I gioiellini di Chiara

di Giovanni Pacchiano

in «Il Sole 24 Ore», 29 marzo 2009.

 

Il «Quaderno di un tempo felice» ci riporta alle prose meno note del grande scrittore luinese, uno dei pochi narratori di razza del nostro secondo Novecento.

 

Potremmo, se costretti, rinunciare a gran parte della narrativa del nostro secondo Novecento, ma non – oltre al quartetto Bassani-Berto-Parisi-Soldati – non a Piero Chiara. Anzi, Ź forse Piero Chiara quello cui va in assoluto la nostra preferenza, l'autore da portare sull'isola deserta.

Lo si legge ancora? Lo speriamo. I «Meridiani» Mondadori hanno fatto un ottimo lavoro pubblicando sia Tutti i romanzi sia i Racconti. Oggi (epoca internet) troppo si cancella nello spazio di un mattino, l'animo Ź volubile, preme una giovane (o quasi) generazione di complessivamente mediocri. No, non Ź solo passatismo; ci si scalda il cuore quando si torna alle pagine di Chiara e ai suoi personaggi: vecchi amici che, abbandonati tra le righe dei libri, ogni tanto andiamo a trovare.

Certo i «Meridiani», dicevamo, hanno fatto un lavoro eccellente. Tuttavia, come succede spesso nel caso di autori molto prolifici (e Chiara lo fu), qualcosa Ź rimasto fuori, o Ź entrato in diversa versione. E non Ź detto che si tratti sempre di cose minori o insignificanti.

Ora, questo Quaderno di un tempo felice, benissimo curato da Andrea Paganini, ci riconduce al Chiara meno frequentato, quello degli anni Quaranta-Cinquanta, prima della sua rivelazione al grosso pubblico con l'ancora oggi strepitoso Il piatto piange. Ma qui, nel Quaderno, che riporta prose «in gran parte sconosciute» – cosď sottolinea il curatore nella sua bella e affettuosa "Introduzione" –, stampate all'originale sull'almanacco ticinese di carattere popolare «Ore in famiglia», negli anni tra il 1947 e il 1961, assieme a scritti di viaggio, divagazioni (notevoli, nobili e sentimentali, le Dodici descrizioni di uccelli silvani), qualche ritratto e tre "Letture" (veri e propri lunghi riassunti, presumibilmente a fine didattico, per lettori non colti, di tre romanzi celebri, Benito Cereno, Billy Budd e La linea d'ombra), compaiono alcuni racconti notevoli come cartoni preparatorii di racconti e romanzi futuri. In prevalenza ambientati a Luino, suo luogo del cuore, e gią ricchi dei temi tipici della sua narrativa. L'attaccamento al paese, alle buie e strette strade, agli angoli dimenticati, all'abbandonato decoro dei vecchi palazzi. E il desiderio ambivalente di evadere e di tornare; la poetica del perdigiorno; l'approccio cosď viscerale con la natura, il lago Maggiore, le montagne, i contrasti dei colori con il variare delle stagioni. I personaggi balordi, i buffi, i perdenti della vita. Infine, la fanciullezza e la giovinezza come miti regressivi: momenti irripetibili che non tornano piĚ.

Faccia attenzione, che legge, a piccoli gioielli come Il povero Bram, Il giorno della Cresima, Ortensio, Lettera a un amico d'infanzia: i quattro racconti piĚ belli. Perché in questo Chiara cosď esplicitamente lirico, e contiguo, dunque, alla poesia di Incantavi (1945), c'Ź gią, in nuce, prepotente, la voglia di raccontare storie di uomini. E, insieme, c'Ź quella fonda e disincantata malinconia, presaga della vita come eterna perdita, benché fieramente contrastata dal motto di spirito, dal sorriso, dalla risata, che costituisce il vero nucleo della sua meravigliosa arte del narrate.

 

Piero Chiara, Quaderno di un tempo felice, a cura di Andrea Paganini, Nino Aragno Editore.