. Pignatone, nel periodo in cui ha svolto le funzioni di Procuratore a Reggio Calabria, da Aprile 2008 sino al momento in cui è decollato alla volta di Procuratore di Roma, è stato incensato, almeno da una parte della stampa, come colui che avrebbe rotto definitamente gli intrecci tra istituzione e ‘ndrangheta. (...) Se metà di quello detto dal Procuratore di Caltanisetta in Commissione Antimafia fosse vero, siamo di fronte a fatti sconvolgenti che la Nazione ha necessità di conoscere, sperando che Pignatone ed altri magistrati coinvolti si facciano giudicare in nome del popolo italiano, in un aula di Tribunale, non avvalendosi dell’istituto della “prescrizione”. Sarebbe un affronto storico alla verità che tutti gli italiani cercano da anni». Ecco perché il giudice vaticano Giuseppe Pignatone – che ha condannato un uomo innocente senza un briciolo di prova – era ricattabile, e quindi faceva comodo a qualcuno. -
Nico Spuntoni, La Svizzera gela il Vaticano: "Sulla gestione fondi non ci furono reati", in «Il Giornale», 28 aprile 2026. Dove la giustizia funziona...! Dopo la giustizia inglese anche quella svizzera smentisce i teoremi della Segreteria di Stato vaticana e bacchetta la (mala)giustizia vaticana. La Segreteria di Stato del Vaticano «ha dovuto però raccogliere un nulla di fatto perché la procuratrice ha risposto un decreto d'abbandono ed ha anche tirato le orecchie alla parte vaticana. Pur essendo accusatrice e denunciante in Svizzera, infatti, la Segreteria di Stato aveva risposto picche alla richiesta degli inquirenti elvetici di interrogare in via rogatoriale alcuni dei protagonisti della vicenda, tra cui monsignor Alberto Perlasca.» -
Stefano Giordano, La prescrizione è un diritto, ma non diventi un ostacolo sulla via che porta alla verità, in «Il Riformista», 28 aprile 2026. «Uomini che hanno servito lo Stato ai suoi livelli più alti hanno un’altra strada davanti, più dignitosa della prescrizione: rinunciarvi. Mori e De Donno lo hanno fatto. Hanno preteso il processo, hanno scelto il contraddittorio, hanno voluto essere giudicati nel merito. La prescrizione è un diritto; ma per chi ha incarnato le istituzioni, invocarla è qualcosa di diverso dal difendersi nel merito — dal dimostrare la propria estraneità ai fatti. È una scelta. E anche le scelte si giudicano. Le vittime del 1992 — e i loro figli, che da trent’anni attendono risposte — meritano che nessuno si metta di traverso, in nome di un garantismo a intermittenza, sulla strada di quella verità.» Il ruolo di Giuseppe Pignatone è davvero troppo importante per ricorrere alla prescrizione. Deve sbarazzare il campo da ogni possibile dubbio. E di dubbi sul suo comportamento ne sono sorti davvero tanti negli ultimi anni! O a chi faceva comodo avere un giudice ricattabile in Vaticano? Magari per far condannare un innocente? -
Svizzera smonta l'accusa del Vaticano contro il suo ex consulente finanziario e indebolisce il caso Becciu, in «Infovaticana», 29 aprile 2026. «Un denunciante che ostacola l’indagine. L’archiviazione del caso non risponde solo alla mancanza di prove, ma anche al comportamento contraddittorio dello stesso Vaticano. Nonostante sia la parte denunciante, la Segreteria di Stato si è rifiutata di collaborare pienamente con la giustizia svizzera. In particolare, ha bloccato la possibilità di interrogare testimoni chiave mediante rogatorie, tra cui monsignor Alberto Perlasca, figura centrale del processo vaticano. Questo comportamento è stato segnalato espressamente dalla procuratrice svizzera, che ha sottolineato l’incoerenza di denunciare e, al contempo, impedire lo sviluppo dell’indagine.» In Vaticano fanno orecchie da mercante, ma la verità non muore. Anche in spagnolo. E in inglese. E in francese. E in tedesco. E in portoghese. -
Nico Spuntoni, Il Vaticano non permise alla Svizzera di interrogare Perlasca e Peña Parra, in «La Nuova Bussola Quotidiana», 30 aprile 2026. ORA PARLA LA GIUSTIZIA SVIZZERA Nel silenzio più assordante – e omertoso, e connivente, e complice – c'è qualcuno che parla. «Quella che Francesco aveva definito «la pentola per la prima volta scoperchiata da dentro» assume sempre più i contorni di un vaso di Pandora per il Vaticano. Stiamo parlando dell’inchiesta sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato che, quasi sette anni dopo, continua a dare dispiaceri all’interno delle sacre mura. L’ultimo è arrivato pochi giorni fa da Lugano nel procedimento parallelo aperto contro Enrico Crasso dal Ministero pubblico della Confederazione su denuncia della Segreteria di Stato di cui era stato a lungo consulente finanziario. L’autorità federale di perseguimento penale non ha riscontrato gli estremi dei reati di amministrazione infedele e di appropriazione indebita nei confronti di Crasso, denunciato il 19 giugno 2020 dal dicastero più importante della Curia per la gestione di alcuni investimenti nel Fondo Centurion già finiti nell’indagine vaticana. (...) Proprio per questa sorta di conflitto d'interessi la magistratura elvetica non ha voluto inviare le domande in Vaticano nè dare informazioni sui fatti. Scherrer, infatti ha scritto che «l'esecuzione degli interrogatori delle persone informate sui fatti (...) sarebbe stata di fondamentale importanza per verificare la veridicità delle dichiarazioni di Crasso. L'esecuzione di tali interrogatori rischiava tuttavia di perdere in modo significativo la sua efficacia qualora, tenuto conto dell'influenza esercitata dall'accusatrice privata e dei suoi interessi nella vicenda, sussistesse il pericolo che, preliminarmente all'interrogatorio, le persone da sentire (...) avrebbero potuto essere informate delle domande che sarebbero state loro rivolte o, quantomeno, dei fatti oggetto d'esame». «Il "Calvario" dei Monsignori: Quando la Giustizia Estera Mette a Nudo le Contraddizioni d'Oltretevere. Le mura vaticane si fanno sempre più strette e, a quanto pare, anche più impermeabili alla trasparenza internazionale. L'ultimo schiaffo arriva dalla Magistratura elvetica: la procuratrice Annina Scherrer ha messo nero su bianco una verità imbarazzante, ovvero l'impossibilità di interrogare figure chiave come mons. Alberto Perlasca e il Sostituto Edgar Peña Parra. La "sorpresa" svizzera davanti al muro alzato dal Vaticano non è solo un intoppo procedurale, ma il sintomo di un sistema che sembra temere il confronto con tribunali non "domestici". Proprio in merito a queste indagini, emerge un paradosso clamoroso: mentre nello Stato del Vaticano Enrico Crasso è stato condannato, la giustizia svizzera ha stabilito che non sussistono estremi di reato per i medesimi fatti. Il precedente londinese: Il crollo di Peña Parra. Forse il Vaticano ha imparato la lezione dai disastri passati? È ancora vivo il ricordo del penoso spettacolo andato in scena a Londra nel luglio 2024. Davanti alla High Court of Justice, il Sostituto Peña Parra ha vissuto quello che può essere definito solo come un "calvario mediatico e giuridico". (...) Sotto lo sguardo esterrefatto del giudice Justice Robin Knowles, abbiamo visto un alto prelato sudato, visibilmente in difficoltà — scortato da un imponente bodyguard e con un aspetto quasi grottesco — costretto ad ammettere l'incredibile: la consapevolezza di fatture false pagate dal suo ufficio e una "leggerezza" disarmante nell'aprire le porte a certi investitori. Un'umiliazione internazionale che ha lasciato il segno. (...) Il caso Perlasca: Testimonianze "pilotate"? Non meno inquietante è la posizione di Monsignor Perlasca. Firmatario del contratto per la seconda parte dell'acquisto dell'immobile di Londra (con delega proprio di Peña Parra), Perlasca incarna il caos gestionale della Segreteria di Stato. Redarguito per falsa testimonianza, ha dovuto rettificare le proprie dichiarazioni, arrivando all'ammissione più grave: la sua deposizione sembra essere stata pilotata da terzi. La riflessione è d'obbligo: II Vaticano sembra ormai stanco — o forse terrorizzato — dal rimediare figuracce internazionali facendo testimoniare i suoi monsignori, e stanco anche di pagare le spese legali come parte soccombente. Tra ammissioni di colpevolezza all'estero e testimonianze ritrattate in casa, la credibilità delle istituzioni finanziarie vaticane è ridotta ai minimi termini. La domanda sorge spontanea: la giustizia vaticana è davvero alla ricerca della verità o è impegnata in un'opera di "contenimento danni" per evitare che altri prelati crollino sotto il peso delle proprie responsabilità davanti a giudici meno accomodanti? E in questo labirinto giudiziario, in un processo che a tratti appare privo di capo e di coda, resta scolpita l'assurda parabola del Cardinale Becciu. In un epilogo che sfida la logica oltre che il diritto, l'alto prelato è stato condannato per peculato senza che sia mai stata provata l'appropriazione di un solo centesimo. Una condanna "algebrica" che pesa come un macigno su un dibattimento dove il rigore giuridico sembra aver ceduto il passo a necessità di ben altra natura» (Fari Pad). Di cosa ha paura la Segretaria di Stato che non vuole collaborare e difende Perlasca e co.? Nota bene: Alberto Perlasca ha fatto carriera... nella magistratura vaticana! Edgar Peña Parra è appena diventato... nunzio in Italia! Anche in spagnolo. -
Andrea Paganini (da Facebook): «ECCO COSA DEVE SUCCEDERE ENTRO OGGI, 30 APRILE 2026, IN VATICANO (sulla propaganda vaticana, che sostiene servilmente una vergognosa malagiustizia). Il 15 dicembre 2023 (era la vigilia della sentenza del cosiddetto "processo del secolo"), in un'indecente operazione di propaganda e di manipolazione, «Vatican News» volle puntellare il procedimento giudiziario che, con modalità discutibilissime, s'era protratto dentro le mura vaticane per anni. Salvatore Cernuzio – a cui fanno fare il lavoro sporco – sbandierò fra l'altro la «gran mole di documenti e di apparecchi elettronici sequestrati e il confronto degli interrogatori ai testimoni» («124.563 pagine cartacee e in dispositivi informatici e 2.479.062 files analizzati presentati dall’accusa»...). "Dimenticò" però di scrivere che Alessandro Diddi, l'accusatore, aveva occultato gran parte del materiale probatorio, aveva oscurato gran parte degli interrogatori, aveva tagliuzzato a suo piacimento i video delle testimonianze, aveva scelto a proprio gusto tra le prove da presentare tenendo nascoste le altre, che potevano servire alle difese, aveva riempito i documenti di "omissis" sparsi a proprio libido, accomodandosi le informazioni da portare al processo in maniera scorretta e illegale. E lo fece in clamorosa disobbedienza agli ordini impartiti dal Presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone, il quale fin dalle primissime udienze nell'estate del 2021 aveva intimato all'Ufficio del promotore di (in)giustizia – lo stesso Diddi – di consegnare il materiale probatorio integralmente («non cominceremo l’esame delle questioni di questo processo finché la difesa non avrà conoscenza completa degli atti»). Soprattutto Diddi aveva occultato le chat intercorse tra coloro che, manipolando il "testimone chiave" Alberto Perlasca, avevano montato il complotto contro il card. Becciu. Per una simile disobbedienza un magistrato viene punito in un Paese civile. In Vaticano invece viene premiato! Come il Tribunale d'Appello ha appena evidenziato, e contrariamente a quanto scriveva Cernuzio in quell'articolo propagandistico, il procedimento vaticano di primo grado ha brutalmente e vergognosamente violato diritti umani fondamentali, i diritti della difesa, come quello alla presunzione d’innocenza (fino a prova contraria) e quello a un giusto processo. La millantata "giustizia" del Vaticano si è così rivelata in realtà una scandalosa malagiustizia, paragonabile solo a quella di Caifa e di Pilato, circa 2000 anni fa, quando andava di moda crocifiggere innocenti e benefattori. Oggi! E le giustizie inglese, italiana e svizzera, certo meno addomesticabili di quelle di un Paese in cui non esiste la separazione dei poteri, stanno giorno per giorno smentendo tutti i teoremi del sistema vaticano, da quelli dell'Ufficio del promotore di (in)giustizia a quelli della Segreteria di Stato. Ordunque, qualche settimana fa il Tribunale di Appello ha ordinato che tale materiale occultato da Alessandro Diddi, venga consegnato integralmente entro oggi. Entro oggi, entro il 30 aprile 2026 (quasi cinque anni dopo l'ordine disatteso di Pignatone), il promotore di (in)giustizia Alessandro Diddi è obbligato a consegnare tutto il materiale probatorio. INTEGRALMENTE! Noi contiamo i minuti e aspettiamo che si ripari al più preso a un torto senza precedenti nella storia della Chiesa e dell'Umanità.» -
Enrica Riera, Processo Becciu, l'accusa protegge Diddi e deposita l'interrogatorio del teste Perlasca senza "scoprire" gli omissis. Avvocati furiosi, in «Domani», 30 aprile 2026. «Provo sconcerto e stupore per l’ennesimo rifiuto del promotore di obbedire al giudice vaticano. Come in primo grado elementi di conoscenza delicatissimi, addirittura “suscettibili di arrecare pericoli gravissimi al bene pubblico” vengono sottratti alla conoscenza dei giudici. Ci chiediamo come si possa arrivare ad un equo giudizio in queste condizioni ed a questo punto sollecitiamo l’immediata definizione del processo con l’unico esito possibile : la restituzione agli imputati del loro onore», ha commentato l’avvocato Cataldo Intrieri. Il promotore di (in)giustizia Alessandro Diddi non obbedisce alla Corte d'Appello e aspetta l'ultimo momento per – ancora una volta – prendere in giro tutti. Uno schifo! -
Le "nobili" ambizioni narcisistiche di Alessandro Diddi, il promotore di (in)giustizia del Vaticano, intervistato da due studenti del Liceo classico Eschilo diffusa in rete il 30 aprile 2026 (sta parlando del "caso Orlandi"). E una perla della logica di Diddi. Qui il promotore di (in)giustizia dimostra d'avere le idee assai confuse: sta parlando di mons. Marcinkus? È Diddi che l'ha creato cardinale, visto che lui è pratico di fare e distare a vanvera? Grottesco! -
Processo Becciu, l'accusa non deposita gli atti integrali. I legali del prelato: «Sconcertante», in «L'Unione Sarda», 30 aprile 2026. SCONCERTO! «Oggi scadeva il termine per il deposito integrale degli atti di indagine ordinato all'Ufficio del Promotore dalla Corte di Appello. Ma ciò non è avvenuto». È quanto fanno sapere gli avvocati Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo, difensori del cardinale Angelo Becciu, esprimendo «sconcerto per la determinazione assunta dall'Ufficio del Promotore di Giustizia, che, a nostro avviso, non ha ottemperato all'ordinanza della Corte di Appello dello Stato della Città del Vaticano del 17 marzo 2026». «La Corte – sottolineano Viglione e Marzo – aveva specificamente imposto il deposito integrale di tutti gli atti e documenti del procedimento istruttorio, senza alcuna possibilità di selezione per l'Ufficio del Promotore di Giustizia, ribadendo un principio essenziale: nulla può essere esaminato dal Giudice che non sia stato prima messo a disposizione delle parti». «Nonostante ciò - continuano i legali di Becciu -, l'Ufficio del Promotore ha ritenuto di poter mantenere omissis e non depositare atti, richiamando anche valutazioni di non pertinenza e irrilevanza. È esattamente la facoltà selettiva che la Corte ha escluso: l'accusa non può decidere unilateralmente quali atti la difesa abbia diritto di conoscere. Il diritto di difesa, la parità delle parti e il contraddittorio impongono la piena conoscenza degli atti». «Sono principi scolpiti nel codice di procedura penale - concludono Viglione e Marzo -, al cui rispetto la Corte di Appello si è richiamata. Ogni deposito parziale tradisce il senso dell'ordinanza e ripropone il vizio già censurato dalla Corte, con conseguente nullità della citazione a giudizio». Anche in inglese. E in tedesco. E in russo.
















































