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Sul sistema giudiziario vaticano (quarantaseiesima parte)                 >>> per la parte precedente clicca qui

«Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati?» (Agostino, De Civitate Dei, cap. IV, 4).


Partendo da due casi narrati nel libro di Daniele e nel vangelo di Giovanni, papa Francesco spiega cos’è la corruzione della giustizia: quella «che era nei giudici di ambedue i casi», sia con l'innocente Susanna sia con la donna adultera, perché «in ambedue i casi i giudici erano corrotti», tanto contro un'innocente quanto contro una peccatrice. Del resto «sempre ci sono stati nel mondo giudici corrotti» e «anche oggi in tutte le parti del mondo ce ne sono». Da parte loro, i corrotti «credono che fanno bene le cose così, si credono con impunità», ha rimarcato Francesco. A Susanna, i giudici dicono: «o fai questo o faremo una falsa testimonianza» contro di te. «Non è il primo caso che nella Bibbia appaiono le false testimonianze», ha affermato il Papa. «Pensiamo a Nabot, quando la regina Gezabele combina tutta quella falsa testimonianza; pensiamo a Gesù, che è condannato a morte con falsa testimonianza; pensiamo a santo Stefano». Ma, ha avvertito il Pontefice facendo riferimento al passo evangelico di Giovanni, «sono corrotti anche i dottori della legge che portano questa donna — scribi, alcuni farisei — e dicono a Gesù: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adultèrio. Ora Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”». E «anche questi sono giudici». Gli anziani, con Susanna, «avevano perso la testa lasciando che la lussuria si impadronisse di loro». Costoro, invece, «avevano perso la testa facendo crescere in loro un’interpretazione della legge tanto rigida che non lasciava spazio allo Spirito Santo: corruzione di legalità, di legalismo, contro la grazia». «E poi c’è la quarta persona, Gesù: la pienezza della legge», ha spiegato Francesco. E «lui si incontra come maestro della legge davanti a questi che sono maestri della legge: “Tu che ne dici?” gli domandano loro». Ai «falsi giudici che accusavano Susanna» Gesù risponde così «per bocca di Daniele: “Stirpe di Canaan e non di Giuda, la bellezza ti ha sedotto, la passione ti ha pervertito il cuore! Così facevate con le donne d’Israele ed esse per paura si univano a voi”». E «all’altro gli dice: “O uomo invecchiato nel male! Ecco, i tuoi peccati commessi in passato vengono alla luce, quando davi sentenze ingiuste, opprimendo gli innocenti e assolvendo i malvagi”». «Questa è la corruzione di questi giudici» ha proseguito il Pontefice in riferimento al passo dell’Antico testamento. Invece «agli altri giudici Gesù dice poche cose: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”». In conclusione il Papa ha invitato a pensare a «questa strada, alla malvagità con la quale i nostri vizi giudicano la gente», perché «anche noi giudichiamo nel cuore gli altri» (sintesi della meditazione mattutina di papa Francesco, 3 aprile 2017).

L'operato del Promotore di (In)Giustizia Alessandro Diddi nel "processo del secolo" è connotato da una serie impressionante di negligenze e lacune (abbagli, granchi, errori, omissioni e gravi pecche), nel migliore dei casi. Ma nel sistema giudiziario del Vaticano – dove non vige una conquista della civiltà moderna come la separazione dei poteri – si sono visti anche imbeccamenti calunniosi a certa stampa, «macroscopiche e sconcertanti trasgressioni dei capisaldi elementari del giusto processo» (Geraldina Boni), leggi modificate a procedimento in corso (sempre in sfavore degli imputati: rescripta che «si sono rivelati ingiusti e irrazionali», sempre Boni), magistrati dell'accusa che non obbediscono al giudice, video di testimonianze censurati, verbali pieni di omissis, testimoni che ammettono d'essere stati manipolati (senza che si approfondisca per capire da chi e perché), interrogatori calendarizzati e poi cancellati, messaggi chat tenuti nascosti, una pregiudicata che muove le pedine a proprio piacimento, promotori di giustizia indegni che non ne azzeccano una, giudici che approvano senza battere ciglio... E intollerabili interventi censori sul materiale probatorio. PERCHÉ? Cosa nasconde il Tribunale vaticano? La cosa più grave – a mio parere – è accaduta nel gennaio del 2023: i Giudici, dopo averlo calendarizzato, hanno inspiegabilmente cancellato l'interrogatorio della Chaouqui previsto per il 16 febbraio 2023 (già spostato una volta), nonché il confronto Chaouqui-Ciferri, richiesto dalle difese. In un articolo del 14 gennaio 2023 si legge un'affermazione di Chaouqui, mossa evidentemente da odio: «Io e il papa abbiamo un nostro modo di comunicare informazioni, e non lo spiegherò nei dettagli certo a voi» (QUI). Parlava ai giornalisti che aveva convocato per il suo show, ma… in tribunale non si potrebbe pretendere che spieghi questo “modo di comunicare”? Chi faceva da tramite tra Chaouqui e il papa Francesco? Forse la stessa persona che gli portò l'«Espresso» prima ancora che arrivasse nelle edicole? COME MAI il Promotore di (In)Giustizia Diddi ha nascosto 120 su 126 messaggi intercorsi tra la Chaouqui e la Ciferri? E COME MAI i documenti pontifici e il materiale riservato della Santa Sede detenuti abusivamente dalla Chaouqui, trovati durante una perquisizione effettuata dalla Guardia di Finanza di Roma nel dicembre del 2020, non hanno ancora avuto conseguenze sul piano giuridico? Le contraddizioni emerse sono davvero troppe ed è necessario che tutte le parti dispongano integralmente dei verbali di Perlasca e di tutti i messaggi inoltrati dalla Ciferri, com'era necessario che potessero interrogare approfonditamente la Chaouqui, onde far emergere i retroscena e le motivazioni rancorose delle sue montature. Se non adempie le condizioni minime per il giusto processo, la Giustizia vaticana dimostra di non amare la verità e perde la propria credibilità. E quanto sia importante essere credibili l'ha testimoniato con la vita un magistrato serio e beato: Rosario Livatino. Nel febbraio 2023 papa Francesco ha detto ai magistrati che bisogna «evitare il rischio di "confondere il dito con la luna": il problema non sono i processi, ma i fatti e i comportamenti che li determinano». In questo modo si presume però che quei comportamenti e quei fatti siano veri, contraddicendo ciò che più volte il Papa stesso ha sostenuto in altri contesti, vale a dire che la presunzione di innocenza fino a prova contraria è un diritto umano fondamentale e fa parte delle «armi legali di garanzia. [...] Perché se iniziamo a uscire da quelle garanzie, la giustizia diventa molto manipolabile». Ma se la luna non c'è? Non è forse il senso stesso dei processi quello di verificare se le accuse ipotizzate nel rinvio a giudizio sono vere o false, se sono fondate sulla realtà o su una messinscena? Se bastasse l'esistenza di un processo per dedurre che fatti e comportamenti sono reali, allora non sarebbe nemmeno necessario aspettarne l'esito, sarebbe una perdita di tempo, visto che tutto è già "chiaro" prima; allora Gesù era colpevole a prescindere, e non c'è nulla da discutere, tanto più che era accusato dalla più alta autorità religiosa dell'epoca. Ma CHI ha scritto quel discorso a papa Francesco?, il quale solo poche settimane prima aveva  chiarito lucidamente: «... guardatevi da coloro che creano l’atmosfera per un processo, qualunque esso sia. Lo fanno attraverso i media in modo tale da influenzare coloro che devono giudicare e decidere. Un processo deve essere il più pulito possibile, con tribunali di prima classe che non hanno altro interesse che salvare la pulizia della giustizia». E allora, COM'È POSSIBILE ciò che è accaduto nell'Ufficio del Promotore di (In)Giustizia negli ultimi anni? E negli stessi giorni in cui è stata pronunciata la sentenza sul "caso Becciu" sono stati rimpolpati gli stipendi dei magistrati vaticani.

Un magistrato dev’essere come la moglie di Cesare: non solo deve essere onesto, ma anche sembrare onesto. Di più, non solo deve essere corretto, ma non deve lasciare dubbi sulla sua correttezza: non è possibile che un magistrato, disobbedendo al Giudice, tenga nascosto materiale probatorio in un processo; non è possibile che ritagli i video degli interrogatori e oscuri le testimonianze con “omissis” distribuiti a proprio piacimento; non è possibile che protegga testimoni che hanno manipolato o che sono stati manipolati per incastrare altre persone; non è possibile che nasconda 120 su 126 messaggi che gli sono stati inoltrati perché venissero resi noti alla Giustizia; non è possibile che usi strumentalmente la stampa amica o cooptata per mettere alla gogna persone che avrebbero diritto a un giudizio equo ed equilibrato; non è possibile che tratti gli inquisiti in modo differente, portandone alcuni a giudizio e ignorando i reati degli altri, a seconda delle convenienze o dei suoi teoremi precostituiti. Non è possibile, insomma, che sussista neanche il dubbio o l’impressione che abbia nascosto o manipolato la verità, anziché portarla alla luce. E che per cotanta prestazione gli sia stato alzato lo stipendio! E invece, mentre Perlasca – definito da Diddi «incapace e inetto» (il capo dell'Ufficio amministrativo del Vaticano!) – (ri)diventa promotore di giustizia, nella primavera 2024 viene introdotta una sorta di impunità per i magistrati! Chi ha orecchi per intendere tragga le conseguenze. Ne va della credibilità della Chiesa Cattolica, non solo del Vaticano. E intanto:

1) Il Papa legifera anche in Italia (contra legem)? Nel marzo del 2024 scoppia lo "scandalo dossieraggio": emerge che nel luglio del 2019 – nello stesso mese in cui papa Francesco con il secondo dei quattro "rescripta" (modifiche alla legislazione, ovviamente vaticana, adottate unicamente per questo procedimento contro Becciu, in deroga alle comuni regole del processo stabilite per legge!) autorizzò lo IOR e l’ufficio del promotore di giustizia ad adottare strumenti tecnologici di intercettazione contro i «soggetti le cui attività di comunicazione siano ritenuti utili per lo svolgimento delle indagini» (e ciò «con il più assoluto riserbo» e con «le modalità più adeguate per l’acquisizione, utilizzazione e conservazione delle prove raccolte») – Pasquale Striano, luogotenente della Guardia di Finanza italiana in servizio alla Procura nazionale antimafia italiana, effettuò accertamenti non autorizzati (quindi illegittimi) contro varie persone coinvolte nel cosiddetto "processo del secolo" in Vaticano; all'operazione avrebbero partecipato anche un magistrato, Antonio Laudati, e membri dei Servizi segreti (deviati?). Il procuratore di Perugia Raffaele Cantone l'ha definito «un verminaio» e pare che dati segreti siano stati forniti – sempre illegalmente – a Servizi stranieri. Anche a quelli del Vaticano, dove – contrariamente alle indicazioni di Moneyval – agiscono magistrati che lavorano/hanno lavorato pure nella giustizia italiana? La domanda diventa fondamentale: CHI SONO I MANDANTI? Chi era a conoscenza di quel "rescriptum" tenuto segreto? Chi in quel momento sapeva che i promotori di giustizia stavano indagando su Becciu? Erano davvero pochissime persone...! E chi di loro poteva intrattenere un contatto (diretto o indiretto) con Striano? Suvvia, non dovrebbe essere difficile trovare la verità. A meno che chi dovrebbe cercare la verità... la voglia in realtà nascondere. Diddi ora dovrebbe indagare sui mandanti in Vaticano... con UN CONFLITTO DI INTERESSE GRANDE COME UNA MONTAGNA!

2) Come se non bastasse, nell'estate del 2024, quando il Tribunale sta ancora scrivendo le motivazioni della sentenza contro Becciu, emergono intrecci sconcertanti; mentre il promotore di (in)giustiza Diddi difende presunti mafiosi e criminali assortiti, il Presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone – anche lui pagato con l'Obolo di San Pietro – risulta indagato dalla Procura di Caltanissetta per favoreggiamento alla mafia e per aver comprato delle case in nero dai mafiosi. Prima di morire, il giudice Paolo Borsellino definì la Procura di Palermo «un nido di vipere»; e profetizzò: «Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia. La mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno i miei colleghi e altri». A chi si riferiva? Chi erano le vipere tra i colleghi di Borsellino? Nessuno sia considerato intoccabile! «La giustizia è una cosa divina, peccato che sia affidata agli uomini», ha detto Pignatone; e come dargli torto? Pignatone è ricattato o ricattabile dalla mafia? Con quale credibilità ora il giudice Pignatone può argomentare la condanna contro un imputato distrutto da una campagna stampa di diffamazione senza precedenti e che presenta tutte le caratteristiche del mascariamento? Un indagato per favoreggiamento alla mafia non può essere il Presidente del Tribunale vaticano e pronunciare sentenze in nome del S. Padre.

3) Nell'aprile del 2025, con la scoperta delle chat tenute colpevolmente nascoste dal promotore di ingiustizia Diddi (chat presentate in una denuncia all'ONU), emergono le prove del complotto imbastito contro Becciu dal trio Chaouqui-Ciferri-Perlasca, apparentemente con la collaborazione dello stesso Diddi, l'«anello debole» della catena (e quindi manipolabile?), il quale mentendo ha sempre detto di non essere stato in contatto con Chaouqui. C'è dietro un loschissimo "do ut des"?

4) Il 12 gennaio 2026, finalmente, la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso in appello del Promotore di (in)giustizia Diddi; lui – vigliaccamente – ha aspettato l'ultimo giorno per fare un passo indietro dal processo, avendo nel frattempo ritardato di ulteriori tre mesi l'iter giudiziario: una vergogna!

5) Il 17 marzo 2026 la Corte d'Appello, diretta da Alejandro Arellano Cedillo, ha dichiarato che il processo è in gran parte da rifare, perché l'Ufficio del Promotore di (In)Giustizia non ha ancora consegnato integralmente il materiale probatorio e inoltre perché i rescripta di papa Francesco non sono mai stati pubblicati: una legge che non si possa leggere non è una legge valida, almeno dove vigono i diritti umani. Oppure si violano i diritti di difesa, compreso quello alla piena conoscenza degli atti, incluse ora le chat di chi ha montato l'imbroglio.

Per Gesù – come per Dante – i «porci» sono, fuor di metafora, le persone indegne (Mt.,7,6; Dante, Inf., VIII; Purg., XIV; Par., XXIX). Del resto il cardinale Julián Herranz, Presidente emerito del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi e Presidente emerito della Commissione Disciplinare della Curia Romana, aveva già rilevato il rischio legato a questa magistratura: «Un fatto che per esempio danneggia o può danneggiare l’indipendenza della funzione del Papa, e causa pregiudizio all’immagine della Chiesa e del Pontificato, è la fuga di notizie relative a comportamenti delittuosi ancora nella fase istruttoria o sotto processo. Queste fughe, in se stesse illecite, possono risultare ingiustamente ingiuriose per alcune persone, e mettere in pericolo – creando pressioni e divisioni nell’opinione pubblica – l’indipendenza del processo giudiziario. In questo modo si cade nel vizio della corruzione che in alcuni Paesi oggigiorno coinvolge la funzione giudiziaria (paesi anche di famosa tradizione giuridica) e porta alla dipendenza dai poteri mediatici, politici e finanziari della società civile. Il fatto, inoltre, che i tribunali dello Stato Vaticano siano costituiti nella loro maggioranza da giudici e promotori di giustizia procedenti dalla Magistratura di una determinata nazione, fanno dubitare che questo foro sia il più logico e competente per giudicare delitti che per la loro natura afferiscono al bene comune della Chiesa universale e si riferiscono a membri della gerarchia ecclesiastica e organi di governo della Santa Sede».

La domanda è ormai imbarazzante, in Italia come in Vaticano: chi deve indagare e cercare la verità, se le persone sospette, coloro che si comportano in modo equivoco o losco, sono i magistrati e i membri delle forze dell'ordine (Diddi, Pignatone, De Santis, Striano, Laudati, Cafiero De Raho, Natoli, Scarpinato...)?


  1. BulletAurelie Nimarin, Giustizia vaticana o sentenza pilotata?, in «Faro di Roma», 9 aprile 2026. Vi prego, se credete che la giustizia sia un valore importante, leggete questo testo con attenzione, frase per frase, parola per parola. E facciamolo sapere al mondo intero! «L’uguaglianza davanti alla legge non esiste laddove la legge viene adattata alle esigenze del momento. (…) In questo contesto vale la pena ricordare l’avvertimento di Hannah Arendt: "I più grandi crimini non sono commessi da demoni, ma da persone comuni che hanno accettato un ordine delle cose in cui il crimine non appare più come crimine". Sembra che proprio una simile mentalità, durante il pontificato di Francesco, abbia messo radici profonde: verso l’esterno una retorica morale centralizzata, e verso l’interno regole flessibili, interventi personali, meccanismi straordinari e cerchie di fiducia. (…) La firma di un ordinamento giuridico sano è la prevedibilità: si sa chi decide, in base a quale legge, con quale procedura, con quali garanzie e entro quali limiti. La firma di un sistema malato è l’improvvisazione: oggi vale una cosa, domani un’altra; oggi si richiama la regola, domani l’eccezione; oggi si parla di diritto, domani di “interesse superiore”. (…) Se nel “processo del secolo” è stato possibile compromettere standard procedurali fondamentali, modificare con atti pontifici il quadro dell’indagine e negare alla difesa ciò che le spetta per legge, allora è legittimo dubitare anche del più ampio modo di operare degli organismi vaticani di quel periodo. (...) Ciò non significa che ogni sentenza sia invalida, né che ogni decisione dei dicasteri vaticani sia stata frutto di corruzione. Ma significa che è stata incrinata la premessa fondamentale della fiducia. E quando viene meno la fiducia nell’ordinamento giuridico, ogni decisione comincia ad apparire come il risultato di relazioni, e non della norma. (…) relazioni, improvvisazione e una cultura corruttiva del favore non possono essere un modo accettabile di governare la Chiesa. La Chiesa può sopravvivere allo scandalo di un singolo uomo. Più difficilmente sopravvive allo scandalo di un sistema. E con la massima difficoltà sopravvive al momento in cui i fedeli e l’opinione pubblica giungono alla conclusione che ai suoi vertici non si sia giudicato secondo diritto, ma secondo interesse, relazioni, equilibri di lealtà e volontà di chi aveva accesso alle leve del potere.  (...) Nella Settimana Santa la Chiesa fa memoria di ciò che non dovrebbe mai dimenticare: il suo Signore non fu vittima di un processo giusto, ma di un’ingiustizia rivestita della forma di un tribunale. Cristo non fu condannato perché la verità fu sconfitta dagli argomenti, ma perché l’interesse fu più forte del diritto e la paura più forte della coscienza. Per questo la Settimana Santa non è soltanto un tempo di devota memoria, ma anche un tempo di serio esame di coscienza per la Chiesa — non solo per i singoli, ma anche per le sue istituzioni, i tribunali, i dicasteri e le strutture arcidiocesane e diocesane. La Chiesa che contempla Cristo davanti a Pilato deve avere il coraggio di interrogare se stessa: dove siamo e abbiamo forse anche noi permesso che l’interesse prevalesse sul diritto, che il potere sostituisse la giustizia e che l’esito diventasse più importante della verità? Ma il Venerdì Santo non è l’ultima parola. L’ultima parola non appartiene né all’ingiustizia, né alla menzogna, né alla manipolazione, né ai processi pilotati. L’ultima parola è la Pasqua, la vittoria della verità sulla menzogna, della giustizia sull’arbitrio, della luce sulle tenebre e della vita sulla morte.»

  2. BulletNew Digest e Jacob Neu, Promulgation and Lawmaking: a Comment on The Vatican's Becciu Case, in «The New Digest», 9 aprile 2026. Può Dio disegnare un cerchio quadrato? Figurarsi un Papa! E un Papa laureato in matematica e in diritto canonico lo sa bene. «Is God able to make a square circle? No, He cannot, because to do so violates the principle of non-contradiction. To come to any other conclusion would be pure nominalism, and our conclusion that square circles are impossible even for God does not contradict the fact of God’s omnipotence. The same applies to the Rescript. If the definition of “law” has any meaning, the Court of Appeal cannot decline to apply that definition, even when considering Papal actions. In summary, even in a system of combined powers under an absolute monarch, “law” still retains its essence as reasoned ordinances directed to the common good, issued by him having care of the community, and promulgated. The Court of Appeal’s decision is the correct one, and I think it would have been more scandalous had it arrived at a different decision.» Del resto gli scandalosi articoli di Ed Condon non sorprendono affatto: «The Pillar» è – insieme a «L'Espresso», a Maria Antonietta Calabrò ecc. – uno dei pilastri del brutale complotto (mascariamento) ordito contro l'innocente card. Becciu.

  3. BulletPaolo Rudelli ya es Sustituto, presión de Estados Unidos al Vaticano, León XIV suspende el proceso de Jorge Novak, ¿anular el pontificado del Papa Francisco?, el caso Fontgombault, la Iglesia Católica y Orbán, el viaje a España, la visita apostólica a Heiligenkreuz, el desconcierto de los conversos, in «Infovaticana», 9 aprile 2026. «El problema radica en el modelo de gobierno, un modelo en el que las normas no se perciben como límites al poder, sino como instrumentos de poder. (...) La igualdad ante la ley no existe cuando la ley se adapta a las necesidades del momento es la confirmación judicial de que la imparcialidad del juicio se ha visto comprometida, la lógica de resistencia, ocultamiento y control del acceso a los documentos continúa. «Los mayores crímenes no los cometen los demonios, sino la gente común que ha aceptado un orden de cosas en el que el crimen ya no se percibe como crimen». Esta es una mentalidad ha echado raíces profundas durante el pontificado de Francisco: una retórica moral centralizada en el exterior y reglas flexibles, intervenciones personales, mecanismos extraordinarios y círculos de confianza en el interior. No hace falta argumentar que todas las decisiones de los tribunales vaticanos o los dicasterios durante ese período fueron corruptas para plantear una cuestión mucho más seria: ¿cuántas de esas decisiones se tomaron en un contexto donde las relaciones, la confianza, los canales informales y la proximidad al centro del poder eran más valiosos que un procedimiento canónico claro y justo?»

  4. BulletIvo Pincara, Processo Becciu: la crisi del sistema giudiziario vaticano, in «Korazym», 9 aprile 2026.

  5. BulletNiccolò Magnani, Stragi Falcone-Borsellino, pm: archiviazione Mafia-appalti / La 'pista' esiste, mancano i nomi: cosa succede, in «Il Sussidiario», 13 aprile 2026. «Resta apertissimo il filone d’inchiesta contro gli ex magistrati Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone, indagati per favoreggiamento aggravato per aver – secondo l’accusa – favorito la mafia siciliana, insabbiando il dossier Mafia-appalti dopo le morti nelle Stragi del 1992. »

  6. BulletSalvo Palazzolo, Stragi '92: "Mafia-appalti tra le cause". I pm chiudono un fascicolo, ma continuano a indagare, in «La Repubblica», 13 aprile 2026.

  7. BulletStragi del '92. i pm di Caltanissetta chiedono l'archiviazione dell'indagine mafia-appalti per la morte di Falcone e Borsellino, in «L'Unità», 13 aprile 2026.

  8. BulletStragi '92: PM chiedono archiviazione di un filone dell'inchiesta, in «Rainews», 13 aprile 2026.

  9. BulletGiuseppe Pipitone, La procura di Caltanissetta: "Archiviare l'inchiesta su Mafia e appalti causa delle stragi di Capaci e via D'Amelio", in «Il Fatto Quotidiano», 14 aprile 2026.

  10. BulletAndrea Ossino, Dossieraggi all'Antimafia. Striano spiava il Vaticano "Scandali noti in anticipo", in «La Repubblica», 14 aprile 2026. La domanda è sempre la stessa: chi erano – e sono – i mandanti dentro il Vaticano?

  11. BulletLuca Arnau, Dossieraggi all'Antimafia, Striano spiava anche il Vaticano: i nomi cercati prima degli scandali e il sospetto di una rete che sapeva tutto in anticipo, in «La Capitale», 14 aprile 2026. «Ed è proprio la cronologia a rendere la vicenda potenzialmente devastante. Perché le ricerche, secondo l’accusa, sarebbero iniziate il 19 luglio 2019. Ma il Vaticano annuncerà le perquisizioni solo il primo ottobre. E i nomi coinvolti diventeranno pubblici il giorno seguente. In mezzo c’è un vuoto temporale che pesa come una confessione mancata. (...) Come se qualcuno volesse vedere arrivare il terremoto prima che la terra iniziasse a tremare. E se davvero è andata così, allora il problema non è soltanto giudiziario. È istituzionale. È quasi strutturale. (...) C’è il sospetto che l’accesso alle informazioni non fosse fine a sé stesso, ma servisse a muoversi prima degli altri. Anticipare, conoscere, forse persino orientare. (...) Se i nomi del Vaticano venivano cercati prima che il caso esplodesse, allora qualcuno si muoveva su una linea di vantaggio che non avrebbe mai dovuto esistere. E se questo è successo davvero, non siamo davanti a un’anomalia burocratica o a una semplice deviazione individuale. Siamo davanti a un uso clandestino del sapere, alla privatizzazione del segreto, a un pezzo di apparato che smette di servire lo Stato e comincia a servire altro.» Ma se, come sembra, era tutta una montatura...

  12. BulletVincenzo Bisbiglia, Striano, "spiati" pure i coimputati di Becciu, in «Il Fatto Quotidiano», 14 aprile 2026. Che razza di marciume c'è dietro il complotto che ha incastrato l'innocente Becciu?

  13. BulletStragi del '92, i pm chiedono l'archiviazione dell'indagine mafia-appalti, in «Ansa», 14 aprile 2026. A proposito del giudice vaticano che ha condannato, senza una prova, il card. Becciu. «Secondo gli inquirenti, l'ex pm Natoli, su istigazione di Pignatone, svolgendo una inchiesta solo apparente, avrebbe aiutato gli imprenditori mafiosi Antonino Buscemi e Francesco Bonura, l'imprenditore e politico Ernesto Di Fresco e gli imprenditori Raoul Gardini, Lorenzo Panzavolta e Giovanni Bini (gli ultimi tre al vertice del Gruppo Ferruzzi) a sfuggire alle indagini anche ordinando la distruzione (in realtà mai avvenuta) dei brogliacci di alcune intercettazioni. Una sorta di depistaggio che sarebbe stato organizzato per impedire a magistrati come Paolo Borsellino di andare a fondo sugli interessi di Cosa nostra sui lavori pubblici.»

  14. BulletIl Procuratore capo di Caltanissetta De Luca: "Falcone si era reso conto dell'enorme valore investigativo del dossier mafia e appalti", in «Il Fatto Nisseno», 14 aprile 2026.

  15. BulletIvana Balunco, Mafia e appalti, De Luca: «Indagini apparenti», in «Giornale di Sicilia», 14 aprile 2026. «Pignatone e Natoli sono accusati di favoreggiamento aggravato dall’aver favorito la mafia; per questo reato è intervenuta la prescrizione. Natoli è inoltre accusato anche di calunnia. Secondo gli inquirenti, avrebbero insabbiato il cosiddetto dossier mafia appalti.»

  16. BulletRita Cavallaro, Striano dietro le "spiate" sul Vaticano. L'ex finanziere verso il rinvio a giudizio, in «Il Giornale», 14 aprile 2026. «Dai colloqui sono emersi elementi che hanno spinto i magistrati a richiedere altre verifiche, grazie alle quali è stato accertato come ci siano sempre Striano&Co dietro le spiate sul Vaticano che hanno fatto deflagrare lo scandalo sul cardinale Angelo Becciu per la compravendita del palazzo di Londra, confluito nel processo del secolo. Tra il 2019 e 2020 Striano, in qualità di «tenente della Guardia di Finanza ed ufficiale di polizia giudiziaria in servizio esclusivo presso la Procura Nazionale Antimafia, assegnato al 'Gruppo Sos' ed esecutore materiale degli accessi abusivi», si legge nell'atto, «effettuava accessi su banche date in uso al Corpo della Guardia di Finanza traendo informazioni» su diverse persone coinvolte nell'inchiesta vaticana, tra cui il finanziere Francesco Mincione.»

  17. BulletCaso Striano, nuovo avviso di chiusura indagini dalla Procura di Roma, in «Il Dubbio», 14 aprile 2026.

  18. BulletPm De Luca: "Mafia-appalti concausa della strage di via D'Amelio", in «LiveSicilia», 14 aprile 2026. «De Luca ha denunciato gravi errori investigativi di Pignatone, richiamati con precisione e riguardanti proprio mafia e appalti. De Luca ha poi ricordato gli ingenti acquisti immobiliari di Pignatone e famiglia presso società di persone appartenenti a vere e proprie cosche»

  19. BulletFrancesca Galici, Stragi '92, Gasparri: "Per il pm De Luca l'inchiesta mafia e appalti è stata concausa decisiva", in «Il Giornale», 14 aprile 2026. «De Luca (...) “ha denunciato gravi errori investigativi di Pignatone, richiamati con precisione e riguardanti proprio mafia e appalti” e “ha poi ricordato gli ingenti acquisti immobiliari di Pignatone e famiglia presso società di persone appartenenti a vere e proprie cosche”. (...) La posizione di Pignatone e Natoli, quindi, “è oggetto di altro procedimento, ancora pendente. Un procedimento che riguarda mancate indagini sulla famiglia Buscemi e sul gruppo Ferruzzi. Questo reato di favoreggiamento è ormai prescritto. Tuttavia, il comportamento di Pignatone e Natoli è considerato connesso alla vicenda della strage: l’inerzia investigativa, denunciata ancora una volta in modo circostanziata da De Luca, avrebbe rafforzato l’isolamento di Borsellino, sempre più in pericolo perché era l'unico in Procura intenzionato ad andare in fondo alle indagini sugli appalti, agendo in modo ben diverso rispetto ad altri suoi colleghi”»

  20. BulletRoberto Greco, Stragi del '92: Il "nodo" Mafia-Appalti verso l'archiviazione. Ma la verità resta un puzzle incompleto, in «L'Altroparlante», 14 aprile 2026. «La Procura di Caltanissetta continua infatti a indagare su figure di spicco della magistratura dell’epoca, tra cui l’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e l’ex magistrato Gioacchino Natoli. L’ipotesi al vaglio è pesante: aver favorito l’insabbiamento di parti del dossier mafia-appalti nei primi anni ’90. Questa “inchiesta nell’inchiesta” cerca di chiarire se vi fu una volontà deliberata di “smontare” il lavoro del ROS, omettendo atti o ritardando perquisizioni che avrebbero potuto cambiare la storia della lotta alla mafia.»

  21. BulletFelice Manti, La doppia verità di Scarpinato smontata in Antimafia, in «Il Giornale», 14 aprile 2026. «Le "false indagini, piene di anomalie" portano la firma di Giuseppe Pignatone e Gioacchino Natoli, entrambi indagati per favoreggiamento alla mafia assieme all’ex capo della Procura Pietro Giammanco (oggi deceduto), considerato inaffidabile da Falcone e Borsellino che peraltro sciolse il pool antimafia e a cui Scarpinato era particolarmente legato. Tutti pm di eccezionale livello professionale commettono tutti lo stesso errore: risparmiare imprenditori amici (con cui qualcuno come Pignatone fece anche affari) "attraverso indagini nascoste ai vertici dell’ufficio, intercettazioni ignorate se non smagnetizzate, deleghe alla Finanza anziché al Ros", spiega De Luca.»

  22. BulletFenesia Calluso, Il Procuratore De Luca parla alla Commissione Antimafia, in «Tg1», 14 aprile 2026. Davvero quei magistrati erano "I MIGLIORI"? Figurarsi allora gli altri! Giuseppe Pignatone è il giudice che in Vaticano ha condannato un innocente!

  23. BulletDe Luca in commissione Antimafia: boss impuniti per errori di magistrati eccellenti, in «Rainews», 14 aprile 2026. Errori? Orrori!

  24. BulletRiccardo Lo Verso, L'isolamento, le stragi, il dossier "mafia e appalti": la verità da trovare, in «LiveSicilia», 14 aprile 2026. «L’allora procuratore di Palermo Pietro Giammanco e i pm Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone, indagati per favoreggiamento aggravato dall’aver favorito la mafia (il reato è prescritto, mentre Natoli risponde anche di calunnia), avrebbero fatto poco o nulla per accertare la verità.»

  25. BulletTonino Laghi, Sulle stragi i pm fecero «indagini apparenti», in «La Verità», 15 aprile 2026. Se la giustizia – italiana e vaticana – è nelle mani di personaggi loschi e sospetti...

  26. BulletLaura Distefano, Il fuoco incrociato delle toghe sulle stragi. L'amarezza del legale dei figli di Borsellino: «La verità è un diritto», in «La Sicilia», 15 aprile 2026. Perché papa Francesco si è fidato di un soggetto ricattabile come Giuseppe Pignatone? «La procura di Caltanissetta punta il dito su tre toghe: Giuseppe Pignatone e Gioacchino Natoli, entrambi indagati per favoreggiamento alla mafia (il fascicolo a loro carico, a differenza di quello a carico di ignoti, è ancora aperto) e l'ex capo della procura Pietro Giammanco, nel frattempo deceduto. «Non diciamo che anche il magistrato migliore non possa fare errori - ha detto De Luca - Il punto è che in tutta questa vicenda ci troviamo di fronte a pm di eccezionale livello professionale, ma tutti gli errori vanno nella stessa direzione e cioè verso l’impunità di Buscemi e dei vertici di Ferruzzi che operavano in Sicilia».

  27. BulletMarco Scotto, Il processo Becciu e la fine di una narrazione: perché oggi tutto va riscritto, in «Affari Italiani», 15 aprile 2026. «... la presunzione di innocenza è rimasta schiacciata sotto il peso di una condanna anticipata. Ben prima dell’inizio del dibattimento, infatti, una parte consistente della stampa aveva già emesso il proprio verdetto: quello di un alto prelato che si sarebbe appropriato di denaro della Chiesa per operazioni speculative. Una storia che sembrava già scritta, con un colpevole designato e un’opinione pubblica pronta a seguirne la narrazione. (...) La vera cesura arriva però con il giudizio d’appello. La Corte vaticana ha accolto le eccezioni delle difese, rilevando vizi procedurali gravi: dal mancato deposito integrale degli atti di indagine alle problematiche legate ai Rescripta pontifici.  (...) Il processo dovrà essere rifatto da capo. Non per indulgenza, ma perché l’impianto originario presentava vizi strutturali tali da comprometterne la legittimità. (...) In questo contesto assume un peso particolare l’atteggiamento del cardinale Becciu, che non si è mai sottratto al processo: ha partecipato a tutte le udienze, si è sottoposto a interrogatori lunghi e complessi, ha mantenuto una linea difensiva tecnica e misurata, affidata agli avvocati Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo. Una strategia fondata su un punto fermo: dimostrare l’assenza di condotte appropriative. Una linea sobria, mai urlata, ma sostenuta con assoluta fermezza. Durante il dibattimento sono emerse crepe significative nell’impianto accusatorio, anche grazie all’analisi delle testimonianze e delle comunicazioni tra i soggetti coinvolti. Uno dei momenti più clamorosi fu l’arrivo, nella notte, delle famose chat depositate in aula: messaggi che confermavano le intuizioni della difesa e gettavano nuova luce sul ruolo del testimone chiave, l’ex capo dell’ufficio amministrativo. Siamo lontani dal linciaggio iniziale. Resta un processo da celebrare nuovamente. E soprattutto, resta una verità da accertare — questa volta nel pieno rispetto delle regole.»

  28. BulletDamiani Aliprandi, «La gestione del dossier mafia-appalti garantì un'impunità totale...», in «Il Dubbio», 15 aprile 2026. Di soggetti come Giuseppe Pignatone si è fidato papa Francesco, per amministrare la giustizia in Vaticano? «Fu Borsellino a riceverle e le assegnò a Lo Forte e Pignatone. Da notare che entrambi erano titolari del dossier mafia-appalti. Quelle carte, però, furono trasmesse a Natoli. Alla fine, il procedimento venne archiviato e le bobine smagnetizzate, mentre i brogliacci furono distrutti su ordine scritto dello stesso Natoli: si tratta del primo provvedimento in assoluto di quel tipo depositato nella Dda di Palermo. De Luca lo definisce un meccanismo che può potenzialmente diventare un «buco nero» dove far sparire le intercettazioni senza lasciare traccia. Abbiamo quindi, nello stesso arco temporale, due archiviazioni di due procedimenti che, invece di unirsi, hanno viaggiato su due binari diversi. La terza strada è il procedimento 1500-93, riaperto da Pignatone nel 1993 a seguito di ulteriori trasmissioni da Massa Carrara. Anche qui le indagini ci furono, ma un gravissimo errore procedurale le vanificò. I referenti del gruppo Ferruzzi in Sicilia, Giovanni Bini e Lorenzo Panzavolta, vennero interrogati senza essere iscritti nel registro degli indagati. L’iscrizione arrivò tardivamente, oltre un anno dopo gli interrogatori. Quando il fascicolo passò ai colleghi Saieva e Boccassini, questi trovarono i termini scaduti e le prove inutilizzabili, rendendo inevitabile l’archiviazione. Lo stesso procuratore Patronaggio ha riferito alla Procura di Caltanissetta di essere stato «l’utile idiota» in quella vicenda.»

  29. BulletGiuseppe Bianconi, Il pm accusa: «Così fu insabbiata l'indagine su mafia e appalti. La strage di via D'Amelio fu una concausa», in «Corriere della Sera», 15 aprile 2026. Ancora sul giudice del Vaticano, Giuseppe Pignatone, che – ricattabile! – ha condannato un innocente: «"La gestione del rapporto mafia-appalti, e in generale il tema mafia-appalti, è una delle concause della strage di via D’Amelio", l’autobomba che il 19 luglio 1992 uccise il procuratore aggiunto di Palermo Paolo Borsellino e 5 agenti di scorta; e il procuratore dell’epoca Pietro Giammanco (morto nel 2018), spalleggiato dagli allora sostituti procuratori Giuseppe Pignatone che era uno dei suoi principali collaboratori e Gioacchino Natoli che ne trasse vantaggi nella carriera in magistratura, insabbiarono l’inchiesta che invece stava tanto a cuore a Borsellino.»

  30. BulletSalvo Palazzolo, De Luca su via D'Amelio: "La fine di Borsellino decisa sopo Casa Professa", in «La Repubblica», 15 aprile 2026.

  31. BulletEnnesima audizione di De Luca in antimafia nazionale, Strage di Via D'Amelio e dossier Mafia & Appalti, in «Videosicilia», 15 aprile 2026.

  32. BulletPiero Sansonetti, Accusa tremenda della Procura: la gestione di mafia-appalti fu la causa dell'uccisione di Borsellino, in «L'Unità», 15 aprile 2026.

  33. BulletDamiano Aliprandi, Mafia-Appalti: l'atto che scuote il passato delle toghe di Palermo, in «Il Dubbio», 15 aprile 2026. «Francesco Pignatone, padre del magistrato Giuseppe, uno dei titolari dell’indagine, era presidente dell’Espi, l’unico socio azionista della Sirap, la società al centro dell’inchiesta. Nonostante questo, Pignatone rimase titolare del procedimento e firmò provvedimenti che riguardavano direttamente la Sirap, incluse le proroghe delle intercettazioni sulle sue utenze. Il gip nisseno fu preciso: «Una più attenta valutazione di opportunità» avrebbe dovuto spingere il magistrato a non occuparsi di quella vicenda. Prima di consegnare l’informativa ai giudici del riesame, circa un terzo del rapporto venne omissato. Lo ha confermato Lo Forte in una dichiarazione del 2025: «Un terzo dell’informativa del febbraio 1991 venne omissato, prima del deposito degli atti al riesame, da me e Pignatone con l’ausilio del cancelliere». Il problema però è quello che rimase leggibile: nelle parti depositate al riesame erano visibili le posizioni di Antonino e Salvatore Buscemi, comprese le loro cointeressenze con il Gruppo Ferruzzi. I Buscemi non erano tra gli arrestati. Nessuno dei titolari del procedimento è riuscito a spiegare per quale ragione quella parte non fosse stata coperta. Il gip aveva già rilevato nel 2000 che quella scelta aveva avuto «la conseguenza, diretta ed immediata, di sminuire le possibili aspettative di futuri e concreti sviluppi investigativi», avendo messo sull’avviso soggetti ancora indagati. Nel 2024 l’ex ufficiale Umberto Sinico, sentito il 18 aprile, raccontò di aver relazionato personalmente a Pignatone dei legami tra il gruppo Ferruzzi e i Buscemi, e di aver avanzato richiesta di perquisizioni nei confronti di Siino, Lipari e Buscemi. La richiesta non fu accolta. E spiegò che il suo gruppo aveva chiuso le proprie attività investigative perché, intercettando la segretaria di Siino, aveva appreso che quest’ultimo «aveva saputo in procura di essere intercettato». Una frase che, nel contesto di quella stagione, pesa come un macigno. Il countdown verso Via d’Amelio L’anomalia più clamorosa, quella che lo stesso Pignatone avrebbe poi definito un reato, riguarda però il procuratore Giammanco. Il 6 agosto 1991, un giorno dopo le udienze al riesame in cui era stata depositata la versione parzialmente omissata, Giammanco trasmise all’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli la versione integrale dell’informativa del Ros. Non con una nota ufficiale: il rapporto era accompagnato da un appunto non sottoscritto e da un biglietto manoscritto indirizzato alla «Carissima Livia», presumibilmente Livia Pomodoro, con i saluti per le ferie estive. Non solo il dossier, ma anche tutti gli allegati e la lista di alcuni onorevoli attenzionati dall’indagine. Martelli restituì tutto al mittente, «nel rilevare la singolarità dell’inoltro» di atti coperti da segreto. Falcone era furioso: disse che Giammanco «aveva trascurato o insabbiato quell’indagine» e che, «anziché sviluppare le indagini devolveva l’intera questione al mondo politico», non solo al ministro della Giustizia, ma anche a quello degli Interni e alla Presidenza della Repubblica. Lo stesso Pignatone, interrogato nel luglio 2025, fu categorico: «Se era tutto il rapporto mandato al ministero, era un reato».

  34. BulletGiacomo Amadori, Per i pm il giudice più potente d'Italia era contiguo alla mafia: media muti, in «La Verità», 16 aprile 2026. Ancora su Giuseppe Pignatone, il giudice vaticano indagato per favoreggiamento alla mafia (e quindi ricattabile) che ha condannato un innocente. «Ciò che stupisce è che sulle presunte relazioni pericolose, anzi pericolosissime, di colui che è stato per quasi tre lustri il magistrato più potente d’Italia (con la benedizione del presidente Giorgio Napolitano) e del Vaticano (Francesco lo volle come presidente del Tribunale della Santa sede) giornali e trasmissioni tv non si scaldano. Preferiscono sorvolare. Forse perché per troppo tempo la stampa progressista (su cui Pignatone firmava dotti editoriali) si è ben guardata dal metterne in discussione il lavoro (…). E anche quando scoppiò il caso di Luca Palamara, di cui Pignatone era una sorta di fratello maggiore, i cronisti tennero ben distinte le due posizioni. Ma a tirare giù dal piedistallo il magistrato siciliano ci stanno pensando i colleghi della Procura di Caltanissetta. Per esempio con le 385 pagine di richiesta di archiviazione della Procura di Caltanissetta del 10 aprile 2026 del fascicolo contro ignoti che ha investigato la causa delle stragi del 1992, giungendo alla conclusione che, tra queste, ci sia anche la cattiva gestione del procedimento Mafia e appalti. Nel riferire l’altro ieri in Commissione Antimafia il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca ha parlato di «un gravissimo errore» commesso dall’allora sostituto procuratore di Palermo Pignatone, ammesso da lui stesso, che avrebbe «vanificato l’80% dell’indagine Mafia e appalti». Per coloro che conoscono gli atti è ben chiaro che De Luca abbia fatto riferimento all’omessa iscrizione di indagati eccellenti (sentiti come semplici testimoni) riferita dai pubblici ministeri Ilda Boccassini e Roberto Saieva. Oggi gli inquirenti hanno maturato la convinzione che non di «errore» si sia trattato, ma di atti ben ponderati al punto che gli stessi pubblici ministeri nisseni hanno sottolineato «alcune contiguità» di Pignatone «con soggetti appartenenti al mondo mafioso/imprenditoriale dell’epoca», evidenziando come «questo elemento ha certamente inciso rispetto alla sovraesposizione dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino», considerata prodromica alla loro eliminazione da parte della Piovra mafiosa. Una vicinanza che sarebbe dimostrata non solo dagli «errori» compiuti da Pignatone nel più importante procedimento di mafia a lui assegnato, ma anche dai 24 immobili acquistati dalla famiglia Pignatone nella palermitana via Turr dalla società Raffaello degli imprenditori mafiosi Vincenzo Piazza, Francesco Bonura e Salvatore Buscemi. La Procura evidenzia che «Piazza, suo cognato Aurelio Giovanni Chiovaro, i fratelli Salvatore e Antonino Buscemi e Bonura sono stati, negli anni, tutti condannati per associazione mafiosa con pene definitive» e che Piazza, Bonura e Salvatore Buscemi erano massoni della loggia Dante Alighieri. Sui legami tra Pignatone e questi signori gli inquirenti valorizzano le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Angelo Siino, Giovanni Brusca (lodato, per il suo ruolo, da Pignatone sulla Repubblica) e Salvatore Cancemi che, a partire dagli anni Novanta, hanno iniziato a riferire ai magistrati che l’ex giudice del Papa era «a disposizione» dei fratelli Buscemi o «nelle mani» di Vincenzo Piazza. Un’ipotesi negata con forza dalla difesa di Pignatone, ma ritenuta attendibile da De Luca e dai suoi colleghi. Nella richiesta di archiviazione si legge che «non si può in alcun modo convenire sul fatto che gli accertamenti svolti abbiano smentito le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia» e ciò perché «non soltanto sono stati acclarati rapporti patrimoniali di Giuseppe Pignatone sia con i Buscemi che con Piazza, ma le contiguità del nucleo familiare del magistrato con quest’ultimo soggetto iniziano ben prima dell’acquisto dell’immobile di via Turr, atteso che […] fin dal 1964, il nucleo familiare di Francesco Pignatone, padre di Giuseppe, ha vissuto in un immobile costruito da Rosolino Piazza, padre di Vincenzo». (…) La Procura di Caltanissetta, come in tutte le indagini di mafia, ha svolto investigazioni sulla famiglia di origine di Pignatone accertando che alle nozze del padre Francesco, celebratesi a San Cataldo il 12 novembre 1947, era stato testimone di nozze Calogero Volpe futuro deputato della Democrazia cristiana per circa un ventennio e definito da Wikipedia «politico, medico e mafioso italiano». La Procura di Caltanissetta ricorda che nella relazione d’opposizione del 4 febbraio 1976 in Commissione parlamentare Antimafia «Calogero Volpe veniva indicato come estremamente vicino a contesti mafiosi» e veniva definito «il cervello politico del si stema di potere mafioso in provincia di Caltanissetta». Tra i grandi elettori del parlamentare ci sarebbe stato anche il boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, morto ammazzato nel 1978. Nel documento veniva anche puntualizzato che Volpe «sarebbe stato presente a un comizio tenuto dall’onorevole Pignatone e voluto da don Calò Vizzini, perché si celebrasse l’ideale e le virtù della mafia-politica». Nel 1964, quando Pignatone ha 15 anni, la sua famiglia si trasferisce a Palermo, nella palazzina dei Piazza. Dei 14 appartamenti divisi su sette piani quattro risultavano di pertinenza della famiglia Pignatone, sei della famiglia Piazza e soltanto i restanti quattro appartenevano a soggetti diversi. Quasi una comune politico-mafiosa. Nel 1980 i Pignatone si spostano in via Turr. In un’intercettazione del 2024 Bonura ha esclamato: «Se ne sono comprate proprietà da Piazza, da noi… ma proprio un mare! Oltre l’appartamento che aveva Pignatone c’ha magazzini, c’ha uffici, ha tante cose!». Confutando la difesa di Pignatone, i pm nisseni annotano che già all’epoca degli acquisti «era evidente che le figure di Vincenzo Piazza e dei soci Francesco Bonura e Salvatore Buscemi, fossero, già al tempo, accostate alla criminalità organizzata». Per quelle compravendite, alla fine degli anni Novanta, Pignatone è stato indagato e archiviato. Anche grazie alla consegna delle matrici degli assegni con cui avrebbe effettuato il pagamento del suo immobile (un pentito aveva parlato di regalo della mafia). Dopo oltre 25 anni i magistrati nisseni non sembrano condividere la scelta del gip che aveva archiviato il caso: «Non si comprende la ragione per la quale Pignatone abbia conservato documentazione totalmente non probante, come le matrici, e non, invece, copia dei titoli che a esse corrispondono o, addirittura, una quietanza dei pagamenti effettuati». E sottolineano «le discrasie tra gli importi delle fatture» emesse dalla società immobiliare Raffaello, controllata dalla mafia, e «le somme indicate nelle matrici», quasi sempre diverse. Addirittura per due assegni da 14 e 6 milioni non si sono trovati i corrispondenti documenti contabili. Senza contare che alcuni pagamenti sarebbero stati emessi in favore di Salvatore Buscemi e non della società venditrice. Una scelta così stigmatizzata nella richiesta di archiviazione: «Non si comprende a che titolo 2 dei 7 assegni emessi a saldo del prezzo pattuito dovessero essere intestati a Salvatore Buscemi, se si considera che la società venditrice degli immobili era una società di capitali che, come tale, è un soggetto giuridico diverso sia dal suo amministratore che dai soci che ne detengono il capitale». Secondo una consulenza ordinata dalla Procura, alla fine, «Pignatone avrebbe pagato, per l’appartamento acquistato in via Turr, un prezzo sensibilmente inferiore (di circa un terzo) a quello di mercato» e una parte, come ammesso dallo stesso Pignatone nell’interrogatorio, di tale incongruo prezzo sarebbe stata versata in nero. (…) Una scelta borderline che secondo i magistrati avrebbe portato a conseguenze nefaste per il buon nome dell’ex collega: «Pignatone ammette, palesemente, di essersi prestato a consentire un’evasione fiscale ad una società la cui compagine e i cui rappresentanti erano da anni considerati “in odore di mafia”; evasione fiscale concordata con Salvatore Buscemi, capo mandamento di Passo di Rigano. La circostanza assume sicuramente estremo rilievo in relazione all’immagine del dottor Pignatone “agli occhi di Cosa nostra”, con tutto ciò che ne poteva conseguire circa le “chiacchiere” che circolavano sul suo conto in ambito mafioso». Ma da Caltanissetta altre bordate sono state riservate alla gestione del procedimento Mafia e appalti. L’aspetto forse più inquietante emerso è la disposizione di smagnetizzare le intercettazioni e di distruggere i brogliacci impartita da Pignatone e da Gioacchino Natoli (i due restano indagati per favoreggiamento della mafia in un fascicolo stralciato da quello per cui è stata chiesta l’archiviazione) nel procedimento relativo alle infiltrazioni del clan Buscemi/Bonura nella gestione della cave di marmo di Carrara. La Procura di Caltanissetta in questi mesi ha accertato che, in realtà, l’ordine di distruzione di Pignatone e Natoli, per un caso fortuito, non è stato eseguito dagli uffici e ciò ha consentito il riascolto di quelle conversazioni che fornivano elementi utili perfino alla ricostruzione di un duplice omicidio che coinvolgeva Bonura, vale a dire l’uomo che aveva venduto 24 immobili ai Pignatone. Gli inquirenti sono arrivati alla conclusione che la distruzione delle intercettazioni per liberare spazio sulle bobine non fosse una prassi consolidata e che, comunque, per farlo sarebbe bastato distruggere il materiale collegato a fascicoli passati in giudicato e proveniente da procedimenti ordinari. Invece a Palermo il solo Pignatone in tutta la Procura del capoluogo siciliano, tra il 1991 e il 1993, avrebbe fatto distruggere prove di inchieste di mafia archiviate e non concluse in modo definitivo. Nella richiesta di archiviazione la preoccupante ricostruzione viene suggellata con le dichiarazioni rilasciate nel giugno 1992 dalla giornalista Liana Milella. Falcone, prima di morire, le aveva consegnato i suoi diari «per dimostrare il suo “isolamento” nel periodo di permanenza alla Procura di Palermo» dove non poteva più «lavorare efficacemente […] a causa della contrapposizione che si era venuta a creare con il procuratore Giammanco e con i sostituti procuratori più vicini a quest’ultimo, tra i quali in particolare il dottor Lo Forte e il dottor Pignatone». Tutto questo non è bastato a evitare che Pignatone diventasse, per usare le parole di unsuo giovane collega perugino, «un monumento della magistratura italiana». E Pignatone era editorialista del gruppo Gedi...

  35. BulletStefano Giordano, L'indagine insabbiata e via D'Amelio. Magistrati? No, specialisti dell'inerzia. Le offese choc alla famiglia Borsellino: "Tutti senza neuroni", in «Il Riformista», 16 aprile 2026. «Giuseppe Pignatone. Il padre — ricostruisce la Procura — presiedeva l’ESPI, che controllava la SIRAP, snodo del sistema appalti. La famiglia avrebbe acquistato immobili dal gruppo Piazza-Bonura-Buscemi, le imprese dei clan oggetto dell’indagine. De Luca in Antimafia: «Tutti gli errori vanno nella medesima direzione: l’impunità totale di Buscemi e del Gruppo Ferruzzi.» La DDA documenta: indagati che sarebbero stati interrogati senza iscrizione a registro — termini decorsi, atti inutilizzabili —, cautelare su soggetto non iscritto, perquisizioni negate allo SCO. Vi sarebbe poi l’aggiunta manoscritta «e la distruzione dei brogliacci» sul provvedimento di smagnetizzazione, attribuita grafologicamente a Pignatone. Una sua missiva del 1995, scrive la Procura, sarebbe stata «con ogni probabilità precostituita per un futuro utilizzo». L’uomo che sarebbe diventato Procuratore di Roma e Presidente del Tribunale Vaticano.»

  36. BulletGaetano Mineo, La "trattativa" contro l'Antimafia, Intercettazione choc, in «Il Tempo», 16 aprile 2026.

  37. BulletAlba Romano, Le ipotesi della Procura di Caltanissetta su Giuseppe Pignatone e le ripercussioni su Falcone e Borsellino, in «Open», 16 aprile 2026.

  38. BulletGiulia Sorrentino, Gasparri tuona: "La Commissione Antimafia vada avanti e indaghi sul ruolo ambiguo di Natoli e Scarpinato ma anche su Caselli e Pignatone", in «Il Giornale», 16 aprile 2026. «... comportamenti inquietanti di Pignatone. Accusato di aver acquistato degli immobili da persone appartenenti a delle cosche. De Luca ha parlato degli errori di Pignatone che non possono essere attribuiti ad imperizia vista la sua competenza.»

  39. BulletMichele Larosa, Perché nessuno parla dei presunti rapporti del pm di Mafia Capitale Pignatone con Cosa Nostra? Cosa dice la richiesta di archiviazione sul dossier che potrebbe essere il movente della morte di Falcone e Borsellino, in «Mow», 16 aprile 2026. «Quello che emerge in particolare dal tomo depositato dal pm di Caltanissetta Salvatore De Luca come richiesta di archiviazione, oltre alla cattiva gestione del dossier “Mafia e appalti”, è la contiguità fra Pignatone e la sua famiglia con alcuni soggetti condannati per associazione mafiosa. Tutto parte dal “gravissimo errore” - ammesso dallo stesso interessato - commesso dall'allora sostituto procuratore di Palermo, che avrebbe “vanificato l'80% dell'indagine Mafia e appalti”. Parliamo del terzo processo aperto sul dossier, quello del 1993 e affidato nuovamente a Pignatone. I referenti del gruppo Ferruzzi in Sicilia, Giovanni Bini e Lorenzo Panzavolta, vennero interrogati dal pm, senza essere iscritti nel registro degli indagati. L’iscrizione arrivò tardivamente, oltre un anno dopo gli interrogatori, così quando il fascicolo passò ai colleghi Saieva e Boccassini, i termini erano scaduti e le prove inutilizzabili, rendendo inevitabile la terza archiviazione. Gli investigatori di Caltanissetta però hanno maturato la convinzione che non si trattasse di un semplice “errore”, ma di atti ben ponderati dalla vicinanza di Pignatone con soggetti centrali delle indagini.»

  40. BulletErmes Antonucci, "Deluso e addolorato": la reazione di Pignatone alle accuse mosse in commissione Antimafia, in «Il Foglio», 17 aprile 2026. Ma che ne sa Pignatone di gogna mediatico-giudiziaria?

  41. BulletGaetano Mineo, Le nuove intercettazioni choc. Fanno gli angeli, ma in privato insulti a Borsellino, figli e inquirenti, in «Il Tempo», 17 aprile 2026.

Sull'Obolo di San PietroCASO_BECCIU_OBOLO.htmlCASO_BECCIU_OBOLO.htmlshapeimage_3_link_0
Sull'accusa d'aver trasferito 
del denaro in Australia 
e sull'ipotesi di complotto 
contro il card. PellCASO_BECCIU_AUSTRALIA.htmlCASO_BECCIU_AUSTRALIA.htmlCASO_BECCIU_AUSTRALIA.htmlCASO_BECCIU_AUSTRALIA.htmlCASO_BECCIU_AUSTRALIA.htmlshapeimage_4_link_0shapeimage_4_link_1shapeimage_4_link_2shapeimage_4_link_3
Sulle accuse di aver arricchito 
se stesso o propri familiari

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Sulla vicenda Marogna 
(impropriamente chiamata "dama del cardinale")
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Sul palazzo di Londra 
in Sloane Avenue 60

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Processi e sentenze di Londra, di Roma ecc. a proposito della compravendita del palazzo 
in Sloane Avenue 60CASO_BECCIU_LONDRA.htmlCASO_BECCIU_LONDRA.htmlCASO_BECCIU_LONDRA.htmlCASO_BECCIU_LONDRA.htmlCASO_BECCIU_LONDRA.htmlshapeimage_8_link_0shapeimage_8_link_1shapeimage_8_link_2shapeimage_8_link_3
Sulla Messa "in coena Domini" celebrata da papa Francesco 
a casa del cardinale BecciuCASO_BECCIU_MESSA.htmlCASO_BECCIU_MESSA.htmlCASO_BECCIU_MESSA.htmlCASO_BECCIU_MESSA.htmlshapeimage_9_link_0shapeimage_9_link_1shapeimage_9_link_2
Sulla causa di beatificazione 
di Aldo Moro
(e sulle altre accuse di Report)
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Sul sistema giudiziario vaticano


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Come vivono tutto questo 
il cardinale Becciu 
e la sua famiglia?
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Il rinvio a giudizio
(3-26 luglio 2021)CASO_BECCIU_RINVIO.htmlCASO_BECCIU_RINVIO.htmlCASO_BECCIU_RINVIO.htmlshapeimage_13_link_0shapeimage_13_link_1
Il Conclave e papa Leone


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Sulle querele contro «L'Espresso», Perlasca, Ciferri, Chaouqui e co.CASO_BECCIU_QUERELA.htmlCASO_BECCIU_QUERELA.htmlCASO_BECCIU_QUERELA.htmlCASO_BECCIU_QUERELA.htmlshapeimage_15_link_0shapeimage_15_link_1shapeimage_15_link_2
Il puzzle della verità
(il complotto) 

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Sull'«Espresso» e co.


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Sul "caso Becciu" in generale


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